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Per un’Europa sovrana, unita e democratica

Redazione venerdì 3 novembre 2017
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di Emmanuel Macron

 

 

 

Sono venuto a parlarvi d’Europa. Ancora? Diranno alcuni. Dovranno abituarsi, perché continuerò: è la nostra storia, la nostra identità, il nostro orizzonte, ciò che ci protegge e ci assicura un futuro. Sembra che non sia mai il momento di parlare d’Europa, per alcuni è sempre troppo presto o troppo tardi. Ci siamo rassegnati alla tattica e abbiamo perso di vista l’obiettivo, perché è più comodo discutere di strumenti senza sapere dove stiamo andando, non spiegare mai dove vogliamo condurre i nostri popoli. I nostri paesi si sono abituati a non dire più ciò che pensano, o vogliono, spiegando che queste rinunce fanno parte di una tattica più ampia. L’esperienza ha invece mostrato che questo atteggiamento non ci fa andare da nessuna parte.

 

“L’Europa non vivrà che per l’idea che noi ne avremo”

 

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Venire a parlare qui, alla Sorbonne, ha un significato profondo per me. Tutti siamo affascinati dal prestigio di questo anfiteatro. La Sorbonne non fu da subito un edificio prestigioso, ha rappresentato a lungo soltanto un’idea di qualche erudito e dei suoi discepoli che costruivano il loro avvenire seduti su della paglia. Non è quindi questo anfiteatro che fa vivere oggi l’università, ma questa vive grazie all’idea che hanno del sapere i suoi professori e i suoi allievi. Un’idea il cui vigore ha già attraversato otto secoli.

Anche l’Europa è un’idea, portata avanti per secoli da dei pionieri, da degli ottimisti, da dei visionari. E l’Europa non vivrà che per l’idea che noi ne avremo. La sua forma può passare, ma la sua idea resterà.

Vivere collegialmente, questo era l’ideale di Robert de Sorbon. E da tutti i luoghi arrivavano qui gli intellettuali e gli eruditi che avrebbero forgiato il pensiero europeo. Attraverso le guerre e le crisi, attraverso tutte le peripezie della storia che hanno colpito l’Europa, questo pensiero non ha cessato di crescere, di ragionare. E laddove il caos avrebbe potuto trionfare la civiltà ha sempre vinto. Noi siamo gli eredi di tutta questa storia. Ma anche delle due deflagrazioni che hanno quasi distrutto il nostro continente nel secolo passato, le due guerre mondiali che hanno decimato l’Europa e avrebbero potuto annientarci. Abbiamo imparato dai nostri errori e ne siamo usciti, assieme. L’idea ha trionfato sulle rovine, il desiderio di fraternità ha trionfato sulla vendetta e sull’odio.  Fu la lucidità dei padri fondatori a trasformare questa lotta secolare per l’egemonia europea in cooperazione fraterna o in rivalità pacifica. Dietro alla Comunità per il carbone e l’acciaio o al mercato comune si trovava la promessa di pace, prosperità e libertà che ha attraversato la nostra storia.

 

L’Europa è cresciuta “al riparo”

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Ma in questi anni non ci siamo resi conto di quanto l’Europa crescesse al riparo. Al riparo dal resto del mondo in primo luogo. La sicurezza non era affar suo, perché assicurata dagli americani. La sua economia conosceva già il sentiero da seguire: raggiungere gli americani. Al riparo dai popoli, inoltre. Il progetto europeo, alla nascita, era la missione di pochi, figli di un continente dilaniato dalle passioni popolari. La sfida è sempre là, ma le dighe dietro alle quali l’Europa poteva trincerarsi sono scomparse. Ed ecco che oggi il continente è più fragile, esposto alle burrasche della globalizzazione e, cosa peggiore, a delle idee che si presentano come capaci di risolvere i problemi rapidamente.

Queste idee hanno un nome: nazionalismo, identitarismo, protezionismo, sovranismo. Queste idee molte volte hanno acceso bracieri dove l’Europa avrebbe potuto perire, ed eccole di nuovo riapparire con degli abiti nuovi proprio in questi ultimi giorni. Si dicono legittime perché sfruttano con cinismo la paura dei popoli. Troppo a lungo abbiamo ignorato la loro potenza. Troppo a lungo abbiamo creduto con certezza che il passato non sarebbe tornato, che la lezione fosse acquisita, e che quindi potevamo rilassarci e abbandonare un po’ di quest’ambizione, di questa speranza.

Ma le passioni tristi dell’Europa sono ancora qui, che tornano davanti a noi, e seducono. Sanno far dimenticare la scia di distruzione che, nella storia, le ha sempre seguite. Rassicurano e, oso dirlo, domani possono prendere il sopravvento. Ma non perché i popoli europei sono creduloni, non perché l’idea europea è morta!

