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No agli estremismi: per la sinistra c’è una terza via sull’immigrazione

Alessandro Maran mercoledì 5 Agosto 2020
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di Alessandro Maran

 

Garantire i diritti di chi arriva e quelli delle comunità locali che accolgono. Proposte concrete che è ora di ascoltare

 

Si sa che in Italia (come dappertutto e non da oggi) ci sono due sinistre, una riformista e l’altra redentiva. Tanto per capirci, non è vero che la sinistra (tutta la sinistra) sull’immigrazione sia cieca; che non voglia vedere il problema (e quindi non lo veda); che le posizioni di Minniti di contrasto al disordine migratorio e la tesi, contenuta nel libro di Matteo Renzi, “Avanti”, di mettere un numero chiuso agli ingressi dei migranti e di “aiutarli a casa loro” siano una novità assoluta (o peggio, un voltafaccia); e che la sinistra (tutta) abbia un approccio ideologico sul tema dell’immigrazione. Anche su questo tema, nella cultura della sinistra ci sono due anime nettamente distinte e, anzi, contrapposte. Non è, infatti, un caso che, solo per avere riportato un po’ di ordine nel caos delle ong e degli sbarchi, Gino Strada abbia accusato Minniti di avere una biografia da sbirro.

 

L’assemblea del Pd del 2010

Un esempio? Lo scontro che andò in scena all’Assemblea nazionale del Partito democratico che si svolse l’8 e 9 ottobre 2010 in provincia di Varese, a Malpensa Fiere a Busto Arsizio (nel “profondo nord”). Un contrasto vivace che vale la pena di ricordare, ora che sono ripresi gli sbarchi di immigrati illegali sulle coste siciliane e che il problema rischia di diventare di nuovo un tema di battaglia ideologica e, fatalmente, di bieca speculazione; ora che il Pd (se non vuole, come scrive Claudio Cerasa, limitarsi a scommettere sul processo a Salvini, ripercorrendo la via suicida della scorciatoia giudiziaria) deve provare a governare l’immigrazione (dotandosi di un progetto sull’immigrazione “per parlare alla pancia del paese”).

All’assemblea nazionale di Varese, sulla base dei lavori del demografo Massimo Livi Bacci, avevo messo a punto un documento sull’immigrazione (presentato da Movimento democratico, l’area del partito che allora faceva capo a Veltroni, e sottoscritto da tutti i leader della corrente, da Beppe Fioroni a Paolo Gentiloni) che, per usare le parole di Maria Teresa Meli che sul Corriere della Sera ne aveva riassunto i contenuti, “non ricalca le parole d’ordine care alla sinistra, ma affronta il problema in maniera del tutto inedita per una forza politica come il Pd”.

 

Agire di conseguenza

L’ordine del giorno era chiaro fin dalla premessa: “Il Pd comprende le preoccupazioni della gente sull’immigrazione”, che spesso ne minaccia i salari, le prospettive di lavoro, la sicurezza e mette sotto pressione l’edilizia pubblica, “e vuole agire di conseguenza”. Perciò “è impegnato a costruire un sistema per l’immigrazione che garantisca i diritti degli immigrati, consolidi le nostre comunità locali e promuova e protegga i valori espressi dalla nostra Costituzione. La gente ha bisogno di sapere che l’immigrazione è controllata, che le regole sono ferme e giuste e che c’è sostegno per le comunità alle prese con il cambiamento”.

Il documento rimarcava che “le nostre frontiere nazionali che costituiscono anche i confini esterni dell’Unione europea, devono essere più forti che mai” ed “evidenziava che i richiedenti asilo e i rifugiati, i profughi autentici, dovranno ricevere protezione: chiunque si trovi nelle condizioni stabilite nei trattati, dalle convenzioni e delle leggi deve essere accolto”, ma era molto chiaro: “Vogliamo assicurare attraverso l’introduzione di un sistema d’ammissione a punti che avremo gli immigrati di cui la nostra economia ha bisogno, ma non di più. Con il ritorno della crescita vogliamo vedere crescenti livelli di occupazione e salari crescenti, ma non crescente immigrazione”.

