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M5S e Pd, due partiti troppo lontani per allearsi

Redazione giovedì 26 aprile 2018
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di Biagio de Giovanni*

 

La passeggiata su Roma, annunciata da Matteo Salvini come risposta a un eventuale governo Pd-Cinquestelle non ha nessun argomento dalla propria parte. Ma, per saperlo, pur essendo cosa assai evidente, è necessario un minimo di cultura delle istituzioni democratiche, cosa che raccomando di acquisire in questo caso al segretario della Lega, ma più in generale anche al suo concorrente Di Maio e a quella informazione che spesso fa loro corona. La scarsa considerazione delle istituzioni parlamentari si mostra alla luce del sole nella pretesa dei due leader di dire: abbiamo vinto e dobbiamo necessariamente esser parte di un governo, perché così ha voluto il popolo, ma in un regime proporzionale dire queste cose significa appunto ignorare l’abc del problema: in regime proporzionale solo chi raggiunge l’assoluta maggioranza in parlamento ha diritto automatico al governo. Tolta questa ipotesi, non ci sono né primi né secondi né terzi, ma solo partiti votati, chi più chi meno, che possono allearsi liberamente se trovano concordia su un programma e soprattutto, sottolineo, se possono riconoscersi nei loro principi costituenti.

Se però dalla dimensione istituzionale si passa a quella politica, allora lo scenario cambia. E lì anche le dichiarazioni programmatiche, diventate ormai di una impressionante genericità, non sono più sufficienti; lì si apre un altro orizzonte, quello delle identità politiche che si mettono a confronto, nel quadro determinato della situazione italiana. Che è per molti aspetti inquietante, come se lo squilibrio tra i poteri che contano, l’invasività di alcuni, il ritrarsi di altri, stesse creando una incertezza nei confini reciproci, fino a mettere in discussione la fisionomia normale di una democrazia politica. Ed è su questo anzitutto che va concentrata l’attenzione e misurata l’azione politica di ciascuno e soprattutto la possibilità delle alleanze: non tutto può essere ingoiato dai teatrini cui assistiamo o dai titoli di un programma.

In Italia si sono accumulate tante diseguaglianze, tanti problemi sociali dagli anni della crisi, e ad essi bisogna certo far fronte prioritariamente, ma la discussione in una grande nazione, e le scelte politiche, non si possono limitare a confrontarsi sulla tensione tra poveri e ricchi, tra ultimi e penultimi e così via dicendo. I temi che avanzano penetrano i confini di grandi problemi, le relazioni tra i poteri, le responsabilità della politica. Tutte questioni che sembrano assorbite da un dibattito pubblico in cui si dà l’idea che ognuno, politicamente parlando, può stare con chiunque, dal momento che i programmi sono collocati in un catalogo neutrale, magari compilato da autorevoli accademici, astuta iniziativa dei 5 stelle, con curioso plauso di molti. Siamo per davvero al di qua del bene e del male. È su questo che si costruisce una alleanza politica? Sono d’accordo sui punti 1,2,3 in dubbio sul 4, negativo sul 5, sugli altri si può vedere, e così via numerando? E la sostanza storica di una forza, di un partito, di una cultura, vanno seppelliti senza onori?

E veniamo al punto da cui sono partito. Istituzionalmente corretto il dialogo in corso. Politicamente, vorrei aggiungere la mia voce a quella di chi giudica un serio errore politico per il Pd una sua alleanza di governo con il Movimento 5 stelle, una forza che gli è alternativa fin nel midollo. C’è lontananza stellare tra le due forze politiche su questioni cruciali che il confronto cui assistiamo tende a gettare irresponsabilmente alle ortiche. Per i 5 stelle: la dipendenza da una impresa privata; il disprezzo della rappresentanza politica manifestato in mille modi; l’intenzione di instaurare il vincolo di mandato; l’autoritarismo spietato nel governo del Movimento; la demagogia su ogni tema toccato; l’indifferenza, da programma, sui conti pubblici; il passaggio da una idea a quella opposta in tempo quasi reale; il giustizialismo, vero, tragico tarlo italiano; il rigetto della prescrizione dei reati; l’idea di una società come anticamera di una colonia penale; l’indifferenza per l’Europa, quello e il contrario di quello. Ideologia? Quale peccato! Volgiamoci al concreto, chi prova a porre insensatamente qualche dubbio vecchia maniera, stia al posto suo. Le idee non esistono più, sono un ostacolo alla comprensione del reale.

Un post-scriptum. Siamo in molti colpiti dall’invasività della giurisdizione penale, di cui si potrebbero dare mille esempi. Essa si erge ormai pure a giudice della storia e della responsabilità della classe politica di una nazione. Certo, leggeremo le motivazioni della sentenza di Palermo sulla trattativa, e mi guardo bene dall’entrar nel merito del giudizio su singoli comportamenti personali, anche se colpito dai contrasti tra varie giurisdizioni che si sono pronunciate su temi collegati. Mi limito a chiedere: ma se, durante il sequestro Moro, il governo avesse deciso di trattare con gli stragisti-terroristi che avevano fatto fuori tutta la scorta del dirigente democristiano, e tanti altri prima di quei poveri, eroici agenti, se questo fosse avvenuto, sarebbe stato legittimo da parte della Procura di Roma aprire un fascicolo penale a carico della presidenza del consiglio? O lì lo avrebbe impedito il carattere presuntivamente politico del terrorismo rosso e del suo riconoscimento? La domanda è molto generale, ma bisogna incominciare a porla: quali sono i confini in cui si può muovere la responsabilità della politica in stato di eccezione?

 

(Fonte: Il Mattino, 25 aprile 2018)

 

*filosofo, ex parlamentare europeo

 

 

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