Ma perché noi abbiamo, per incoscienza, debolezza o cecità, creato le condizioni della loro vittoria. Perché abbiamo perso quest’ambizione, e abbiamo smesso di difendere l’Europa, di proporre idee. Abbiamo permesso che s’instillasse il dubbio. Che dicono costoro ai nostri popoli? Che loro hanno la soluzione. Che loro li proteggeranno. Ma davanti a quali sfide? Tutte le sfide che ci attendono, dal riscaldamento globale alla transizione digitale passando per le migrazioni e il terrorismo, sono delle sfide mondiali davanti alle quali una nazione che si richiude in sé stessa non può fare che poche cose.

Queste persone mentono ai nostri popoli, ma glielo abbiamo lasciato fare: abbiamo fatto passare l’idea che l’Europa fosse solo una burocrazia impotente. Abbiamo, ovunque in Europa, spiegato che quando un obbligo andava rispettato, era un obbligo europeo. Che quando l’impotenza era alle porte, non eravamo noi i responsabili, ma Bruxelles. Dimenticando, così facendo, che Bruxelles non siamo altro che noi, sempre, a ogni istante. Non abbiamo più proposto niente, più voluto nulla. Non cederò nulla, nulla a quelli che promettono l’odio, la divisione o il ripiego nazionale. Non gli lascerò alcuna possibilità di dettare l’agenda.

 

Costruire la sovranità europea 

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La sola strada che assicura il nostro avvenire sta a noi, a voi tracciarla. Dobbiamo avere l’audacia di intraprendere questo cammino: l’Europa che noi conosciamo è troppo debole, troppo lenta, troppo inefficace, ma soltanto l’Europa può darci una capacità di azione nel mondo davanti alle grandi sfide contemporanee. Certo, esiste una sovranità europea da costruire, ed è necessario farlo. Perché? Perché ciò che costituisce e forgia la nostra profonda identità, quest’equilibrio di valori, questo rapporto alla libertà, ai diritti dell’uomo, alla giustizia, è ciò che è vietato sul resto del pianeta. L’attaccamento all’economia di mercato e alla giustizia sociale altrettanto. Ciò che l’Europa rappresenta non possiamo cederlo ciecamente né all’altro lato dell’Atlantico né ai confini dell’Asia. Tocca a noi difenderlo e costruirlo in questa globalizzazione. Sei sono le chiavi della sovranità futura dell’Europa

1. Un’ Europa che garantisca la sicurezza in tutte le sue dimensioni 

La prima chiave, fondamento di ogni comunità politica, è la sicurezza. L’Europa ha preso coscienza delle sue fragilità e della necessità di agire assieme. Dobbiamo ampliare i lavori contro il finanziamento del terrorismo e della propaganda terroristica su internet, rinforzare la nostra cybersicurezza e creare uno spazio di sicurezza e giustizia comune.

In materia di Difesa, il nostro obiettivo deve essere raggiungere una capacità di azione autonoma europea, complementare alla Nato. Progressi storici sono stati raggiunti nei mesi scorsi. A giugno abbiamo posto le basi per un’Europa della Difesa: una cooperazione strutturata e permanente, che permette di prendere degli impegni maggiori, di avanzare insieme e di coordinarci meglio. Abbiamo anche immaginato un fondo europeo di Difesa che finanzi le nostre capacità militari e la nostra ricerca.

Bisogna però andare oltre. Ciò che manca all’Europa è una cultura strategica comune. La nostra incapacità di agire insieme in modo convincente mette in causa la nostra credibilità in quanto europei. Non abbiamo le stesse culture parlamentari, storiche, politiche né abbiamo le stesse sensibilità. E non cambieremo tutto ciò in un giorno. Ma propongo da oggi di provare a costruire questa cultura comune attraverso un’iniziativa europea di intervento che sviluppi questa cultura strategica condivisa.

Propongo quindi ai nostri partner di accogliere nei nostri eserciti rispettivi dei militari di tutti gli altri paesi europei disposti a partecipare.

All’inizio del prossimo decennio l’Europa dovrà anche dotarsi di una forza comune d’intervento, di un budget della Difesa comune e di una dottrina comune.

Voglio che questa cultura comune si estenda, nella lotta contro il terrorismo, ai nostri servizi di sicurezza. Desidero la creazione di un’Accademia europea di intelligence per rafforzare i legami tra i nostri paesi con delle azioni di formazione e scambio. Di fronte all’Internazionale terroristica, l’Europa della sicurezza è il nostro scudo. I terroristi si infiltrano ovunque in Europa, le loro ramificazioni arrivano in tutti i nostri paesi. E’ dunque insieme che dobbiamo reagire e passare dalla prevenzione alla repressione. Ecco perché dobbiamo istituire una procura europea contro la criminalità organizzata e il terrorismo, oltre le competenze attuali.  I cambiamenti climatici minacciano la nostra sicurezza come mai accaduto prima, ecco perché propongo di creare una forza europea di protezione civile che metterà in comune i nostri mezzi di soccorso e di intervento.

