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di Enrico Morando

 

Cominciamo dagli aspetti positivi: sì, se ne trova qualcuno, nella NADEF del governo gialloverde.

 

Confermate le misure del centrosinistra sull’ammortamento

A pag.86, è esplicito l’impegno a “confermare” le misure dei governi di centrosinistra in materia di super e iperammortamento. Se non è una furbata (confermare le misure, senza ulteriori indicazioni né quantitative, né qualitative, potrebbe voler dire lasciare in bilancio i soldi già appostati nelle prossime annualità per “coprire” gli investimenti già effettuati fino a tutto il 2018), è una scelta che traduce in opere le parole della premessa di Tria sul “rilancio degli investimenti, componente cruciale e strumento essenziale per perseguire obiettivi di sviluppo economico”: basterà una norma di una riga (con relativa, ingente copertura finanziaria), che estenda super e iperammortamento anche agli investimenti messi in atto dalle imprese nei prossimi due anni.

Secondo le tendenze in atto, questo consentirebbe alle imprese più produttive e dinamiche di sostenere davvero l’occupazione dei giovani nativi digitali, innalzando contemporaneamente la competitività del sistema-paese. A quel punto, non ci sarebbe alcun bisogno di nuove norme di “riduzione della aliquota sugli utili reinvestiti” (pag. 41): basterebbe lasciar convivere la riproposizione del super e dell’iperammortamento con l’ACE (Aiuto alla Crescita Economica), di cui il Governo intende invece disporre “l’eliminazione”.

 

Sul settore bancario

Un secondo elemento positivo si ritrova nelle pagine dedicate al settore bancario: dopo l’apprezzamento per la riduzione dei crediti deteriorati registratasi nei primi mesi del ’18, il Governo si impegna a “consolidare e rafforzare i miglioramenti sinora conseguiti”.

Fino al punto di prevedere la possibilità di “introdurre una nuova normativa relativa alle GAGS (quella vigente verrà a scadere nel marzo 2019), verificando anche la fattibilità tecnica dell’estensione alle cartolarizzazioni dei crediti classificati come inadempienze probabili”. Non manca, a chiusura del capitolo banche, l’impegno” al completamento della riforma delle cooperative e delle banche popolari”.

Chi avesse in mente le invettive di Cinque Stelle e Lega contro “i governi dei banchieri” che hanno introdotto le GAGS e le riforme citate, ha diritto di trasecolare: la garanzia dello Stato- con soldi del “popolo”- verrebbe addirittura estesa anche alle “inadempienze probabili”, mentre la feroce opposizione alla riforma delle Popolari e delle Banche Cooperative diventa un ossequioso “completamento”. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Dunque, viva la conversione sulla via di… Francoforte.

 

La violazione delle regole esistenti

Purtroppo, le notizie positive– per quanto gravemente compromesse dal contesto dentro cui sono collocate (pensiamo agli effetti sui bilanci delle banche della caduta del prezzo dei titoli pubblici e dei preannunciati inasprimenti fiscali)- si fermano qui. Il resto è ostentazione della violazione di tutte le regole esistenti, da quelle del buon senso a quelle della Costituzione, fino a quelle dell’Unione monetaria.

 

L’impatto di pensioni anticipate e sussidi a chi non lavora

Partiamo da quelle del buon senso. Non è necessario avere studiato i saggi di Blanchard o di Alesina sulle dimensioni dei moltiplicatori delle politiche fiscali, per giungere a concludere che una misura di accelerazione della fuoriuscita  dal lavoro dei lavoratori più anziani, accompagnata da un intervento per accrescere le risorse destinate a chi non  lavora – secondo le stime più attendibili, questi due interventi assorbono l’80% della maggiore spesa prevista dalla manovra descritta nella NADEF-, è destinata ad avere un effetto espansivo sul Prodotto molto limitato nel breve periodo, che può addirittura diventare negativo nel medio.

Nella NADEF i nostri governanti sono stati costretti a scrivere ciò che è ovvio (“sebbene le stime di finanza pubblica non comprendano effetti di retroazione della maggiore crescita sul saldo di bilancio…pag.41), ma nelle presentazioni giornalistiche e televisive della manovra è tutto un esaltare la crescita indotta dalla spesa in deficit, che spingerà il ritmo di aumento del Pil “ben sopra” i livelli raggiunti nel recente passato.

 

Le spese in deficit non tonificano la crescita

Al netto degli effetti prevedibili – sul costo del servizio del debito pubblico; sul credito alle imprese e alle famiglie; sul risparmio di queste ultime -, del drastico ridursi del merito di credito del Paese, determinato dalla forte deviazione dal percorso di lenta stabilizzazione della finanza pubblica, è la finalizzazione delle spese in deficit ad escludere che esse possano avere un effetto davvero tonificante sul ritmo di crescita.

