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Ponte Morandi: c’è anche un dibattito culturale

Francesco Gastaldi venerdì 11 gennaio 2019
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di Francesco Gastaldi

 

La questione Ponte Morandi, il nuovo progetto, il decreto Genova, i finanziamenti, le ditte, il ruolo di Renzo Piano, ma non solo.

Il dibattito culturale, anche se un po’ larvale e oscurato dalla volontà di procedere con una nuova grande opera c’è, esiste e continua ad essere aperto in alcuni convegni in aule di facoltà di ingegneria e architettura italiane, non tutti gli esperti sono convinti che la strada intrapresa dal sindaco-commissario Marco Bucci, primo cittadino di Genova, sia quella giusta.

In molte sedi accademiche e culturali è stato ribadito il valore simbolico del ponte Morandi anche da un punto di vista storico e della storia dell’ingegneria italiana, docenti ed esperti in più occasioni hanno messo in guardia da atteggiamenti troppo semplificatori, secondo alcuni degli intervenuti non andava escluso a priori un progetto di reintegro della parte crollata una volta accertata la stabilità delle altre parti, anche per salvaguardare la valenza dell’opera consolidata anche nel paesaggio urbano del capoluogo ligure.

Critiche sono state mosse al progetto selezionato, quello riconducibile all’idea di Renzo Piano dal professor Enzo Siviero rettore dell’Università e-Campus in un recente convegno tenutosi proprio a Genova in val Polcevera. Il docente ha evidenziato la necessità di un attento progetto con valutazione degli aspetti riguardanti l’inquinamento acustico e ambientale, nonché una esatta stima dei costi, dei tempi e degli impatti sul territorio, anche in termini gestionali e organizzativi del cantiere di demolizione.

L’architetto Luca Zevi, vicepresidente Inarch (Istituto Nazionale di Architettura), si è più volte espresso, in sede nazionale affinché si possa prendere in considerazione seriamente la possibilità di restaurare e reintegrare il Viadotto Morandi anziché demolirlo e ricostruirlo.

Sullo stesso tenore Antonino Saggio, docente alla Facoltà di Architettura de La Sapienza a Roma, che nei mesi scorsi ha promosso una raccolta di firme in rete e ha scritto: “Nei giorni in cui si sta cominciando ad abbattere il Ponte Morandi voglio mettere una foto del Viadotto sul Maracaibo restaurato dopo un incidente ancora più grave di quello di Genova. Quello che è successo a Genova e quello che ancora vedremo è un simbolo dell’Italia di oggi” e ancora “In un paese come l’Italia che dovrebbe avere al centro la valorizzazione delle risorse esistenti, e l’uso sostenibile dell’ambiente si intende procedere all’abbattimento e allo smaltimento di circa 250mila tonnellate di materiale in zona urbana invece di recuperare il 20% di un capolavoro (il solo crollato) dell’architettura moderna”.

In un articolo apparso recentemente su Il Foglio, Sergio Bettini (docente ad Architettura a Mendrisio nell’Università della Svizzera Italiana) e Matteo Grilli (ingegnere) hanno ribadito come le ragioni favorevoli alla demolizione siano secondo loro “principalmente di natura simbolica e non tecnica, tantomeno economica e culturale. Ma la rimozione dei simboli ha sempre generato l’effetto opposto a quello auspicato, ovvero rimuovere la memoria della tragedia e ripetere più rapidamente gli errori del passato. La rimozione del ponte Morandi è estranea alla cultura della conservazione e del restauro che, ricordiamolo, sono punti di eccellenza e di riconoscibilità della cultura italiana nel mondo”.

Infine da più parti, compreso un mio contributo apparso sul sito www.stradeonline.it, si è dibattuto il ruolo eccessivo alle ‘archistar’ (in questo caso il riferimento è a Renzo Piano), evidenziando come negli anni più recenti, anche in Italia, alcune domande sono sorte sul loro ruolo nell’ambito dei processi di trasformazione urbana: accelerano le procedure burocratiche? Attirano finanziamenti per la realizzazione dei progetti? Provocano un aumento dei valori immobiliari? Creano legittimazione nell’opinione pubblica e affidabilità per operazioni che altrimenti non lo avrebbero?”

Insomma, il dibattito c’è, ma ormai forse il dado è tratto…

Francesco Gastaldi (1969) è Professore associato di urbanistica presso l’Università Iuav di Venezia. È stato ricercatore presso la stessa università nel periodo 2007-2014. Laureato in architettura presso l’Università degli Studi di Genova, ha conseguito il dottorato di ricerca in pianificazione territoriale e sviluppo locale presso il Politecnico di Torino. Svolge attività di ricerca su temi riguardanti le politiche di sviluppo locale, la gestione urbana, le vicende urbanistiche della città di Genova dal dopoguerra ad oggi. Partecipa a ricerche MIUR e di ateneo, ricerche e consulenze per soggetti pubblici e privati.

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