 

2. Un’ Europa che risponda alla sfida migratoria 

Assicurare la nostra sovranità è la seconda chiave del nostro rilancio, e per farlo abbiamo bisogno di controllare le nostre frontiere preservando i nostri valori.

La crisi migratoria non è una crisi passeggera, ma una sfida che durerà a lungo. Non è che con l’Europa che potremo proteggere efficacemente le nostre frontiere, accogliere degnamente chi ha diritto all’asilo, integrarlo per davvero, e allo stesso tempo rinviare rapidamente coloro che non hanno diritto alla protezione del diritto internazionale. Se lasceremo alcuni dei nostri alleati sommersi dagli arrivi di massa, senza aiutarli a gestire le loro frontiere, se le nostre procedure d’asilo resteranno lente e disparate, se saremo incapaci di organizzare insieme il ritorno di chi non ha diritto a restare, mancheremo sia di efficacia sia di umanità.

Bisogna quindi costruire uno spazio comune di frontiere, asilo e immigrazione. Propongo inoltre la creazione di un reale Ufficio europeo per l’asilo, che acceleri e armonizzi le nostre procedure, e che infine siano disponibili delle schedature digitali e dei documenti di identità biometrici, visto che già oggi trattiamo in Francia decine di migliaia di domande d’asilo che i nostri partner europei hanno già esaminato e rifiutato.

Dobbiamo finanziare dei programmi di formazione e integrazione per i rifugiati senza lasciare il fardello solo ad alcuni, che siano paesi di arrivo o di integrazione finale. Soltanto la stabilizzazione e lo sviluppo dei paesi d’origine porranno un freno agli arrivi, che sono nutriti dalle diseguaglianze e dalle crisi che queste generano.

 

3. Un’Europa rivolta verso l’Africa e il Mediterraneo 

Se l’Europa deve avere una frontiera che dobbiamo proteggere e far rispettare, deve anche avere un orizzonte. Questo orizzonte è quello della sua politica estera. Ci sono delle priorità, e sono chiare: il Mediterraneo in primo luogo, cuore della nostra civiltà. Gli abbiamo voltato le spalle finora e non abbiamo osato affrontare le varie crisi. 

Non dobbiamo vedere più l’Africa come un vicino che ci minaccia, ma come il partner strategico con il quale affrontare le sfide di domani: l’impiego dei giovani, la mobilità, la lotta contro il cambiamento climatico, le rivoluzioni tecnologiche. Vorrei che ci impegnassimo tutti a rilanciare l’aiuto pubblico allo sviluppo dell’Africa, e per finanziarlo ho una proposta: una tassa sulle transazioni finanziarie europee.

Conosciamo a memoria questo dibattito: perché ogni volta queste iniziative si traducono in un fallimento? Perché le modalità tecniche che vengono infine individuate penalizzano questo o quel paese. Faccio quindi una proposta semplice. Ci sono due paesi in Europa che hanno già una tassa sulle transazioni finanziarie. Il primo è la Francia. Prendiamo questa tassa, generalizziamola a livello europeo e doniamone  la totalità all’aiuto pubblico per lo sviluppo.

Ma c’è un altro paese che ha istituito una propria tassa sulle transazioni finanziarie: la Gran Bretagna. A quelli che temono una concorrenza sleale a causa di una tassa troppo alta che danneggia la capacità di creare l’attività economica, dico state tranquilli. Se decidiamo collettivamente di adottare la tassa britannica, nessuno potrà dire che questa impatterà sulla competitività degli stati all’interno dell’Unione. Utilizziamo una delle due tasse, non importa quale, ma almeno facciamo un passo in avanti.

L’avrete capito, la terza chiave della nostra sovranità è questa politica estera, questo partenariato con l’Africa, questa politica di sviluppo che deve condurci a fondare un vasto progetto che riposa su degli investimenti incrociati sull’istruzione, la sanità, l’energia.

 

4. Un’Europa modello di sviluppo sostenibile

La quarta chiave della nostra sovranità è diventare capaci di rispondere alla prima delle grandi trasformazioni del mondo: la transizione ecologica.

L’Europa, oggi, è davanti a una scelta: vogliamo continuare a produrre come abbiamo sempre fatto oppure desideriamo accelerare e diventare i leader di un nuovo modello produttivo? Io ho fatto la mia scelta, credo profondamente che l’Europa debba essere all’avanguardia della transizione ecologica efficace ed equilibrata.

Per farlo, bisogna trasformare i nostri trasporti, i nostri alloggi, le nostre industrie. Bisogna dare un giusto prezzo ai combustibili fossili, che sia sufficientemente elevato per assicurare questa transizione. Questa transizione impone anche di avere un mercato dell’energia che funzioni davvero e dunque necessita un maggiore investimento sulle interconnessioni. Abbiamo dei paesi dove la produzione di energia rinnovabile è molto semplice, e dobbiamo far sì che anche laddove una produzione del genere è più complessa arrivino i benefici. Allo stesso modo, dobbiamo mutualizzare l’energia nucleare prodotta da alcuni paesi, poco inquinante e a basso costo. Avremo un mercato europeo dell’energia che funziona meglio se sviluppiamo in maniera accelerata queste interconnessioni.

