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Il congresso Pd, Renzi e Machiavelli

Enrico Morando mercoledì 5 aprile 2017
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Pubblichiamo un articolo apparso sul sito Italiaincammino.it

 

Nel 1513, il più grande scienziato della politica che l’Italia abbia avuto scriveva: “Bisogna considerare che non esiste cosa più difficile da trattare, né più incerta da riuscire, che il voler diventare un capo e proporre nuovi ordinamenti politici. Chi lo diventa, infatti, si rende nemici tutti coloro che hanno un utile nelle vecchie istituzioni, mentre trova una tiepida difesa in tutti coloro che dalle innovazioni trarrebbero giovamento”.

Il Partito Democratico del Lingotto di Veltroni di 10 anni fa e il PD di Renzi, dopo il Congresso del 2013, hanno proposto “nuovi ordinamenti politici”-,cioè, hanno proposto un radicale cambiamento dell’Italia, in tutti i campi. Hanno avuto successo, su molti terreni: oggi l’Italia ha un partito riformista di centrosinistra a vocazione maggioritaria che non ha mai avuto, ciò che ha aperto al Paese la concreta prospettiva di un cambiamento ispirato ai nostri valori, che prima sembrava impossibile.

Ma hanno subito anche pesanti rovesci: il primo, ingigantito dagli errori del Segretario Veltroni-che, invece di accettare la sfida che Bersani gli aveva legittimamente lanciato dopo le Politiche del 2008, decise di dimettersi-, maturò quasi interamente ad opera di forze interne al Partito Democratico. Il secondo, culminato col risultato del referendum del 4 dicembre scorso, si è determinato prevalentemente ad opera di forze esterne al Partito Democratico, che si sono sentite minacciate dal disegno riformatore che stava per realizzarsi. Anche in questo caso, errori politici degli innovatori hanno favorito il successo di coloro che hanno “un utile nelle vecchie istituzioni”: a mio parere, non tanto la (auto)vituperata personalizzazione, quanto il non aver corretto la via quando è intervenuta la rottura con F.I.

Ma, ecco il punto che riguarda il nostro Congresso: le sconfitte subite, cancellano i successi e, in ogni caso, segnano la fine della guerra, o esistono le condizioni per rilanciare il nostro progetto? Per rispondere, vorrei di nuovo far ricorso a Machiavelli: “la tiepidezza di costoro (quelli che dalle innovazioni trarrebbero giovamento… )nasce in parte dallo scetticismo degli uomini, i quali non credono alle novità se non le vedono ben consolidate”. Ecco quello che ci è mancato: nel Congresso del 2013 noi abbiamo determinato una radicale innovazione di leadership e di linea politica, ma non abbiamo lavorato con la necessaria profondità a superare lo “scetticismo” di chi, la novità, l’ha incoraggiata, ma non l’ha vista consolidarsi. Su che piano? Sull’ unico che conta davvero : quello della cultura politica. Cioè, quell’insieme di idee, interessi sociali considerati meritevoli di tutela, principi, valori, che costituiscono la base da cui un organismo politico parte per definire le sue scelte, sia quelle che guardano al lungo periodo, sia quelle quotidiane. Questo lavoro in profondità sul partito, usando come base la voglia di fare, la disponibilità dei milioni di elettori che erano accorsi a farci nascere, non lo abbiamo fatto…Gli elenchi delle Primarie, li abbiamo lasciati a marcire nei cassetti… Salvo tirarli fuori per la battaglia delle preferenze. Ma, così facendo, altro che novità ben consolidata: abbiamo dato evidenti segni del contrario.

Anche la svolta di leadership e di linea- che pure ha trovato concreta manifestazione in scelte (il Jobs Act, gli 80 € di Irpef in meno per 10 milioni di lavoratori a reddito basso), che fino a poco prima sembravano irrealizzabili; e in uno stile di guida del governo raramente sperimentato prima, tipico della democrazia decidente-, è sembrata perdere di nettezza. E certo non hanno giovato, a riproporla nella sua limpida radicalità, i tentativi di rinvigorirla attraverso l’enfasi sui temi dei costi della politica (e annessi), che saranno anche segnalati ai primi posti dai sondaggi sulla percezione dei problemi del Paese, ma non possono avere centralità in una piattaforma riformista degna di questo nome.

Dunque, ecco a cosa dovrebbe servire questo Congresso: non a travolgere all’indietro il nostro progetto, tornando al Segretario che regola il traffico tra le correnti, al leader di governo che non ha la forza che gli deriva dall’essere capo del partito che ha vinto le elezioni, alla piattaforma programmatica del partito che vale non come realistica proposta di governo, ma come base per trattare quella del governo vero con altri partiti, dopo le elezioni… Ma, esattamente, a conseguire l’opposto.Anche in questo caso, facciamoci aiutare da Machiavelli: “per ben approfondire questo argomento (quello di chi non crede alle novità se non le vede consolidate), è necessario vedere se gli innovatori debbono chiedere aiuto agli altri oppure possono agire da soli…. Nel primo caso, sono inevitabilmente votati al fallimento; ma nel secondo, se possiedono la forza e sono in grado di esercitarla, è raro che corrano pericoli”. Questo Congresso può consentirci di ridare la forza necessaria al nostro leader, al nostro partito, al nostro progetto. Sì, al leader, innanzitutto. Perché-come ci ha insegnato il professor Fabbrini nel suo Il principe democratico-il leader può essere un leader della “transazione” o un leader della “trasformazione”. Noi, il partito della trasformazione, del cambiamento radicale del Paese, non possiamo chiamare gli elettori del PD-gli elettori, non i soli iscritti-per decidere chi mandare alle riunioni, dopo il voto, per scegliere il Presidente del Consiglio. Non per una ragione di principio, ma per una ragione politica assai precisa: quel Governo, presieduto da quel Presidente del Consiglio, non ha per definizione la “forza” per trasformare il Paese. Forse, ha la forza per garantire l’accordo post elettorale dei diversi partiti coalizzati.

La vera forza-al PD e al suo leader- non deriva da questo o quel sistema elettorale , come sento ripetere (prima si capivano le Primarie e Renzi. Ma ora, col proporzionale…?). A parte il fatto che il sistema elettorale uscito dalla sentenza della Corte contiene un principio maggioritario, su cui dobbiamo far leva per sostenere il ritorno al maggioritario di collegio, la “forza” del leader democratico può essere favorita o limitata dal sistema elettorale ed istituzionale, ma non può essere determinata dallo stesso. Sarà bene non dimenticare, mentre facciamo la nostra scelta congressuale, che nei prossimi mesi potrebbero verificarsi eventi capaci di sconvolgere il nostro futuro.

Potremmo trovarci di fronte al processo di dissoluzione dell’Unione Europea, se in Francia vince Le Pen. O di fronte al rilancio del processo di aggregazione, sotto la leadership di un europeista radicale come Macron. Potremmo avere, a settembre, un europeista di sinistra come Schulz Cancelliere in Germania. O, almeno, un significativo riequilibrio tra CDU e SPD nella grande coalizione. In Italia, l’alternativa è chiara: o noi, il PD, o loro, i populisti, determinati a trascinare l’Italia nell’avventura del referendum sull’euro. Siamo più forti, nel sostenere l’onore e l’onere di una prova così impegnativa, se scegliamo Renzi o se scegliamo Orlando?

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

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