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Riformisti, ecco come possono emergere i nuovi leader

Mario Rodriguez domenica 21 Marzo 2021
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di Mario Rodriguez

 

La crisi che stiamo vivendo sta producendo forme nuove di massimalismo e nuove forme di riformismo. Dovrà produrre anche nuove parole. Ma per ora usiamo quelle vecchie nate da esperienze molto diverse. Sono forme nuove e per questo non amo l’abuso della parola riformista che tanta importanza ha avuto nella storia passata! Certo è che a fronte di un risorgente massimalismo (dagli US al Regno Unito, passando dalla Francia e la Germania) con forte caratteristiche populiste assistiamo a molti fermenti che stiamo definendo liberal democratici, liberal socialisti.

Dobbiamo dare gambe, far mettere radici, a questo fenomeno, bisogna creare un habitat dove queste nuove pulsioni riformatrici possano far emergere una nuova generazione di persone interessate a fare politica. Possano contribuire a formare una nuova classe dirigente possibilmente nuovi leader. I leader servono e vanno allevati, casomai domati ma non azzoppati.

Non si tratta di assomigliare a un partito del 900. Caso mai ci sarebbe da andare ancora più indietro ai club dell’800.

E soprattutto non dobbiamo illuderci che possano essere sufficienti i tweet, i post, la presenza ripetitiva sui social o, nemmeno, la ripetizione su piccola scala di eventi che si pensa siano capaci di attrarre i media e i like. Questo non genera fenomeni politici duraturi. Gli accadimenti degli anni recenti lo confermano.

Ma per creare pensiero non basta l’esposizione al messaggio, l’iterazione ossessiva dei like. Dobbiamo certo utilizzare fino in fondo tutte le opportunità che ci offrono i social ma la creazione di senso, la creazione di motivazioni, per investire tempo nello studio, nell’approfondimento, nella gestione dei dissensi e delle critiche. Ecco tutto questo ha bisogno di relazioni (faccia a faccia o zoom zoom!), di gruppi, di chiacchiere anche spesso inconcludenti. Le opinioni si formano soprattutto vivendo esperienze non basta essere esposti a lezioni ex cathedra. Vorrei sfatare il mito delle scuole di formazione. La politologia è scienza, la politica è prassi.

Tweet ed eventi mediatici cioè pensati al solo scopo di attrarre l‘attenzione dei media sono la evidenza di una concezione meccanica della formazione delle opinioni. Penso invece che si debbano disseminare punti di aggregazione di una area liberal democratica che possa qualificare il centrosinistra nel caso in cui la prossima competizione elettorale si svolga in una condizione maggioritaria. (mi auguro che lo qualifichi in modo determinante altrimenti temo che la vittoria del destracentro sia scontata). Ma consolidare un polo lib dem o lib lab varrà comunque anche nel caso – che io non auspico – in cui la prossima competizione elettorale venga fatta in un contesto proporzionale.

Penso sia necessario si diffondano palestre di pensiero politico. Luoghi come SpazioMilano che stiamo cercando di far vivere a Milano dove ci si incontra tra senza tessera e iscritti a tutti i partiti che si considerano parte all’area lib dem, liberal socialista. Senza l’ambizione (anche qui c’è un po’ di populismo) che da questi confronti possa emergere la soluzione ai grandi problemi della crisi che viviamo! Ma convinti che serva ad approfondire la complessità, a capirla, rispettarla.

Senza l’ossessione dei grandi numeri e con la pazienza che richiede la costruzione di un gruppo coeso, dal quale speriamo escano i componenti dei futuri Gruppi dirigenti e anche un leader che è sempre qualcosa di indispensabile. È un lavoro di qualità non quantità!

Certo luoghi dove reclutare e selezionare candidati perché credo che un aspetto fondamentale della nostra visione laica non escatologica (religiosa) della politica, sia quello di partecipare alle elezioni, selezionare i programmi e il personale di governo. Possibilmente vincerle. In una democrazia questa è la funzione essenziale degli attori politici. Quello che preoccupa invece è il riproporsi di visioni palingenetiche, le promesse irrealizzabili (componente essenziale del populismo), le speranze smisurate come quelle che nel 900 hanno lasciato solo amarissime delusioni.

Ecco la sfida che oggi chiamiamo riformista, profondamente laica e democratica, è proprio quella di tornare a far appassionare all’impegno politico fondato su “ragionevoli speranze”.

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