E’ necessario anche che le nostre imprese esposte alla globalizzazione siano uguali alle imprese concorrenti che vengono da altre regioni del mondo dove non ci sono le stesse esigenze ambientali. Ecco perché bisogna istituire una tassa sui combustibili fossili alle frontiere con l’Europa. Diamoci un obiettivo: tra cinque o dieci anni, non importa. Basta che iniziamo a farlo. Questa ambizione europea non deve essere soltanto difensiva. E’ la ragione per la quale propongo anche di fare un programma industriale europeo di sostegno ai veicoli non inquinanti e allo sviluppo di infrastrutture comuni in modo da rendere possibile attraversare l’Europa senza danneggiarla.

Dobbiamo poi porci una domanda: la nostra politica agricola comune protegge davvero i nostri agricoltori e i nostri consumatori? La politica agricola non deve essere una politica di superamministrazione di tutti i territori dell’Unione; troppo spesso è una politica di reddito che accompagna approssimativamente le transazioni, e che produce degli schemi complessi che abbiamo difficoltà a spiegare ai nostri popoli. La politica agricola europea deve permettere di far vivere degnamente gli agricoltori e proteggerli dagli alea del mercato e dalle grandi crisi. Ci saranno sempre più modelli agricoli in Europa e mi piacerebbe che ogni paese possa accompagnare questa trasformazione secondo le sue ambizioni e preferenze. In altri termini, vorrei che noi concepissimo una politica agricola comune che lasci più flessibilità ai paesi per organizzare la vita dei loro territori e della loro filiere, e che elimini la burocrazia. Bisogna quindi stabilire una forza europea di inchiesta e di controllo per lottare contro le frodi, garantire la sicurezza alimentare, assicurare il rispetto degli standard di qualità.

 

5. Un’Europa dell’innovazione e della regolamentazione adeguate al mondo digitale

La quinta chiave della nostra sovranità passa per il digitale. La trasformazione digitale non è un semplice aneddoto, né un solo settore di attività. E’ la trasformazione del nostro immaginario. L’Europa ha questa capacità unica di conciliare la libertà, la solidarietà e la sicurezza, ed è ciò che la rivoluzione digitale mette in gioco. E quindi dobbiamo fare di tutto per avere dei campioni del digitale in Europa.

E lo dico chiaramente: non è più l’epoca in cui le nostre economie possono crescere come se fossero chiuse, come se i talenti non si muovessero e come se gli imprenditori fossero attaccati a un palo. Può non piacerci, ma il mondo non funziona più così. La rivoluzione tecnologica possiamo però cavalcarla, attirando talenti e creandone di nuovi.

Creiamo nei due anni che abbiamo davanti un’Agenzia europea per l’innovazione, come fecero gli Stati Uniti con la Darpa al momento della conquista spaziale. Finanziamo le ricerche nei settori dell’intelligenza artificiale, accettiamo di prendere dei rischi. Se avessimo un’agenzia del genere saremmo all’avanguardia e non saremmo più costretti a inseguire gli altri. E piuttosto che lamentarci che i grandi campioni del digitale siano oggi americani e domani cinesi, mettiamoci in condizione di creare campioni europei, inventiamo delle regole efficaci che garantiscano la sicurezza di questa grande rivoluzione che stiamo vivendo.

Il progetto di mercato unico del digitale è a questo titolo un’occasione unica che dobbiamo cogliere per costruire regole che proteggono le libertà individuali e il rispetto del segreto al quale ciascuno ha diritto. Regole chiare ci permetteranno di proteggere i dati economici delle nostre imprese e di lasciare intatto il mercato leale. Le grandi piattaforme digitali, la protezione dei dati, sono il cuore della nostra sovranità.

E anche a livello di tassazione comune dobbiamo iniziare a ragionare. Non possiamo accettare di avere degli attori europei che vengono tassati e degli attori internazionali che non lo sono, attori digitali che non hanno alcuna imposizione fiscale e fanno concorrenza ai soggetti economici tradizionali che invece le tasse le pagano. Questa tassa è giusta perché tassa in maniera equa il valore che si crea in un paese e ricorda semplicemente un elemento fondamentale delle nostre filosofie e democratiche, e che ci sono dei beni comuni da finanziare e che tutti gli attori economici devono contribuirvi.

