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Fronteggiare il populismo: quattro punti per il 2020

Giorgio Armillei venerdì 10 gennaio 2020
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di Giorgio Armillei

 

Inizia il 2020 politico e si ripete la domanda: davvero possiamo scegliere solo tra un Johnson – di cui in verità neppure disponiamo – e un Conte Zingaretti che governano in prospettiva 2023? O il nazional liberismo o lo statalismo? E i liberali riformisti senza casa, quelli della globalizzazione e dell’interdipendenza? Inesorabilmente tagliati fuori, così sembra.

Come siamo arrivati a questo punto? Salvatore Vassallo ha scritto un capitolo ricco di dati e di spunti interessanti nell’ultima edizione (2019) del consueto volume dall’istituto Cattaneo sulla politica italiana. Lo traduco in una battuta. Cari liberali riformisti, avete indossato occhiali sbagliati. Nel 2018 non si è manifestata una nuova e dominante frattura politica tra populisti e liberali (o allo stesso tempo tra sovranisti e europeisti) tale da allineare a sé il sistema di partito. Molto più semplicemente si è affermata un’alleanza tra il partito della redistribuzione e il partito della difesa identitaria, senza che tutto ciò abbia minato la permanente consistenza dell’asse destra-sinistra. Nessuna nuova gerarchia delle fratture sulla quale allineare la competizione tra partiti e candidati, leggendo quindi come naturale e inevitabile l’alleanza tra M5s e Lega. Dal che una conseguenza immediata: se la partita si gioca intorno alla redistribuzione è del tutto ragionevole pensare (come poi si è fatto) a un’alleanza M5s-PD e isolare gli eccessi delle politiche identitarie della Lega. I liberali non sono uno dei poli ma debbono come sempre decidere se stare a destra o a sinistra.

Bene, ma da altri osservatori ci giungono tuttavia notizie in parte diverse. Anche qui in una battuta: nell’UE e negli USA la frattura culturale tra populisti e liberali, in parte sovrapposta a quella altrettanto culturale tra autoritari e libertari, ha preso il sopravvento nella gerarchia delle fratture che strutturano la competizione politica. Abbiamo per questo assistito in molti casi alla rivincita del conservatorismo sociale (aree rurali, anziani, modesti livelli di istruzione: non c’entra nulla destra vs sinistra) sui modelli post materialisti della globalizzazione. In forme spesso trasversali (cuts across dicono queste analisi) rispetto all’asse destra-sinistra tutto costruito intorno alla “frattura materialista” tra inclusi e esclusi nelle società capitaliste.

Ora, in realtà le due letture potrebbero anche stare insieme. Vassallo studia le elezioni italiane del 2018, gli altri spunti vengono da ricerche longitudinali e comparative. Tuttavia tendo a pensare a M5s e Lega come due forme complementari di populismo, fondate sulla destabilizzazione delle istituzioni liberali e sul nazionalismo. La crisi di governo di agosto, tutta giocata in termini di politics, non ha cambiato la convergenza sulla policy. Chiusura identitaria e uso della sovranità nazionale, così come generose politiche redistributive di spesa pubblica, sono tutti prodotti di un ritorno allo stato. Qui sta il punto di incontro. Un’ala lo coniuga principalmente sul fronte della difesa dalle minacce esterne; l’altra sul fronte della delegittimazione della classe politica e delle regole “elitarie” della democrazia rappresentativa.

C’è in altri termini un’area nazional-populista, con differenze interne anche profonde ma con una base culturale comune, con una parte della quale in questa fase il PD si è alleato in funzione emergenziale pro UE. Scoprendo con quella parte, pericolosamente si potrebbe dire per la sua ala liberale, anche convergenze di policy e in linea di massima subendo uno scambio del tipo: azzeriamo le polemiche e le inutili forzature di finanza pubblica anti UE in cambio della intoccabilità delle politiche del governo precedente. Questo è il patto che tiene in piedi la maggioranza, con il controllo del Quirinale. In fondo siamo e restiamo un sistema politico parlamentare a correttivo presidenziale.

Una situazione congelata nel breve periodo? Il timing della politics non è quello delle policy. Ilva, Alitalia, banche, prescrizione, intercettazioni, autostrade non possono aspettare il 2023. Nel frattempo la forza dei liberali riformisti si appanna, ed ecco che resta una sola alternativa: BoJo o Zingaretti.

Zingaretti segue un suo disegno. L’elettorato M5s si disperde: una sua parte è già andata con la Lega, ora si tratta di riportare il resto nel PD. L’asse che conta è sempre destra-sinistra. Ma ammesso che questo ritorno sia possibile e che non accada invece qualcosa che somiglia alla grillizzazione del PD, come e su quali idee ci si muove su questo asse? Zingaretti non ha dubbi. E si sta muovendo con coerenza. Oblio sulle politiche del governo Renzi. E poi cambiamento climatico, assistenzialismo temperato, più tasse, più stato, nazionale o europeo, se e quando sarà. E mezze marce indietro sul modello di partito, nonostante almeno su questo i liberali del PD abbiano puntato i piedi. Insomma meglio il partito degli iscritti che il PD di Vassallo versione Orvieto 2006. Ma la soluzione non convince. Il tonfo di Corbyn dovrà pur insegnare qualcosa.

