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Il metodo riformista di Giorgio Armillei

Stefano Ceccanti sabato 11 Settembre 2021
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di Stefano Ceccanti

 

Mi è capitato nei mesi scorsi di ricordare sotto varie angolature il carissimo amico Giorgio Armillei, che molti di voi hanno conosciuto o qui a Orvieto, soprattutto in una sua brillante relazione sul tema della giustizia, ancora per molti versi attuale sui fondamentali, o attraverso altri suoi scritti sul nostro sito o su quello del gruppo del Landino.

Qui voglio seguire un approccio molto particolare e parziale, perché il suo itinerario di ricerca non poteva che essere sintonico nel metodo con quello di tutti noi.

E lo faccio a partire da due suoi preziosi suggerimenti che spiegano originalmente questo metodo.

Parto da quello più recente. Per ricordare l’anniversario del più maturo documento della Chiesa cattolica sulla politica, la Octogesima Adveniens di Paolo Vi del 14 maggio 1971 su cui dovevo scrivere un testo, si era così raccomandato: “Riprendi il volumetto di Chenu edito da Queriniana che è centrato sul paragrafo 4, quella è la chiave anche per l’oggi”. Vi si legge infatti un approccio post-ideologico e anti-dottrinario: nessuna facile ricetta universale, nessun ricorso a principi da cui ricavare rigide deduzioni e nesunarigida gerarchia immutabile tra i principi, ma ricerca sapiente e storicamente collocata di principi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione; nessuna pretesa di uniformità, ma riconoscimento come regola di un pluralismo da maturare nel dialogo. Esattamente l’approccio che in quei giorni riprendeva il cardinal Ladaria contro le derive pro trumpiane di una parte significativa dell’episcopato americano, bloccato in una certa retorica dei principi non negoziabili che ha rappresentato una parentesi rispetto a quell’orientamento dell’Octogesima Adveniens.

Risalgo poi ad un suggerimento più antico, dei primi anni ’80, quando collaboravamo insieme alla Presidenza della Fuci e che ha qualcosa a che fare con un altro ricordo di questa Assemblea, quello di Claudio Petruccioli su Luigi Covatta: “Dobbiamo inserire stabilmente -disse a me e ad altri- tra le nostre letture anche Mondoperaio, soprattutto sui profili istituzionali ed economico-sociali”. Nell’era del cattolicesimo democratico non c’erano tabu a confrontarsi con quella che allora era l’area comunista, né in privato né in pubblico. Si può anche trovare lo scritto di qualcuno di noi su Rinascita, ad esempio un testo di Giorgio Tonini che invitava a cambiare già allora il Pci a cambiare nome e simbolo, ma invece, per varie ragioni, non tutte immotivate, come un gioco tattico di sponda di una certa fase della leadership socialista coi settori cattolici più identitari, c’erano più resistenze nel confronto culturale col nuovo riformismo socialista, nonostante che dalla nostra esperienza europea avessimo scoperto come dal Regno Unito fino a tutta l’Europa del Sud fossero quelli i partiti di riferimento naturale non solo per il voto ma anche per la militanza dei nostri coetanei dei movimenti specializzati dell’azione cattolica dl mondo studentesco. E allora leggemmo effettivamente anche Mondoperaio e anche per quella via la ricerca si intersecò con la Cisl di Pierre Carniti, con le riflessioni di Tarantelli, con l’inflazione programmata e negoziata che mirava a difendere il salario reale e non quello nominale, così come, su un altro terreno, le riflessioni di Amato, Pasquino ed altri, miravano a cambiare la Seconda Parte della costituzione non per smentire la Prima, ma per darle strumenti migliori con cui camminare.  In altri termini, come aveva insegnato su un piano diverso la Octogesima Adveniens, la fedeltà comporta più spesso discontinuità di strumenti più che una rigida riproposizione degli stessi in un contesto mutato. Non a caso poi, terminata la Fuci, il primo lavoro di Giorgio, come di vari altri ex fucini, fu nella Cisl di Carniti, che sulla base di quell’impostazione affrontò il referendum sulla scala mobile del 1985, vincendolo a sorpresa. La rottura dell’inflazione a due cifre e da altre rigidità non contro il sindacato, come avvenuto con Reagan e Thatcher, ma col suo attivo protagonismo, contro i tabu dell’intangibilità della scala mobile e contro la logica consociativa in ambito economico-sociale garantita al principale partito di opposizione in cambio della sua esclusione dal Governo. Come ben sapevano allora anche Luciano lama e i miglioristi del Pci che furono messi in minoranza in quel delicato passaggio. Un caro amico e conterraneo di Giorgio Armillei, Luca Diotallevi, ha spesso giustamente paragonato la battaglia culturale nella sinistra del referendum sulla scala mobile del 1985 con quella che aveva attraversato nel 1974 il mondo cattolico con l’iniziativa dell’area cattolica intransigente per l’abrogazione della legge sul divorzio ed ha rimarcato come il riformismo italiano, allora diviso nei vari partiti, abbia comunque subito un decisivo rafforzamento dal successo di quei due No.  Anche in anni recenti, su conflitti successivi, ha pesato positivamente come esempio quello di Scoppola e tanti altri sul referendum del 1974, da cui sorse poi l’esperienza della Lega Democratica, e quello di Carniti con la concertazione del 1984 per rinnovare la cultura economico e sociale del sindacato e della sinistra riformista.

Per questo Giorgio è ancora qui con noi: perché quello che ci accomuna è un approccio al riformismo che non scambia la fedeltà all’ispirazione ideale col conservatorismo degli strumenti.

E con questo abbracciamo idealmente Donatella e Francesco.

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