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Il ruolo degli insegnanti nella frattura tra le generazioni

Giovanni Cominelli domenica 2 Gennaio 2022
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di Giovanni Cominelli

 

Con chiunque capiti di parlare, dirigente o responsabile di partito, sindacato, comunità civile, organizzazione religiosa, circolo culturale, emerge un lamento comune: mancano i giovani! Insomma, una grande e irreparabile frattura generazionale.

Sotto l’apparente regolarità del flusso in entrata e in uscita delle generazioni, si sta aprendo un vuoto tra due sponde, sempre più lontane. Anche nel ’68 si aprì una faglia del genere. Ma dentro uno spazio pubblico comune.

Oggi si vedono due spazi pubblici separati, dei quali quello giovane pare, più che ostile, indifferente all’altro. Eppure, nelle famiglie, le generazioni vivono spalla a spalla. Ma fuori, nella società civile, nella dimensione pubblica, la faglia si sta allargando. Le conseguenze per le organizzazioni sono fatali, rischiano l’estinzione.

I giovani si aggregano, si intende, ma tra di loro. Ciò che si interrompe è il flusso dei saperi, della memoria, dell’esperienza. Più di prima, i giovani rischiano di ripetere gli errori delle generazioni che li hanno preceduti. Le derive della “cancel culture”, il ritorno dei nazionalismi, la fragilità delle democrazie hanno molte cause, ma una è certamente quella della frattura generazionale.

Certo, alle spalle sta la velocità dei mutamenti della storia del mondo, che le generazioni anziane fanno fatica a registrare, mentre quelle più giovani li assorbono e ne vengono catturate. E poiché l’incontro con la storia del mondo accade nella comunicazione, è qui che si registra la frattura più profonda, sia per la capacità di uso dei nuovi mezzi tecnici sia per i contenuti che passano attraverso di essi.

L’Onlife dei giovani funziona anche come griglia di selezione per i contenuti, dentro la massa dei quali il sapere è ridotto al minimo, mentre l’informazione è preponderante. Solo che un impasto grezzo di informazioni, non fermentato dagli enzimi logici del sapere di civiltà, non offre strumenti sufficienti per interpretare un mondo incerto e in disordine crescente, quale è quello che si annuncia nel 2022.

Affrontare, a generazioni divise, qui in Occidente e in Europa, le sfide dell’anno a venire significa partire con un handicap, di cui non soffrono di certo la Cina, la Russia, l’India, l’Africa…

C’è un posto dove la frattura nasce e si può, forse, ricomporre. No, non è più soltanto la famiglia. Non solo perché l’istituto familiare si sta lentamente disgregando e delegittimando agli occhi dei ragazzi e dei giovani. Ma perché, quand’anche i ragazzi arrivassero alla soglia dell’adolescenza dentro un contesto familiare e educativo “ordinato”, si apre, comunque, il tempo della rottura del cordone ombelicale   dell’adolescente con la famiglia di origine. E’ dopo quel confine cruciale, oltre il quale tutti siamo stati sospinti dalla biologia, che l’adolescente fa una prima esperienza di solitudine, di incertezza, di sbandamento, di tentativi ed errori nella costruzione del Sé.

No, l’istituzione deputata a registrare e a saldare la frattura generazionale è, in primo luogo, la Scuola. Lì i ragazzi trovano “i pari” della propria generazione e con loro gli insegnanti. Questi ultimi rappresentano le generazioni adulte, la storia del Paese, le sue istituzioni, la sua etica pubblica. Si parla qui del secondo e del terzo segmento dell’istruzione, quello della scuola secondaria di primo grado – la Scuola media – e quello della scuola secondaria di secondo grado – le Superiori. La scuola di base è inevitabilmente tutta raccolta nel perimetro dell’infanzia, si muove in relativa sintonia con la famiglia, quando c’è, e, spesso, in sostituzione della famiglia educativamente assente.

Difficilmente sottovalutabile il ruolo decisivo dei docenti nella costruzione della “città”, nella tenuta della società civile, nella tessitura del filo tra le generazioni, nella civilizzazione dei nostri ragazzi. Agli insegnanti tocca la missione professionale di costruire l’infrastruttura profonda della società civile e della politica, fatta di saperi e di formazione del carattere. La catena logica è autoevidente: la qualità della scuola genera la qualità della società civile, che genera spirito pubblico, che costruisce il destino del Paese. Ma la qualità della scuola è definita dalla qualità dei suoi insegnanti. Non ci si scappa.

Difficilmente sottovalutabile… eppure è ciò che accade di fatto da decenni da parte della società civile e della politica.

In effetti, qualora si fosse consapevoli di quel ruolo, la formazione, la carriera professionale degli insegnanti, le loro retribuzioni dovrebbero essere al centro di politiche di medio e lungo periodo.

Si deve constatare che la politica ha da molto tempo rinunciato a progettare l’istituzione scolastica come un’istituzione della società civile. I fondatori della Repubblica si sono trovati davanti un’istituzione totalmente assorbita dall’apparato amministrativo statale, erede di una tradizione ideologica, illuministica ed hegeliana, per la quale era lo Stato a dover forgiare e contenere gli animal spirits della società civile. La Scuola era il suo braccio egemonico. Ma occorre ricordare che fino al 1848 essa dipendeva dal Ministero dell’Interno, almeno nello Stato sabaudo-piemontese. Catturata la scuola, già con Gabrio Casati e di più con Giovanni Gentile, dall’Amministrazione statale, gli insegnanti sono diventati impiegati statali, reclutati per concorsi statali, incapaci per natura di selezionare le professionalità adeguate. La Repubblica non ha avuto la forza di spezzare quelle sbarre. Il passaggio alla scuola di massa non ha cambiato l’impianto. Nel frattempo l’esplosione della “mente d’opera” docente e la conseguente sindacalizzazione/corporativizzazione hanno reso più difficile ogni riforma.

Eppure, basterebbero poche mosse per istituire un nuovo meccanismo di formazione/selezione/carriera professionale dei docenti.

La prima: preso ormai atto che le Università non sono in grado di formare il personale docente, è necessario istituire delle Scuole superiori di formazione dei docenti. Napoleone ci aveva pensato, istituendo l’École normale supérieure a Parigi, la cui succursale toscana fu dal 1810 la Scuola normale superiore di Pisa. Fino a Giovanni Gentile essa conservò la sua funzione di abilitazione all’insegnamento, fino ad essere inglobata, nel dopoguerra, nel sistema universitario. Una Scuola superiore post-universitaria, in cui si intreccino insegnamenti di scienze umane, ma che, soprattutto, accompagni culturalmente dei periodi di apprendistato-docente sul campo della scuola “militante”.

La seconda: tocca alle scuole autonome, che sia pubblicamente riconosciute – quale che ne sia la gestione, statale o paritaria o privata – verificare sul campo le capacità e la vocazione professionale dell’aspirante docente e tocca alle scuole la selezione e l’assunzione dei docenti, in base ai propri bisogni di istruzione e di educazione. Non basta che uno conosca la disciplina, deve saper educare, perché la scuola non è solo istruzione, è educazione e formazione del carattere.

La terza: occorre raddoppiare la retribuzione attuale dei docenti.

Si tratta di incominciare. L’intera istituzione scolastica va ripensata. Non riprendo qui proposte già fatte, ripetutamente. I decisori si devono solo mettere in testa che l’istituzione scolastica è l’architrave del Paese.

 Editoriale da santalessandro.org, venerdì 31 dicembre 2021

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