Ciò che voglio per l’Europa non è semplicemente che affronti da protagonista la transizione digitale ma che costruisca un quadro che le permetterà di difendere i nostri valori e i fondamenti della nostra civiltà. Ecco perché in questa Europa del digitale dobbiamo difendere il nostro diritto d’autore, e difenderlo ovunque esista un valore creato da un nostro cittadino. Non è un dibattito che si riferisce a un’altra epoca. Si stigmatizza la Francia dicendo “sappiamo bene cosa volete dirci, volete parlarci del vostro diritto d’autore”. Ma i registi di talento che vengono da tutta Europa sanno bene che senza un immaginario europeo non possiamo avere giustizia per chi lavora in questi settori.  E’ accettabile che il nostro continente digitale sarà un continente dove il valore non è di chi lo ha creato ma di colui che lo trasporta fino al suo consumatore finale? Se noi siamo qui oggi, che resistiamo davanti al mondo che accelera e cambia, è perché abbiamo delle emozioni, una cultura comune, perché coloro che raccontano e coltivano ciò che ci unisce davvero sono tutelati. La vera autorità in Europa sono gli autori. Il diritto d’autore deve dunque essere difeso nello spazio digitale contemporaneo. Ne va della dignità dell’Europa, della sua capacità di non rinnegare sé stessa: per completare la transizione digitale dobbiamo difendere la giusta remunerazione di tutti gli autori e di tutte le forme di creazione nelle piattaforme digitali.

 

6. Un’Europa come potenza economica e monetaria

La sovranità, infine, è potenza economica, industriale e monetaria. E’ anche la riuscita di una politica spaziale ambiziosa e del consolidamento di un’industria europea competitiva su scala mondiale. Ma una potenza economica sostenibile non può che costruirsi attorno alla stessa moneta, ed è per questo che sono profondamente legato all’ambizione della zona euro. La sfida principale non è creare un meccanismo che per magia risolva tutti i problemi: se esistesse lo avremmo già creato. Non è mutualizzare i nostri debiti passati né regolare i problemi di finanza pubblica di uno stato o di un altro.

La sfida è ridurre la disoccupazione che colpisce ancora un giovane su cinque nella zona euro.  Noi faremo le riforme e trasformeremo il nostro paese anche per supportare la nostra ambizione europea.

Non ho linee rosse ma orizzonti e questa responsabilità che ho nei confronti del mio paese l’assumo e l’assumerò perché è interesse della Francia e dell’Europa che io lo faccia. A condizione che si creino regole e strumenti comuni. Abbiamo bisogno di convergenza e stabilità per fare le riforme nei nostri paesi ma anche di una coordinazione delle nostre politiche economiche e un budget comune. Perché questi progetti che ho citato dobbiamo finanziarli. Abbiamo bisogno di più investimenti, di mezzi per stabilizzare chi ha difficoltà durante gli choc monetari: uno stato non può far fronte da solo alle crisi se non decide più la propria politica monetaria. Le risorse di questo budget devono riflettere queste ambizioni.

Le tasse europee nel settore digitale e ambientale potranno costituire una vera risorsa europea per finanziare le spese comuni.

Un budget non può però prescindere da una guida politica forte, un ministro comune e un controllo parlamentare esigente a livello europeo. Soltanto la zona euro con una moneta forte e internazionale può offrire all’Europa lo status di potenza economica mondiale.

 

Un’Europa unita

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Accanto a queste sei battaglie per la sovranità c’è la battaglia per l’unità che intendo condurre. Non avremo un’Europa forte e sovrana se non è unita e coerente. Dobbiamo assicurare l’unità senza cercare l’uniformità. L’Europa a ventotto non può funzionare come l’Europa a sei. Solo se rispettiamo il ritmo di ogni paese potremmo creare il desiderio di avanzare nell’integrazione.

Per forgiare questa unità abbiamo due radici che vengono in aiuto. La solidarietà e la cultura. Abbiamo parlato molto di responsabilità, dimenticando la solidarietà. Ma il mercato comune, lo spirito stesso dell’Europa è, come diceva Jacques Delors: “la concorrenza che stimola, la cooperazione che rinforza e la solidarietà che unisce”. Ecco perché sto combattendo per riformare la direttiva sul lavoro distaccato, che ha creato un’Europa dove esiste il dumping sociale e questo distorce la filosofia stessa dell’unità del nostro mercato del lavoro. Ecco perché sono felice della proposta di Jean Claude Juncker di creare un’Autorità europea di controllo per verificare il rispetto delle regole sul lavoro. Su questo aspetto ho due proposte.

 

1. Una solidarietà concreta grazie alla convergenza sociale e fiscale

La prima è un’imposta sulle società nell’Unione europea: non possiamo avere una tale divergenza nelle imposte sulle società. Questa divergenza fiscale nutre una forma di disunione, disgrega i nostri modelli e fragilizza tutta l’Europa. Ecco perché desidero che si definisca una forchetta di tassi e si obblighi gli stati a rispettarla. Il rispetto di questa forchetta condizionerà l’accesso ai fondi europei di coesione: non possiamo beneficiare della solidarietà europea e giocare contro gli altri.