Ciò che si sarebbe potuto più credibilmente associare ad una manovra che portasse l’indebitamento netto appena sotto il 2% del Pil, concentrandosi prevalentemente sugli investimenti pubblici e sul sostegno fiscale di quelli privati (ulteriore rispetto a quello già in atto).

Cioè su scelte che potrebbero abbracciare un limitato arco di tempo e, per questa ragione, incidere assai poco sul saldo strutturale (quello che conta sia per il rispetto dell’articolo 81 della Costituzione, sia per Bruxelles).

 

Un peggioramento del saldo strutturale

Il saldo strutturale, infatti, avrebbe potuto essere migliorato non dello 0,6% del Pil, come prevede il Piano di rientro approvato dal Parlamento l’autunno scorso, ma- previa autorizzazione delle Camere- solo dello 0,1%.

La NADEF gialloverde, tutto al contrario, dispone un peggioramento  del saldo strutturale di ben 0,8 punti nel 2019, che si ripete sia per il 2020, sia per il 2021. Il tutto, per finanziare scelte di spesa corrente e permanente. Il livello dell’indebitamento strutturale passa così dal -0,4% del Pil previsto dal DEF a legislazione vigente di Aprile, al -1,7% nel 2020 (quando il DEF a legislazione vigente prevedeva +0,1 come nel 2021). Numeri della NADEF che smontano la storiella del profilo decrescente nel tempo dell’indebitamento: rispetto a ciò che succederebbe se la manovra gialloverde non ci fosse, il profilo dell’indebitamento strutturale è crescente (tavola di pag. 42). E non di poco.

 

La bassa produttività del paese: mancano misure per aumentarla

Il bello (si fa per dire…) è che il Governo si mostra consapevole di ciò che minaccia la crescita economica italiana: alle pagine 16 e 17, riconosce che il rallentamento in atto è dovuto al calo delle esportazioni, a fronte di una tenuta della domanda interna, con i consumi che presentano una dinamica migliore di quella prevista dal DEF a legislazione vigente di Aprile.

Anche grazie ai rinnovi contrattuali dell’ultimo anno (nella Pubblica Amministrazione e non solo), che sostengono un vivace andamento del costo del lavoro per unità di prodotto (+2,2% nel secondo trimestre del 2018 rispetto al primo): unendosi all’andamento del tasso di disoccupazione, questa è una buona notizia per le famiglie italiane, ma non per la produttività, che cresce assai più lentamente.

Dunque, lo sforzo del Paese dovrebbe concentrarsi sull’incremento della produttività, cioè su formazione del capitale umano, ricerca, investimenti infrastrutturali, spinta alla contrattazione di secondo livello… Ma la NADEF è tutta pensioni e reddito di cittadinanza.

 

La lotta alla povertà si fa aumentando il lavoro

Una critica, quest’ultima, figlia della ostilità preconcetta “di uno di quelli che c’erano prima” alle politiche di assistenza per i più deboli e di contrasto alla povertà? Nient’affatto: un profilo dell’indebitamento strutturale come quello che sto proponendo è perfettamente compatibile con l’aumento delle risorse destinate al REI (almeno 1 miliardo in più all’anno nei prossimi tre); con l’allargamento sia della platea dell’APE social, sia delle possibilità di scelta dell’età di pensionamento; e con l’avvio di una “dotazione” pensionistica, a carico della fiscalità generale, per i più giovani.

Il fatto è che il vero contrasto alla povertà può venire solo dalla crescita e dal lavoro: entrambi nascono in imprese- piccole, medie e grandi- capaci di stare sul mercato perché operanti in un contesto favorevole. Quest’ultimo, in larga misura, dipende dallo Stato. A partire dalla pressione fiscale sui fattori produttivi.

 

Nei quattro anni di centrosinistra la pressione fiscale è diminuita…

Come documenta la NADEF, la pressione fiscale al netto degli 80 € (che sono riduzione di Irpef sul lavoro dipendente a reddito medio-basso) ha raggiunto nel 2017 il 41,6% del Pil. Nel 2013, la pressione fiscale totale era al 43,6% del Pil. In quattro anni, essa è dunque diminuita di ben due punti di Prodotto, attraverso un coerente percorso di riduzione, che non ha eguali nell’esperienza dei governi succedutisi dal 1995 ad oggi.

Con la sola, per quanto significativa eccezione della abolizione dell’IMU sulla casa di abitazione (3,5 miliardi di euro), si è trattato di quasi due punti di Prodotto che prima venivano prelevati dalle tasche dei lavoratori e dalle casse delle imprese e oggi restano a disposizione degli uni e delle altre.

