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Prescrizione: Bonafede e la giustizia illiberale

Stefano Ceccanti venerdì 2 novembre 2018
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di Stefano Ceccanti

 

Per fortuna il Fatto Quotidiano è rimasto da solo, smentito duramente anche da Repubblica, nella campagna illiberale per l’emendamento sulla prescrizione che, eliminandola dopo il primo grado, non metterebbe più termini alla durata dei processi e che, quindi, non può essere compatibile con una Costituzione dove si sancisce la “durata ragionevole” dei processi.

La durata si può modulare, ma se il termine non c’è, non c’è ragionevolezza.

Appendo quindi come una medaglia l’attacco di Peter Gomez (che potete leggere qui).

Tuttavia il suo pezzo è contraddittorio, anche a partire dalla sua tesi. Se infatti il problema è il processo come congegnato dal codice bisognerebbe intervenire a monte sul processo e non valle sulla prescrizione.

Ma ancor di più: bisognerebbe intervenire in un provvedimento di modifica del codice e non a casaccio nella prima legge che capita e parla d’altro.

Qui infatti la forzatura del ministro Bonafede è prima di metodo che di merito: quell’emendamento, se i Presidenti di Commissione sono seri, è inammissibile.

Vicepresidente di Libertà Eguale e Deputato del Partito Democratico, eletto nel collegio di Pisa e Livorno. Professore di diritto costituzionale comparato all’Università La Sapienza di Roma.
Già presidente nazionale della Fuci, si è occupato di forme di governo e libertà religiosa. Tra i suoi ultimi libri: “La transizione è (quasi) finita. Come risolvere nel 2016 i problemi aperti 70 anni prima” (2016).

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