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Ritrovare la strada maggioritaria, ecco la prima responsabilità dei riformisti

Alberto Colombelli domenica 24 Gennaio 2021
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di Alberto Colombelli

 

La rassegna stampa dell’ultimo giorno dell’anno è sempre il termometro di come politicamente e non solo si entra nel nuovo.
In quella occasione un articolo di Piero Ignazi su Domani ha dato piena evidenza ad un aspetto del quadro che giorno dopo giorno si è venuto a determinare.

“La popolarità del premier che i partiti non capiscono”, è il titolo, che già dice molto. Delinea come lui, forte di un consenso personale costruito in questi mesi, su cui nessun altro oggi può contare, adesso accarezza anche l’idea di poter andare alle urne in una posizione personale vincente.

Pur autoreferenziali quali sono, in effetti qualcuno nei corridoi dei partiti se n’è accorto. Intendo di aver contribuito a crearlo questo consenso, perché tra Conte I e Conte II ci hanno davvero partecipato in tanti. E lui si è dimostrato molto abile nel coglierne l’opportunità, andando oltre i calcoli e anche le aspettative di chi nella sostanza lo sottovalutava.
Qualcuno ora si è mosso e sta cercando di farne scoprire i limiti prima che sia troppo tardi, ma il principale messaggio che rischia di passare all’opinione pubblica in questi casi è sempre quello dello scontro politico fine a se stesso.

Così il Presidente del Consiglio adesso si sente anche pronto a costruirsi uno spazio di suo diretto personale riferimento in un’Italia votata al proporzionale, e di conseguenza non riformista. Che per i riformisti non può che essere e restare la più seria delle preoccupazioni. A maggior ragione considerato, come scrive sempre il 31 dicembre Valerio Valentini su Il Foglio, che anche i decisivi 209 miliardi del Recovery Fund sono diventati figli di nessuno, essendo anche quanto finora solo abbozzato disconosciuto persino dallo stesso Presidente del Consiglio.

E tutto accade proprio quando Walter Veltroni lo stesso giorno magistralmente scrive di “Quei numeri che non vediamo”, partendo dalla situazione socio-demografica del Paese che già Giorgio Gori nel suo “Riscatto” (Rizzoli, novembre 2020) aveva dettagliatamente illustrato in tutta la sua drammaticità e centralità per il destino del nostro Paese. Stiamo lasciando alle generazioni future quanto di peggio sia possibile. Il fine di ognuno dovrebbe essere quello di lasciare un mondo migliore. Churchill diceva che quando siamo già nella testa della tigre non si può più negoziare. Ecco se penso soprattutto ai giovani già ci siamo. Basta attendismo e tatticismo, è una questione di futuro e di civiltà. Penso che l’unica cosa che non possiamo permetterci di fare è niente.

La prima da fare, oltre a quella di trovare subito necessaria appropriata destinazione a quei fondi europei da cui esattamente ora dipende il nostro futuro, è per noi riformisti quella di reinvertire definitivamente la rotta del nostro orizzonte e ritrovare senza esitazioni dettate dalla contingenza una strada a vocazione maggioritaria e di un assetto istituzionale supportato da una legge elettorale (maggioritaria a doppio turno) che apra finalmente l’Italia ad una normale democrazia dell’alternanza, decidente, con governi di legislatura espressione di coalizioni che nascano prima delle elezioni e che si assumano la diretta piena responsabilità del rispetto dei programmi a cui si presentano agli italiani. Questo è e resta sempre il cammino da cui dipende il nostro futuro, perché l’assetto istituzionale determina l’offerta politica e la qualità della proposta.

Per me da intraprendere sempre partendo dalla preziosa guida dei contributi che Serio Galeotti mi seppe offrire nei miei studi all’Università di Bergamo, “Alla ricerca della governabilità” e “Per un governo di legislatura” (Giuffrè Editore). Seconda metà Anni Ottanta, ero già lì, eravamo già lì. È sempre il momento di realizzare quella visione. Oggi più che mai. Sta ai riformisti farlo, insieme.

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