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Tutti pazzi per il proporzionale. Ma serve solo ai partiti, non ai cittadini

Vittorio Ferla sabato 12 Febbraio 2022
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di Vittorio Ferla

 

Risolta la pratica Quirinale in modo alquanto rocambolesco, la politica italiana entra nell’ultimo anno della legislatura. Si vota nel 2023 e, come di consuetudine da diversi decenni, a ridosso di ogni elezione si torna a parlare della legge elettorale. In questi giorni, il coro dei partiti sembra cantare con un’unica voce: tutti pazzi per il proporzionale. Il che desta qualche domanda. Perché mai il proporzionale basato sulle preferenze – vituperato sistema che afflisse la Prima Repubblica e che gli italiani archiviarono con i referendum elettorali del 1991 e del 1993 – ritorna oggi di gran moda come panacea di tutti i mali? Le ragioni sono diverse.

Per molti partiti il proporzionale è un modo per garantirsi sopravvivenza o, addirittura, la propria esistenza in vita. E per impedire all’avversario di prendere il sopravvento, rimandando tutto gli accordi in parlamento. I partiti più grandi temono di essere superati: il sistema proporzionale renderebbe una eventuale sconfitta meno pesante. I partiti troppo piccoli sanno già di non raggiungere la doppia cifra: il proporzionale garantirebbe loro una pur minima ma combattiva rappresentanza parlamentare. In più, una legge proporzionale approvata a scopo autoconservativo, in fretta e furia, nelle fasi finali della legislatura non applicherà mai una soglia di sbarramento troppo alta. Già oggi, con il 5% di sbarramento resterebbero in corsa (salvo possibili accorpamenti) ben 5-6 partiti. Facile pronosticare che la soglia sarebbe certamente più bassa, tale da garantire la sopravvivenza praticamente a tutti. È la classica condizione di stallo gradita a tutti: senza una chiara maggioranza, il parlamento diventa il luogo dei veti contrapposti. Che cosa questo significhi ce lo ha mostrato bene il caos dei negoziati per il Quirinale. Alla fine il parlamento ne è uscito benino, ma si può dire lo stesso del sistema dei partiti?

C’è poi chi vede nel proporzionale l’occasione per un ritorno al piccolo mondo antico dei partiti novecenteschi. Dicono: ognuno si voti il partito suo, senza contaminazioni spurie; solo così potremo finalmente avere dei partiti veri, come erano una volta, dotati di spina dorsale e di una identità scolpita nella roccia. Restiamo puri: basta con il maggioritario che ci ha costretti a fare alleanze innaturali. Peccato che il 900 sia finito da un pezzo e che i partiti ideologici che costituirono lo scheletro della Prima Repubblica non torneranno più, neanche se ogni cittadino votasse per il suo bel partito identitario. L’esito di questo disegno sarebbe solo uno: un parlamento balcanizzato tra tanti minuscoli partiti identitari, programmati soltanto per l’autoriproduzione. Non certo per governare il paese. Per paradosso, questi nostalgici ideologici del partito di massa che non c’è più accusano il maggioritario di essere il responsabile della frammentazione. Peccato che il maggioritario puro, in Italia, non c’è mai stato. Perfino il Mattarellum, il sistema che ha funzionato meglio di tutti, conteneva una quota proporzionale che sabotava di fatto il maggioritario. E così il maggioritario italiano – a differenza dei sistemi anglosassoni o del doppio turno francese – è sempre stato basato sulle coalizioni: un meccanismo perverso che ha di fatto riprodotto, con altra veste, la frammentazione del proporzionale, riportata esplicitamente in auge con il famigerato Porcellum di Roberto Calderoli già dal 2005. Insomma, nelle paludi del sistema proporzionale affondiamo già da anni, ma facciamo finta di non saperlo.

C’è una terza categoria di fan del proporzionale. Quelli che ritengono che “uno vale uno” e che “una testa, un voto”. Per costoro il proporzionale è il sistema più democratico che c’è per il semplice fatto che ognuno si vota il partito suo. Ma davvero “una testa un partito” è il principio cardine di una democrazia che funziona? Davvero il sistema dei partiti è come un albo di figurine nel quale ognuno ha la sua squadra del cuore e può appiccicare le figurine dei suoi parlamentari preferiti? Davvero pensiamo che la democrazia si esaurisca nella fotografia di un parlamento balcanizzato? E che il paese possa crescere e raggiungere i suoi obiettivi contando sulla sommatoria di una pletora di partitelli settari? È la demagogia, bellezza!

C’è infine un ultimo gruppo di tifosi del proporzionale dell’ultim’ora. Sono quelli del “tanto peggio, tanto meglio”. Per costoro il declino e la frammentazione dei partiti è un dato ineluttabile. Così come la torsione della vita parlamentare verso meccaniche basate sui veti contrapposti. In questo suicidio della politica, l’unico esito possibile è il governo di unità nazionale: quello che, scontentando tutti, mette d’accordo tutti perché è chiamato a realizzare un’agenda scritta fuori dal parlamento con una leadership esterna al mondo dei partiti. Finché questa roba si fa con l’agenda fissata dall’Europa e con la guida di un Mario Draghi ci può pure stare. Eppure, così facendo, c’è il rischio che dal 2026, data di scadenza del Recovery Plan, l’Italia si risvegli con tutti i classici guai di una ‘democrazia bloccata’. E allora dovremo ricominciare tutto da capo. Per riattivare con fatica meccanismi virtuosi di competizione politica secondo standard europei. Conviene davvero arrendersi a questa inerzia?

Per concludere. Parlare di legge elettorale non è affatto un tabù. Ma per farlo bene bisogna partire dalla domanda giusta: a che cosa serve una legge elettorale? A scegliere i propri rappresentanti, certo, ma – come abbiamo visto finora – non basta. AI cittadini non importa rispecchiarsi nei partiti. In una democrazia liberale, i cittadini devono soprattutto poter scegliere chi governa il paese, diventando “arbitri” del gioco politico (come spiegava Roberto Ruffilli). Se questo è lo scopo, non sarà mai il proporzionale il sistema adatto.

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