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Sessant’anni da Roma ’60: verso le olimpiadi sostenibili?

Francesco Gastaldi venerdì 3 Luglio 2020
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di Francesco Gastaldi

 

A marzo la Camera dei Deputati con 408 favorevoli (due i contrari, due gli astenuti) ha dato l’ok al decreto legge contenente le misure per lo svolgimento dei Giochi Olimpici e Paraolimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 e delle Finali Atp di Torino. Gli intervenuti alla Camera hanno richiamato, anche in chiave comparativa, esperienze internazionali recenti cercando di evidenziare buone pratiche gestionali, effetti positivi in termini di processo ed eredità post grande evento (la cosiddetta “legacy”), sono poi stati sottolineati alcuni aspetti dei documenti e dossier preparatori di Milano-Cortina 2026, fra cui la ferma volontà di riutilizzo di impianti e manufatti esistenti, l’ottica di sostenibilità ambientale, l’uso di strutture anche temporanee.

Ora il testo dovrà passare all’esame del Senato dove l’approvazione sembra però scontata per dare un messaggio di unità e di speranza al Paese, in una delle prime riunioni del parlamento dopo la pausa dovuta al Covid-19. La Legge di conversione del Decreto sui Giochi olimpici, avvia verso una fase maggiormente operativa l’occasione di poter ospitare le Olimpiadi invernali 2026 in Italia fra Lombardia (Milano ma anche la Valtellina), Veneto (Cortina d’Ampezzo) e Trentino Alto Adige, gli interventi in aula hanno richiamato il dibattito sui grandi eventi in Italia, i loro effetti territoriali e le modalità più efficaci di gestione.

Dopo il caso delle Olimpiadi di Atene del 2004 (che sono state una delle concause della origine della crisi economico-finanziaria greca), nelle realtà urbane del mondo occidentale, i grandi eventi sembrano aver esaurito gran parte di quella forza propulsiva di rinnovamento urbano per rilevanti progetti di trasformazione, che a lungo ha alimentato le retoriche con cui si ricercavano, si costruivano e si accompagnavano queste opportunità. C’è anche chi li rifiuta, ritenendoli fonti problemi organizzativi, gestionali e organizzativi superiori ai benefici (è stato il caso della sindaco di Torino Appendino per questi giochi invernali e della sindaco di Roma Raggi per una ipotesi di candidatura alle Olimpiadi principali), mentre sono ricercati dai paesi in via di sviluppo per motivi di consenso, geopolitici, di visibilità e accreditamento internazionali.

 

In tema dei grandi eventi, suscita, come sempre nel nostro Paese, dibattiti travagliati e accesi richiamando l’attenzione dell’opinione pubblica sul legame potenzialmente perverso fra eventi, grandi opere e procedure speciali connesse alle realizzazioni. Il Giubileo di Roma del 1950 fu il primo grande evento “mediatico” del dopoguerra e vide la vera inaugurazione di via della Conciliazione, insieme alle Olimpiadi invernali di Cortina 1956, a quelle di Roma 1960 e a Italia 1961 a Torino, sono senza dubbio gli eventi più significativi dal punto di vista “politico”, dimostrazione di un’Italia che si mostrava al mondo fra ricostruzione e anni del boom.

 

I mondiali di calcio del 1990 in Italia, per esempio, furono assai significativi per il ruolo che ebbero in termini di innovazione procedurale nel campo delle trasformazioni urbane (accordi di programma e conferenze dei servizi). Talvolta come nel caso dei mondiali di sci a Sestriere nel 1997 sono state iniziate opere completate solo con le successive Olimpiadi invernali del 2006, ma anche quest’ultime hanno lasciato strutture inutilizzate (soprattutto nelle aree alpine), così come è famoso il caso degli impianti utilizzati per le Universiadi siciliane del 1997. Il Giubileo del 2000, che vide ingenti finanziamenti per la realizzazione di opere infrastrutturali e alberghiere è talvolta indicato come l’inizio di un sistema organizzativo e gestionale che ha manifestato poi con il tempo ampie patologie.

 

 

 

Professore associato di Urbanistica, Università IUAV di Venezia, gastaldi@iuav.it

 

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