“Australia, Nuova Zelanda, Canada, Gran Bretagna e Danimarca – si leggeva nel testo presentato a Varese – hanno adottato strategie di questo tipo. Età, sesso, stato civile, istruzione, specializzazione, conoscenza della lingua, della cultura, dell’ordinamento del paese, si combinano in un punteggio, o valutazione, dell’ammissibilità dei candidati all’immigrazione. L’esito normale del processo di inclusione in queste società è l’acquisizione della cittadinanza, e questo avviene per la maggioranza degli immigrati”. Dunque, “si tratta di una politica migratoria selettiva: l’ammissibilità legata a una valutazione delle caratteristiche degli immigrati”, perché “venire, e ancor più restare in Italia, è un’opportunità e non un diritto”.

 

Un Fondo impatto immigrazione

Ma non finisce qui. Il documento prevedeva anche un’altra proposta “forte” che rappresentava un’ulteriore novità per la tradizionale politica dell’immigrazione adottata dal Partito democratico. “Riconosciamo inoltre – era scritto nel testo -– che l’immigrazione può mettere pressione sulla disponibilità di abitazioni e di servizi pubblici delle nostre comunità, perciò dobbiamo costituire un Fondo impatto immigrazione pagato dalle contribuzioni degli immigrati per aiutare le aree locali”. Anche in questo caso, una piccola rivoluzione per il Pd, mutuata dalla Gran Bretagna.

Ovviamente, l’approccio non era quello leghista e nell’ultima pagina vi era un paragrafo tutto dedicato ai diritti degli immigrati: “Poiché buona parte dell’immigrazione è di lungo periodo o permanente deve essere in grado di acquisire pieni diritti, politici e di cittadinanza. E le riforme devono riguardare lo snellimento delle procedure per ottenere la carta di soggiorno per ‘lungo residenti’; la concessione del voto amministrativo; l’accesso alla cittadinanza ai nati da residenti stranieri legalmente soggiornanti e ai minori cresciuti e formati in Italia”.

Il documento respingeva, inoltre, “le politiche ingiuste e inefficaci della destra” proprio perché “pur sapendo che l’immigrazione è un fenomeno strutturale di questo secolo e che gli immigrati diventano alla lunga un pezzo integrale di società non può e non vuole ammetterlo”. Nel nostro paese e in buona parte dell’Europa, rilevava l’ordine del giorno, siamo alle prese con una crisi demografica devastante (basterebbe dare un’occhiata al recente Bilancio demografico nazionale 2019 dell’Istat, che ha evidenziato, un nuovo minimo storico di nascite dall’unità d’Italia, un lieve aumento dei decessi e più cancellazioni anagrafiche per l’estero, per renderci conto di come siamo messi). Perciò “l’immigrazione non è un fatto congiunturale, per ovviare a temporanee strozzature del mercato del lavoro o per alimentare specifici settori. L’immigrazione è un fenomeno strutturale e tende a essere di insediamento, di popolamento, di cittadinanza. Pezzi di società che provengono da altri paesi si trapiantano nel nostro e sono destinati a diventarne parte integrante”.

 

Cambiare politica

Ma “se l’immigrazione non è una protesi temporanea ma un trapianto permanente, è necessario cambiare filosofia e cambiare politica. All’immigrato non bisogna chiedere che cosa sai fare o che lavoro ti appresti a fare nel nostro paese ma dobbiamo chiedere chi sei e qual è il tuo programma di vita. Non deve essere solo l’esistenza di un posto di lavoro che determina l’ammissione dell’immigrato ma anche la qualità del capitale umano, la capacità di fare parte della società e di contribuire alla sua crescita e la volontà di inclusione”.

“Oggi – concludeva Maria Teresa Meli – dopo una nottata di trattative in un’apposita commissione di lavoro, si saprà se il gruppo dirigente del Pd è disposto ad accettare la sfida sull’immigrazione lanciatagli dalla minoranza di Veltroni (tanto più che il documento è piaciuto anche a una parte della maggioranza interna e a una fetta degli amministratori locali del nord), o se preferirà attestarsi sul documento elaborato da Livia Turco, in linea con i temi e gli slogan tradizionali della sinistra”.

Sappiamo come è andata a finire. Non se ne fece nulla. Ma prima o poi (per respingere gli estremisti e tutti coloro che, come Salvini e Orbán, vogliono usare l’immigrazione per sfasciare l’Europa), tra gli estremisti umanitari e gli estremisti della paura, bisognerà finalmente adottare una terza via.

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