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La Riforma della Costituzione in un paese democratico

Andrea Danielli mercoledì 5 ottobre 2016
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referendum

Fissata la data per il referendum costituzionale, abbiamo ancora due mesi per provare a costruire un confronto sensato tra le diverse posizioni. In questo contributo voglio contrastare l’opinione comune per cui una riforma avanzata da un solo partito è un attentato alla Costituzione. Per farlo mostrerò, innanzitutto, quali sono i limiti legittimi a una riforma costituzionale; poi evidenzierò come le modifiche siano contenute e circoscritte e, infine, sosterrò che il Pd sia legittimato a proporre una propria riforma da sottoporre a referendum.

Alla base sono convinto che la scarsa qualità del dibattito, la circolazione incontrollata e inarrestabile di informazioni false e tendenziose, l’effetto bolla dei social network e la fine dell’importanza dei fatti, ci impediscano di percepire per accettabile un gesto politico comprensibile in qualunque altro paese democratico. Per dire, in Francia sono alla XIII costituzione…

La Costituzione, ci ricordano dal fronte del No, è nata da uno sforzo di sintesi e collaborazione di tutte le forze politiche all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, e il suo obiettivo è di creare le regole del gioco comuni.

Prima domanda “filosofica”, a monte: “Perché dovremmo poter modificare la Costituzione?” A mio avviso, perché ha dimostrato alcuni limiti (per esempio l’abbondanza di governi dal 1948) o per adattarla ai tempi che cambiano, magari introducendo novità culturali emerse negli ultimi 70 anni – all’epoca non si parlava di uguaglianza di genere, né di matrimonio tra persone dello stesso sesso, per fare degli esempi.

Seconda domanda, di metodo: “Quali sono i limiti sensati a delle modifiche costituzionali?” Al di là delle previsioni tecniche (maggioranza qualificata o referendum confermativo), credo che una sola forza non possa permettersi di modificarla se al suo interno non è democratica, se il suo intervento ne stravolge il contenuto al fine di trarne dei benefici diretti e immediati,  se elimina gli oppositori dal gioco politico o inasprisce le disuguaglianze tra i cittadini. Nulla di tutto ciò è stato predisposto dal Ministro Boschi.

Entrando più nel merito, se andiamo a vedere le modifiche, al di là dei numeri snocciolati dal fronte del No, ci accorgiamo che non toccano minimamente le basi della convivenza civile in questa Nazione: rimane repubblica, parlamentare, democratica; si conservano l’afflato sociale, la libertà d’espressione o religiosa, tutte le garanzie e le tutele individuali, il ripudio della guerra.

L’intervento della Riforma riguarda gli aspetti della formazione delle leggi, la fiducia al Governo, i rapporti tra Stato e Regioni.

Sono stati modificati 47 articoli. Le modifiche più rilevanti riguardano gli artt. 70-73 e 117-119. I critici affermano che i nuovi articoli sono pesanti e illeggibili, eppure i vecchi artt. 117-119 non mi pare brillino per sintesi e comprensibilità.

Per 14 articoli le modifiche accolgono unicamente la monocameralità (si toglie la parola “Senato”), per 7 si tratta di modificare perifrasi che contengono la parola “Parlamento”, in 4 articoli si introduce o si leva una parola (circa). Magari, come nel caso dell’art. 97, si introduce pure una parola importante: “Trasparenza”.

Chi si lascia affascinare dagli argomenti del No pensa che le leggi oggi nascano in seguito a un processo semplicissimo; perdete due minuti per andare a leggere come stanno le cose.

In questo periodo, in cui si raccolgono i frutti di anni di delegittimazione della politica, di propaganda dozzinale che raccoglie una pur lecita rabbia, è facile pensare che un partito che esiste dal 2007 ed ha governato dal 2012 (anche in co-abitazione, beninteso), sia una accozzaglia di venduti, corrotti, mafiosi. Eppure non è il Pd ad aver creato il debito pubblico, o ad aver reso la nostra giustizia lenta e la burocrazia elefantiaca. Governare in fase di crisi endemica non paga – ma non si poteva lasciare il Paese senza guida per 6 anni. Avremmo preferito un commissariamento della Trojika?

Proviamo a conoscere un partito, il Pd, che raccoglie circa un terzo dell’elettorato italiano, che governa città importanti come Milano, Firenze, Bologna, 15 regioni italiane su 20, che contava 385.000 tesserati nel 2015, 6000 circoli sul territorio; nel 2014, alle elezioni europee, ha raccolto 11 milioni di voti. Il suo segretario è stato eletto con delle elezioni aperte a tutta la cittadinanza, cosa che non accade in nessun altro partito; la partecipazione ha contato 2.814.881 di elettori.

E le garanzie formali? Ci sono uno Statuto pubblico, una commissione di garanzia, uno storico dei bilanci dal 2008. E chiunque può entrare in un circolo, partecipare alla sua attività politica, iscriversi. Non ci sono test di ingresso né pregiudiziali. La leadership, come dimostra la vittoria di Matteo Renzi, è pure contendibile, con un processo aperto e trasparente. Davvero il Pd non può ambire a rappresentare un’ampia fetta della popolazione italiana e proporre una modifica sulla modalità di formazione delle leggi e sulla distribuzione dei poteri tra Stato e Regioni? Mi pare ne abbia tutta la legittimità in questo momento politico confuso. Perché poi il referendum costituzionale, aperto a tutti i potenziali elettori, consente al Paese di esprimersi. C’era bisogno di chiamare i partigiani a difendere la Costituzione? Suvvia, torniamo alla realtà e votiamo Sì.

 

 

 

Di formazione epistemologo, si occupa di tutela del consumatore e antiriciclaggio presso la Banca d’Italia. Ha lavorato per la Segreteria Tecnica del Ministro Giannini. Scrive di innovazione e start up per vari blog. Su Libertàeguale propone un punto di vista razionalista, perennemente critico di fronte a semplificazioni e facili mode di pensiero. Twitter: @andreadanielli

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