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Aborto: il diritto delle donne a non giustificarsi

Laura Landolfi martedì 9 ottobre 2018
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di Laura Landolfi

 

L’aborto deve essere una libera una scelta, una scelta spesso sofferta e altrettanto spesso necessaria. Per una ragazza rimasta prematuramente incinta, per la madre di molti altri figli, per una qualsiasi donna che quel figlio non lo vuole.

Lottare perché gli altri abbiano la possibilità di operare una scelta che magari non condividiamo è alla base della democrazia, lottare perché le donne possano decidere di non diventare madri è alla base del progresso,  infatti il grado di evoluzione di una società si valuta in base al grado di libertà e autodeterminazione delle donne.

 

L’attacco alla legge 194

Per questo l’attacco subito in questi giorni dalla 194, la legge che regola l’interruzione volontaria di gravidanza, perché di attacco si tratta,  deve necessariamente essere arginato da una sinistra liberale e progressista. Perché il “valore della maternità”, di cui ha parlato un esponente proprio di quella sinistra, di per sé non esiste se non è reputato tale dalla donna che la vive. In sostanza il corpo delle donne non è più un oggetto di cui la società può disporre; un principio questo in base al quale uno stupro non è più un delitto contro la morale ma un delitto punto e basta. E questo è stato stabilito per legge una volta per tutte.

Chissà poi perché di tale “valore” ci si ricorda solo quando si parla di aborto, poi quando le donne i figli li fanno non ci sono aiuti, sul lavoro sono penalizzate, gli asili sono troppo pochi (o se ci sono hanno orari inconciliabili con il lavoro), un pacco di pannolini costa 10 euro e non esistono ludoteche pubbliche.

 

Autodeterminazione e gestione del proprio corpo

La possibilità di scegliere e di gestire il proprio corpo è una conquista delle donne che è arrivata dopo anni di battaglie, di sofferenze, di morti. Ma è una conquista che non è mai definitiva perché la 194, così come l’introduzione della pgd (la pillola del giorno dopo) e della Ru 486 (pillola abortiva) che tante sofferenze può eliminare, sono costantemente a rischio. La concezione arcaica espressa dal voto veronese rischia di innescare una regressione dei costumi.

 

La mozione della Lega

Per questo il voto di Carla Padovani, capogruppo Pd al Comune di Verona che ha votato a favore della mozione della Lega che dichiara Verona “città a favore della vita” e sostiene associazioni cattoliche e le loro iniziative contro l’aborto,  è  grave. Non è solo un insulto alle donne ma allo stesso partito di cui fa parte, per questo il partito non può riconoscersi in lei né tanto meno lei in questo partito che sull’aborto, come ribadito dal segretario, ha una posizione chiarissima. Ma rischia tuttavia di metterne ancora una volta in evidenza la doppia anima, quella progressista e quella reazionaria, almeno sui diritti civili, come già successo troppe volte.

Veniamo poi in particolare al finanziamento delle associazioni pro-vita che è proprio il punto firmato da Padovani: queste dovrebbero aiutare chi è in difficoltà soprattutto economiche a non interrompere la gravidanza, ma gli aborti solo in pochi casi riguardano questioni economiche. Generalmente, infatti, le gravidanze si fanno tanto più rare quanto più lo status sociale ed economico si alza. Bene farebbe la destra ad occuparsi del sostegno economico alle famiglie che esistono, nel caso.

 

Che cosa c’è da fare

La legge andrebbe integrata (e non cambiata) invece in senso migliorativo.

Bisogna garantire alle donne il DIRITTO di abortire arginando il fenomeno degli obiettori di coscienza. Affinché le donne non siano mai più costrette a farlo da sole nel bagno di un ospedale perché non ci sono medici non obiettori di turno.

Bisogna garantire alle donne il diritto di abortire sempre e in qualsiasi momento.  Infatti, se l’interruzione volontaria di gravidanza è possibile fino al terzo mese, l’aborto terapeutico in caso di malattie e malformazioni è possibile fino alla ventiduesima settimana di gravidanza. Si crea così una disparità tra chi può permettersi di abortire all’estero, dove spesso è consentito fino al nono mese, e chi non può. A discapito delle donne con meno possibilità economiche.

Bisogna garantire alle donne il diritto di farlo senza creare loro ulteriori, inutili, sofferenze, ad esempio collocandole nella stanza con donne che invece stanno partorendo.

Bisogna garantire il diritto di abortire senza doversi giustificare.

Ma abbiamo ormai capito, da lungo tempo, che quando si mettono le mani su questa materia va solo a discapito delle donne, del loro corpo, e della loro capacità di autodeterminarsi.

 

 

Giornalista. E’ stata portavoce alla vicepresidenza del Senato, redattrice del Riformista e coordinatrice redazionale delle Nuove Ragioni del Socialismo. Ha scritto sul Riformista, manifesto, Repubblica.it, D-La repubblica delle donne, e altri.  È mamma e si ostina a occuparsi di teatro.

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