Altri, nella politica, nell’università, nel sindacato, tentano di indicare una strada. Vediamone qualcuna. Ci prova ad esempio Salvatore Veca. Il quadro è estremamente realistico: la sinistra italiana ed europea vive una fase di “afasia depressiva”. Occorre riprendere in mano una strategia progressista che si edifica sulle fondamenta della uguale dignità delle persone, incorporate nella polity dell’Unione europea. Ma anche Veca parte con lo schema saccheggiato dalla cultura populista: il male parte dal ciclo neo liberista della globalizzazione di mercati senza regole “che avrebbe fatto inorridire Adam Smith”.

Ci prova ad un livello più intenso di concretezza Marco Bentivogli. Con lui il tema è la promozione di una “democrazia industriale” a partire dai contesti formativi e lavorativi, sfruttando le potenzialità del 4.0 e smentendo la tecnofobia del populismo anti industriale, molto diffusa nella sinistra europea e americana. Spazzando via non solo il “si è sempre fatto così” ma anche “confortevoli continuità e perenne gradualismo”. Dal che si capisce anche come la ruvidità della rottamazione non fosse poi così priva di solidi ancoraggi alla realtà delle cose. Tutto molto bello ma mancano interlocutori politici: le organizzazioni di interesse (una parte di quelle delle imprese e una parte, quella buona, del sindacato) sembrano sole.

Ci prova anche Maurizio Ferrera con la sua schematizzazione delle cinque classi. La stratificazione sociale delle società globalizzate dell’occidente si è fatta non solo più complessa ma anche più instabile e frastagliata. Rispetto al dualismo ottocentesco ma anche e soprattutto rispetto all’estensione del ceto medio stabilizzatore dei gloriosi trenta 1948-1978. Già l’immagine della società dei due terzi aveva messo in crisi il modello socialdemocratico e democratico cristiano. Ora siamo a una società delle cinque classi: la classe dei supericchi, quella degli alto borghesi, quella della “massa media” affluente, il vecchio ceto medio dei déclassés, e la classe dei precari deprivati.

Evidente come non possano più funzionare le tradizionali politiche redistributive. Ma è altrettanto evidente che l’ondata della politics of anger si insinua all’insù, non miete consensi solo tra precari e déclassés ma anche nei gruppi garantiti dalle politiche “materialiste” e allo stesso tempo smarriti dalla fluidità e dal dinamismo della globalizzazione. Quelli della rivincita contro il postmaterialismo.

E allora? Macron Merkel ci hanno messo una pezza, in casa e dentro l’UE. Ma non basta. Non basta però neppure la ripetizione del mantra della terza via. Il populismo si alimenta della rabbia dei ceti medi garantiti dal welfare contro gli effetti della globalizzazione astutamente utilizzati da un’offerta politica nazipop.

Proviamo allora a mettere in fila 4 punti.

Primo. Non basta aggiornare l’agenda della battaglia contro i cinque giganti che il welfare voleva sconfiggere aggiungendo una spruzzata di green deal. Vecchia l’agenda e anche vecchia l’idea del matrimonio tra riformisti e verdi. Anche qui siamo agli anni novanta: per i liberali di destra e di sinistra la globalizzazione era uno scenario auspicato di cui contenere gli effetti. Oggi la globalizzazione divide. Se per un verso se ne comprende la ragione di politics, trovare uno spazio di agibilità, dall’altro occorre riconoscere come anche Von der Leyen sia caduta in questa trappola.

Secondo. Il trionfo delle città dicono gli economisti è la cifra della globalizzazione. Le città sono però grandi motori economici e piccoli attori politici. Questa condizione va superata: c’è bisogno di un allineamento. Meno stati e più governance urbana: le città che contano debbono contare di più. Così come i loro Sindaci. Le città di Visegrad contro gli stati di Visegrad sono un buon esempio, simbolico più che altro ma utile.

Terzo. L’interdipendenza sovranazionale non si governa con i super stati ma sviluppando e ovviamente riformando dove necessario le istituzioni politiche dell’interdipendenza. Quindi, per stare dalle nostre parti, inutile piangere sull’Unione europea che non è una federazione. Meglio far progredire quello che c’è. Business as usual? Meglio dello stallo.

Quarto. Contro il populismo l’appeasement non fa gioco. Meno che mai i no di un’opinione pubblica stufa degli schematismi ma incapace di produrre altro che schematismi. Ci vuole confrontation. Naturalmente non per dire di tornare indietro ma per dire di andare avanti. Nessun oblio sui successi del liberismo di sinistra, i Calenda e i Siniscalco fanno un po’ sorridere. Con i cimeli del passato però non si vincono le elezioni.

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