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Unioni civili: le mezze misure sono un’illusione

Claudia Mancina lunedì 26 ottobre 2015
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Le legge sulle unioni civili segue faticosamente il suo iter in Parlamento mentre il mondo occidentale è attraversato da una sorta di movimento tellurico, paragonabile per la sua intensità e i suoi effetti soltanto al processo che nella prima metà del Novecento portò alla piena cittadinanza femminile. Oggi il tema è il riconoscimento pubblico del diritto degli e delle omosessuali a vivere la loro sessualità e la loro relazione di coppia in piena libertà, ma anche della loro capacità di costituire una famiglia, cioè un luogo di intimità, amore e solidarietà che non esclude la presenza di bambini da crescere ed educare.

In molti paesi si è passati dalla legalizzazione delle unioni civili all’accesso egualitario al matrimonio; in Irlanda si è celebrato perfino un referendum costituzionale. Il referendum irlandese, al di là dell’effetto degli episodi di pedofilia scoperti tra i membri del clero, certamente importante, è significativo del fatto che la fede cattolica non è più in grado di opporre un argine all’affermazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ma è ancora più importante la sentenza della Corte suprema americana (giugno 2015) che dichiara costituzionale questo matrimonio. Sebbene divisa, la Corte ha ancora una volta preso la responsabilità di cambiare volto alla civiltà occidentale, come aveva fatto nel 1973 con l’aborto. A questo elenco possiamo aggiungere le aperture di papa Francesco, che certamente non porteranno a un mutamento della dottrina sulla famiglia come unione di uomo e donna, ma hanno l’effetto di stemperare le contrapposizioni e di alleggerire la pressione della Chiesa sui parlamentari cattolici, consentendo loro una autonoma interrogazione della propria coscienza.

Su questo sfondo, la situazione italiana appare ormai decisamente anomala. Mentre si allarga sempre più il fronte dei paesi che riconoscono il matrimonio, l’Italia non ha ancora neanche una regolamentazione delle unioni. La legge in discussione al Senato non prevede il matrimonio, ma una forma giuridica che riconosce il valore della relazione di coppia e sulla base di questo attribuisce ai partner tutti i diritti e i doveri che sono propri del matrimonio, salvo l’adozione. Perché non il matrimonio? Su questo punto il legislatore italiano ha un vincolo, determinato dalla sentenza 138/2010 della Corte Costituzionale, che ha riconosciuto il diritto delle persone omosessuali ad una vita familiare, ma ha anche sancito l’impossibilità di ammetterle al matrimonio sulla base di una semplice reinterpretazione dell’art. 29 della Costituzione (quello che definisce la famiglia “società naturale, fondata sul matrimonio”). Del resto, in tutti i paesi che oggi ammettono il matrimonio c’è stato prima un passaggio con le unioni civili: se ne può forse concludere che una gradualità in trasformazioni così importanti e radicali sia preferibile. Rispetto al contesto internazionale quindi questa legge può ben apparire come una soluzione di compromesso.

C’è invece un duro conflitto sulle adozioni. Come è noto, nella legge in discussione si prevede la cosiddetta stepchild adoption, che potremmo meglio indicare come “adozione interna”: cioè l’adozione del figlio di un partner da parte dell’altro. Si tratta, com’è evidente, di una norma di buon senso, che mira a garantire a bambini che già vivono nella coppia la continuità affettiva. Anche questa forma limitata di adozione viene però rifiutata, da un ampio schieramento di cattolici appartenenti a diversi partiti, con l’argomento che sarebbe un incoraggiamento alla maternità surrogata, o utero in affitto, vietata in Italia e nei paesi della Ue, ma legale in molti altri paesi, dall’India all’Ucraina. L’argomento è scivoloso: per quanto si possa essere contrari alla surrogacy, porre il peso di questa disapprovazione sulla legge per le unioni civili è del tutto scorretto e insensato.

La questione della surrogacy è complessa ed andrebbe piuttosto affrontata in un vasto dibattito pubblico. Del tutto irrealistico, poi, proporre di trasformarla in un crimine perseguibile anche quando commesso all’estero. Come al solito, si preferisce la strada più facile del superdivieto e della demonizzazione, invece di favorire una presa di coscienza generale dei problemi. Per venire incontro a queste posizioni, una parte di senatori del Pd sta proponendo, al posto della stepchild adoption, un affidamento rafforzato, che si trasformi in adozione solo alla maggiore età del minore. Questa soluzione viene presentata come una mediazione, ma in realtà viene rifiutata anch’essa dagli oppositori, e quindi rappresenta un inutile indebolimento della portata morale e giuridica della legge, perché diminuisce senza motivo valido la protezione offerta ai bambini che vivono con le coppie omosessuali. A tutti questi amici va detto che pensare di arginare con mezze misure la forte spinta al riconoscimento delle coppie omosessuali è un’illusione. L’Italia non è un luogo chiuso e separato, ma vive le stesse dinamiche degli altri paesi occidentali. Le trasformazioni della famiglia, che (senza dubbio in conseguenza del mutato ruolo sociale delle donne) hanno interessato nell’ultimo secolo tutti questi paesi, coinvolgono anche il nostro: è vano pensare di ignorarle.

Professore associato di Etica all’Università “La Sapienza” di Roma, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Deputato dal 1992 al 1994 e dal 1996 al 2001 nel gruppo Pds/Ds, è membro della direzione nazionale del Partito democratico. Il suo ultimo libro è “Berlinguer in questione” (Laterza, 2014)

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