La seconda proposta è per definire una vera convergenza sociale e avvicinare progressivamente i nostri modelli. C’è una tendenza alla chiusura, ovunque le democrazie hanno spinto all’estremo la competitività senza giustizia ne hanno poi pagato le conseguenze, come gli Stati Uniti e il Regno Unito. In Europa abbiamo quindi bisogno di ricostruire la grammatica di un modello sociale rinnovato, non quello del ventesimo secolo ma uno nuovo, che a livello europeo ci consenta di competere con il resto del mondo. 
Dobbiamo infine definire un salario minimo adatto alla realtà economica di ogni paese, ma progressivamente rientrare in questa logica e farlo convergere.

 

2. Il cemento della cultura e del sapere

Il legame più forte dell’Unione sarà sempre la cultura e il sapere. Perché questa è un’Europa dove ogni europeo riconosce il suo destino nel profilo di un tempio greco o il sorriso della Monna Lisa, che ha conosciuto le emozioni attraverso tutta l’Europa leggendo Musil o Proust, l’Europa dei cafés, di cui parla Steiner, l’Europa di cui Suares diceva di vedere “una legge, uno spirito, un costume”, un’Europa dei paesaggi e del folklore. Erasmo, uno dei precursore di tutto ciò, diceva che bisogna domandare a ogni giovane di “percorrere il continente per apprendere altre lingue e disfarsi del suo naturale stato di selvaggio”.

La nostra frammentazione non è che superficiale, e in realtà è la nostra migliore opportunità. Al posto di lamentarci del funzionamento delle nostre lingue, facciamone una risorsa! Nel 2024 metà dei giovani europei dovranno aver passato, prima dei 25 anni, almeno sei mesi in un altro paese europeo. Che siano studenti o tirocinanti. Propongo la creazione di università europee che costruiscano reti in più paesi, che mettano in atto un percorso dove ciascuno dei propri studenti studi all’estero e segua dei corsi almeno in due lingue. Ma i legami devono essere intessuti già dal liceo. Per far questo, propongo di istituire un processo di armonizzazione o riconoscimento reciproco dei diplomi di insegnamento secondario, come abbiamo fatto con il sistema Bologna per le università.

 

Un’Europa democratica

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Infine, l’essenza del progetto europeo è la democrazia. Come negli anni ‘30, la democrazia è accusata di essere debole. Oggi c’è, in Europa, una fascinazione per le democrazie illiberali e per un unilateralismo brutale. Si dice che l’Europa è diventata inefficace e con essa la democrazia. E’ il contrario di quello che difenderò: sovranità, unità e democrazia sono, per noi, indissociabili. E quelli che pensano che potremo scegliere la sovranità senza la democrazia si sbagliano!

Dobbiamo però voltare la pagina di una forma di costruzione europea. I padri fondatori hanno costruito l’Europa al riparo dai popoli, perché erano un’avanguardia illuminata, perché forse potevano permetterselo, e hanno fatto passi in avanti provando che quel metodo funzionava. Ma questa pagina si è inceppata sul dubbio democratico europeo, quello che il “no” ai referendum francese e olandese ci ha fatto vivere. E io credo che noi non abbiamo fatto bene a far avanzare l’Europa nonostante i popoli. C’è stato un momento in cui abbiamo pensato che dovevamo, in qualche modo, far avanzare l’Europa nonostante tutto.

 

1. La necessità del dibattito: le convenzioni democratiche

E’ stato un errore, e questo errore è stato aggravato dalla mancanza di proposte. Semplicemente, come metodo, non dobbiamo più aver paura dei popoli e far evolvere l’Europa senza di loro. Dobbiamo rifondare il progetto europeo con e per il popolo, con un’esigenza democratica molto più forte di una semplice domanda che possiamo porre tramite referendum alla quale basta rispondere in modo binario, “sì” o “no”.

Organizziamo un dibattito aperto, libero, trasparente, per costruire questo progetto e dare un contenuto diverso alle elezioni europee del 2019. Lo dico chiaramente: tutti quelli che hanno paura di farlo si sono troppo abituati all’idea che si costruiscono progetti intelligenti solo nella complessità e nell’opacità. Non è vero. Se oggi andate a parlare con un agricoltore che soffre, lui vi risponderà che è colpa dell’Europa, ed il Front national ha approfittato per anni di questa cosa. Ma se voi cominciate a entrare nella discussione, e gli chiedete cosa vuole, quali sono le azioni concrete che pretende dalla politica per proteggerlo, allora potrete convincerlo che l’Europa non è la fonte di tutti i suoi problemi. A volte queste persone vogliono semplicemente un’altra Europa, e dopo una discussione aperta si renderanno conto da sole che l’Europa può proteggerli meglio di una politica nazionale assurda. Questo dibattito permetterà anche di ritrovare il senso delle nostre politiche comuni. Non bisogna averne paura, così come non bisogna temere di costruire un dibattito europeo per le elezioni del 2019.

