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di Michele Faioli

 

La trasformazione digitale, osservando ciò che sta accadendo nelle economie più avanzate, ha per il futuro tre sinonimi: blockchain, smart contracts e data feeds. Digitalizzazione sarà blockchain, senza molte alternative. Digitalizzazione sarà anche smart contracts e data feeds. La digitalizzazione del mondo produttivo e della pubblica amministrazione avverrà anche mediante tali strumenti.

 

La blockchain: una tecnologia della trasparenza

La blockchain è una “trustless technology”, e ciò significa che, con o senza intervento delle regole di un ordinamento statale, e dunque al di là delle regole codicistiche, esiste un sistema privatistico transnazionale che, avendo permesso il download di un determinato dato in forma informatica-digitale, lo rende veritiero, per tutti gli operatori, sempre monitorabile, immodificabile, senza che vi sia il contributo o il controllo di una autorità pubblica terza.

Su questo binario, possono muoversi dati, valori, diritti mediante “smart contracts” e “data feeds”. Gli “smart contracts” auto-definiscono il proprio contenuto, sulla base dell’oggetto e delle causa disposti dalle parti e i “data feeds” permettono la circolazione di informazioni tra smart contracts.

 

La revisione delle regole del mercato

Introdurre la blockchain determina, da una parte, la revisione delle regole interne al mercato, cioè nel rapporto tra aziende, tra aziende e PA, tra cittadino-utente e PA, e, dall’altra, la revisione di quelle regole relative alle gestioni interne alla medesima azienda.

La blockchain, per gli aspetti economici, sta per rivoluzionare il rapporto tra pubblico e privato perché è materia di politica industriale, di investimenti economici, di modernizzazione di un paese e di competizione. La blockchain, per l’organizzazione aziendale, è una rivoluzione in atto perché incide sul modo mediante cui si rendono servizi e si produce.

 

Una vera e propria rivoluzione

Le scienze giuridiche, economiche e dell’organizzazione saranno altresì rivoluzionate dall’applicazione della blockchain, e con esso il mondo produttivo e di scambi commerciali. Blockchain è disintermediazione perché, essendo essa una tecnologia crittografica, rende giuridicamente possibile il trasferimento digitale di dati, valori, diritti e informazioni senza la presenza di terzi certificatori.

È, in altre parole, una partita “tripla” (non più “doppia”), di livello globale, che permette di svolgere operazioni senza l’intervento di un terzo certificatore, con una rendicontazione crittografica che è verificata contestualmente dalla rete degli operatori, con una ricognizione delle vicende giuridiche che attengono a quel bene/servizio/diritto e con un continuo monitoraggio dell’adempimento delle obbligazioni connesse al contratto che è alla base di quell’operazione.

Capita di partecipare a discussioni nelle quali si dibatte circa il fenomeno del bitcoin. Solo una marginale attenzione è posta su quella tecnologia della blockchain che è alla base delle possibilità e del funzionamento del bitcoin stesso. In pochi hanno sottolineato che la blockchain, le cui potenzialità sono state per ora soltanto scalfite con il bitcoin, contiene in sé una certa adattabilità che potrebbe (e verosimilmente lo farà) rivoluzionare non solo il mondo economico–industriale, con conseguenze sull’organizzazione del lavoro, ma anche molti altri aspetti della vita di ogni cittadino-utente.

 

Che cosa permette la blockchain

Questa rivoluzione è basata su diversi fatti e eventi che, con grande probabilità, condurranno realmente la blockchain a inserirsi nei vari aspetti della vita economica di un paese, tra cui le politiche attive e quelle previdenziali.

  • La blockchain permette una contestuale riconciliazione di dati mediante l’uso della crittografia (le istituzioni correntemente si scambiano messaggi per trasferirsi dettagli di operazioni; una volta che il messaggio è ricevuto ogni istituzione aggiorna i propri registri; oggi non è facile assicurare che le copie siano uguali tra loro, la blockchain risolverà questo problema).
  • La blockchain permette di replicare i dati (i partecipanti di una blockchain, anche in relazione alla tipologia di design e di governance della stessa, possono avere una copia di alcuni o tutti i dati, rendendo meno probabile che ci sia un singolo punto di errore).
  • La blockchain permette il controllo degli accessi (i registri distribuiti usano chiavi e firme per controllare chi può fare cosa all’interno del registro condiviso; ciò permette di assegnare particolari funzioni solo a determinate condizioni).
  • La blockchain permette trasparenza (i partecipanti hanno una copia del registro e i partecipanti possono verificare ogni record, un registro condiviso ha un elevato grado di trasparenza; ciò permette a un ente regolatore o un organo indipendente di vedere con certezza che il contenuto di un database non è stato modificato in alcun modo fraudolento).

 

Cambieranno anche le politiche del lavoro e della previdenza

Si immagini tutto ciò applicato alle politiche attive del lavoro o a quelle previdenziali.

La blockchain va oltre il tallone d’Achille di quella PA che si occupa di mercato del lavoro e previdenza. Alcuni di questi nuovi sviluppi avranno verosimilmente un impatto ancora più incisivo di quanto oggi si possa ipotizzare.

La blockchain, ad esempio, potrebbe essere applicata al libretto elettronico del lavoratore o all’assegno di ricollocazione, o ancora ai trattamenti di invalidità o pensionistici.

Ed è per questa ragione che, presso il Cnel, con l’Univ. Roma Tre, con il gruppo di ricerca di cui faccio parte (Tiziano Treu, Silvia Ciucciovino, Alessandro Toscano), é stato costituito l’osservatorio italiano sulla blockchain volto a monitorare e studiare le prime applicazioni della blockchain nelle politiche attive e in quelle previdenziali. E’ un gruppo interdisciplinare che, in linea con le esperienze europee (EU Blockchain Observatory), intende creare occasioni di confronto, pubblicare gli esiti della ricerca, promuovere collaborazioni con istituzioni e enti, tra cui l’Anpal, le Regioni, l’Inps e l’Inail.

Michele Faioli insegna diritto del lavoro presso l’Università di Roma – Tor Vergata. E’ stato abilitato alle funzioni di professore associato. Per EUROFOUND, sino al 2017, ha diretto l’osservatorio nazionale per le relazioni industriali, il diritto del lavoro e la sicurezza sociale, redigendo studi e analisi sulle riforme italiane. E’ coordinatore scientifico della struttura di ricerca in diritto comparato “SERI-Scuola Europea di Relazioni Industriali” (www.seri-fgb.eu) e Visiting Scholar dell’ILR Cornell University

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