 

2. Il rafforzamento del Parlamento europeo : le liste transnazionali

Per costruire questo spazio democratico che ancora non esiste è necessario mettere insieme delle liste transnazionali che permetteranno agli europei di votare per un progetto coerente e comune. Come? I britannici hanno deciso di lasciarci, liberando 73 posti di deputati. Possiamo dividerceli per quote, ogni paese ne prenderà un po’, e tutto andrà avanti com’è sempre stato. Oppure possiamo eleggerli a livello europeo e non più nazionale: fare di questi 73 deputati la nostra risposta alla Brexit.  

Ma ciò che è apparso chiaro alle presidenziali francesi del maggio scorso, è che ciò che ha tenuto insieme molti di voi nei partiti classici non esiste più. Il rapporto con l’Europa non è più lo stesso, da parte dei grandi partiti, e chi vi è iscritto non vede più le cose come un tempo. E allora non lascerò ai partiti tradizionali europei il monopolio sull’Europa e sulle elezioni europee.

E’ il momento per una rifondazione dal basso, che parta dai cittadini. E mi piacerebbe che alle elezioni successive, quelle del 2024, il vero passo in avanti possa essere eleggere metà del Parlamento attraverso liste transnazionali. Ecco perché dobbiamo iniziare ora, nel 2019, con un primo gradino. E’ il momento giusto. Chi vi dice che bisogna attendere, è lo stesso che sostiene che bisogna attendere da anni, o da decenni. La procrastinazione è la cugina di questa inerzia di cui ho parlato all’inizio. Chi sostiene che i tempi non sono maturi vuol farsi sfuggire l’ennesima occasione. Ma noi siamo minacciati e l’audacia è la sola risposta possibile! L’ambizione, la sola opposizione! Non abbiate paura, andiamo avanti, insieme.

 

Quale Europa nel 2024?

 

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1. L’Unione europea, il nostro quadro comune

Il secondo pilastro è il mercato unico che resta la migliore garanzia della nostra potenza, della nostra prosperità, del nostro essere attrattivi. Il lavoro di semplificazione che ha portato avanti la Commissione negli ultimi anni deve essere proseguito e amplificato. Vorrei che noi riprendessimo il dibattito europeo che avevamo lanciato prima del voto britannico. Sui trattati commerciali io sono pronto a seguirvi, a condizione, però, che la nostra politica commerciale venga profondamente rinnovata e cambiata. Non voglio nuove discussioni commerciali con le regole di ieri, regole che hanno condotto a delle situazioni assurde come quelle che hanno generato l’accordo tra Europa e Canada. Abbiamo bisogno di negoziati trasparenti e di progetti di applicazione degli accordi commerciali. Abbiamo bisogno di un’esigenza ambientale nei nostri dibattiti commerciali. E abbiamo bisogno di una reciprocità creando un procuratore commerciale europeo che sia incaricato di verificare il rispetto delle regole da parte dei nostri concorrenti e di sanzionare ogni pratica scorretta.

Per funzionare meglio, quest’Unione Europea non potrà sfuggire alla riforma delle sue istituzioni. Non possiamo continuare a lavorare con una Commissione di quasi  trenta membri, nella quale ognuno finisce per vegliare sull’interesse del proprio paese. Questa situazione va contro il senso e  lo spirito del progetto europeo.

Una commissione di 15 membri deve essere il nostro orizzonte e per raggiungerlo basta fare una cosa semplice: che i grandi paesi fondatori rinuncino al loro commissario per iniziare. Diamo l’esempio. Ciò permetterà di mettere insieme le competenze al posto di frammentarle.

Questa Unione di mercato e del diritto ha vocazione ad allargarsi ancora. Questa Unione Europea, fondata sui valori e sul mercato unico, così semplificata, rifondata, più vicina ai nostri cittadini, più esigente in materia commerciale, è un’Europa che deve ancora completare le sue le frontiere. Questa Unione, se gli stati che chiedono di farne parte rispetteranno pienamente il nostro diritto e le nostre esigenze democratiche, dovrà aprirsi ai Balcani. Perché siamo ancora attrattivi e la nostra aura è un fattore essenziale di pace e stabilità nel nostro continente.

Chi vuole entrare nell’Unione dovrà rispettare condizioni previste, ma attrarre gli stati della regione è necessario, non possiamo permettere che ci voltino le spalle e guardino verso la Russia o la Turchia, potenze autoritarie che oggi non difendono i nostri valori. Allo stesso modo, in questa Unione che farà valere i suoi valori intransigenti e costruirà un mercato efficace, anche il Regno Unito potrà ritrovare il suo posto. Ecco perché non ho parlato della Brexit oggi pomeriggio. Le discussioni in corso non definiscono il futuro dell’Europa, ma non immagino che il Regno Unito non possa ritrovare il suo posto in futuro, tra noi.

 

2. La differenziazione attraverso l’ambizione

Dopotutto l’Europa è già a più velocità, non possiamo continuare a fare finta di non vederlo o ad avere paura di ammetterlo. E’ proprio perché chi intende andare più veloce non osa farlo che il gusto stesso della nostra ambizione si è perso, abbiamo dato l’impressione agli altri paesi che chi voleva essere l’avanguardia dell’Europa non osava più proporre, avanzare, perfino riunirsi per discuterne! Allora andiamo verso queste differenze di integrazione, verso queste avanguardie, questo cuore dell’Europa. Su tutte le nostre grandi sfide dobbiamo avanzare accelerando il ritmo ed elevando le nostre ambizioni.

Nessuno deve essere escluso da questa dinamica, ma nessun paese deve poter bloccare chi vuole avanzare più veloce o più lontano.

Lo dico qui, riprendendo le proposte di Mario Monti e Sylvie Goulard di qualche anno fa, l’idea che chi vuole meno Europa possa bloccare gli altri è un’eresia. Quest’ambizione è sempre stata il fermento dell’unità e della sovranità europea. Allora oggi prendo la responsabilità di proporre, di andare più avanti, di osare parlare di Europa e di ritrovare per essa delle parole di affetto e ambizione. Non voglio imporre, forzare, pretendere di reinventare tutto, troppe cose sono state già dette, è vero, ma oggi volevo proporre una visione coerente, ambiziosa, proporre un cammino, un orizzonte piuttosto che dibattere di strumenti, regole, numeri.

 

3. L’impulso franco-tedesco

A due giorni dalle elezioni del nostro principale alleato, voglio complimentarmi ancora con Angela Merkel con la quale continuerò a lavorare, perché condividiamo lo stesso impegno europeo. Conosco il suo profondo impegno europeo. E conosco anche il suo dispiacere per aver visto dei discorsi odiosi e nazionalisti arrivare a raccogliere così tanto consenso.

Alla Germania propongo una nuova alleanza. Non saremo d’accordo su tutto, almeno non subito, ma discuteremo di tutto. A chi dice che il nostro obiettivo è impossibile, rispondo: voi avete ceduto alla rassegnazione, io no.

Su tutti i soggetti che ho evocato, possiamo dare un impulso franco-tedesco decisivo e concreto. Perché non iniziare subito, insieme, e costituire l’Agenzia europea dell’innovazione, lanciare un programma comune di intelligenza artificiale che farà dell’Europa il motore della crescita mondiale? Perché non darsi, da qui al 2024, l’obiettivo di integrare totalmente i nostri mercati applicando le stesse regole alle nostre imprese, al nostro diritto commerciale e fallimentare?

 

4. Il gruppo della rifondazione europea

Questa ambizione la condividiamo anche con l’Italia. Da domani sarò con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, per prendere insieme i primi impegni che ci conducano verso questo orizzonte.

Ma questa visione la condividiamo anche con tanti altri, con la Spagna, il Portogallo, il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo. Iniziamo subito. Da qui all’estate del 2018 lavoreremo per precisare e proporre le misure che metteranno in opera le sei chiavi della sovranità di cui vi ho parlato.

Vedete, arrivo alla fine di queste proposte e non mi avete sentito parlare di strumenti concreti. Perché la nostra ossessione è stata parlare di trattati, di budget, di capacità, di meccanismo piuttosto di parlare di progetti. Questo metodo non permette di andare avanti, cambiare un trattato non è un fine in sé, ma uno strumento al servizio di un’ambizione. E lo dico a tutti i dirigenti europei, a tutti i parlamentari, a tutti i nostri popoli: guardate la nostra epoca, e vi renderete conto che non godete del lusso delle generazioni precedenti che hanno potuto gestire ciò che era appena stato costruito. Potete decidere di lasciare a ogni elezione un po’ più di spazio ai nazionalisti, a chi detesta l’Europa e, tra cinque, dieci o quindici anni ritrovarli più potenti di quanto avevate immaginato. O potete scegliere di assumere la responsabilità, ovunque, di far avanzare questa Europa prendendone tutti i rischi: tocca a noi farlo, tocca a noi perché le cicatrici che segnano il nostro continente sono le nostre cicatrici. E’ arrivato il tempo dell’orgoglio, dobbiamo evitare che i nostri giovani finiscano nelle mani degli estremisti. Abbiamo una responsabilità verso di loro e verso le generazioni future, che è quella di guadagnare la loro gratitudine, altrimenti meriteremo il loro disprezzo. Io ho scelto.

 

Emmanuel Macron

Discorso alla Sorbona (testo originale qui)

Parigi, 26 settembre 2017

 

 

Nota redazionale

  • Si ringrazia il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa per averci concesso l’uso del testo tradotto dalla redazione
  • I titoli dei paragrafi sono redazionali
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