 

…ma è ancora troppo alta

Problema risolto? Purtroppo no. Nei confronti internazionali la pressione fiscale sui produttori in Italia resta elevata e penalizza- oltre al reddito dei lavoratori- anche le capacità competitive del nostro sistema produttivo. Di qui la decisione, presa alla fine del 2016 per l’inizio del 2018, di introdurre l’IRI, cioè… la flat tax per tutte le imprese minori, per le quali il reddito di impresa finanzia sia la famiglia del titolare (l’artigiano di buon successo, per esempio), sia l’impresa stessa. Il reddito di impresa, prima tassato con le aliquote crescenti secondo gli scaglioni del reddito, veniva diviso in due parti: la prima, dedicata al sostentamento del titolare e della sua famiglia, restava sottoposta al prelievo Irpef tradizionale. La seconda, dedicata al “sostentamento” dell’impresa, veniva tassata con l’aliquota dell’IRES (ridotta dal governo Renzi al 24%).

 

Altro che Flat Tax, il governo abroga l’Imposta sul Reddito Imprenditoriale

L’IRI, la cui prima applicazione venne rinviata (sbagliando) dal governo Gentiloni dal 1 gennaio 2018 al 1 gennaio 2019, era una riforma molto onerosa per il bilancio pubblico: nel primo anno, costava più di 2 miliardi di euro. La NADEF dei sostenitori della flat tax per tutti annuncia (pag. 41) la “abrogazione dell’Imposta sul Reddito Imprenditoriale…”, cioè dell’unico concreto passo verso la flat tax già presente nel nostro ordinamento fiscale. Col risultato che il sistema delle imprese minori si vede sottrarre, nel solo 2019, oltre 2 miliardi  che la legge in vigore gli assegna. E resta in attesa di sapere- dalla legge di bilancio-, quanti milioni  gli verranno restituiti dall’annunciato provvedimento per innalzare la soglia di accesso alla forfettizzazione del prelievo per le imprese marginali. Non sembra, ad occhio, un gran guadagno.

 

Lo sfondamento sulle pensioni

Il pezzo forte della NADEF è però costituito dalle pensioni: a pagina 91, si materializza la soluzione precisa per “quota 100”: 62 anni di età e 38 di contributi. Mentre a pagina 94 è esplicito l’impegno ad “Integrare le pensioni esistenti al valore della soglia di povertà relativa (780 € mensili)”.

Sulle risorse necessarie per finanziare l’intervento, la NADEF è piuttosto avara di indicazioni. Ma tutti sanno che si tratta di più di 10 miliardi di euro, crescenti nel tempo (per anni, “quota 100” determina un allargamento della platea). Uno sfondamento del bilancio di cui la NADEF si mostra placidamente consapevole: il focus sull’andamento della spesa previdenziale (pag. 60) dá conto analiticamente dei benefici effetti degli interventi realizzati dal 2004 ad oggi, per il contenimento della spesa pubblica- “60 punti di Pil fino al 2060, di cui circa un terzo da ascrivere alla riforma introdotta con la legge 214 del 2011…”. A pagina 67, poi, vengono richiamate puntualmente le raccomandazioni “rivolte quest’anno all’Italia da parte del Consiglio Europeo”, tra le quali spicca quella alla “riallocazione della spesa sociale dalle pensioni ad altre politiche per l’inclusione”.

 

La ricerca della rottura con l’Europa

Ecco perché ho scritto di “ostentazione” della violazione delle regole: sembra che il governo – dopo aver promesso a tutti, col Presidente del Consiglio e il Ministro dell’economia, di voler rispettare impegni che il Paese si è preso verso i suoi cittadini e i partners dell’Area euro – ricerchi ora esplicitamente un esito di rottura, attraverso provocazioni che fanno più danni degli insulti a tutti gli interlocutori.

Sulle pensioni ho appena detto.

Ma la stessa impressione suscita la lettura delle pagine 46 e 47: il Governo, straripando su tutti i canali di tutte le televisioni, rassicura gli italiani sulle reazioni sia dei custodi dell’articolo 81 della Costituzione, sia degli organismi europei, che “non hanno ragioni per respingere la manovra”.

Nella NADEF lo stesso Governo scrive però che “si hanno deviazioni significative dal percorso di avvicinamento allo OMT (per l’Italia, il pareggio strutturale) nel caso in cui…si rilevi uno scostamento di 0,5 punti in un anno o, in media, di 0,25 punti sui precedenti due anni, rispetto agli aggiustamenti richiesti dai criteri…”

Aggiunge che “per il 2018 la commissione ha già deliberato per lo 0,3 di aggiustamento strutturale…” (un obiettivo che verrà raggiunto o quasi, secondo i dati forniti dalla stessa NADEF), per poi concludere: “l’impulso espansivo del 2019 determina una deviazione  dal sentiero di convergenza…”.

Sì, usa proprio la parola chiave: deviazione. Né si può nascondere dietro il paravento dei criteri di calcolo del Prodotto potenziale usati dalla Commissione: la nota di pag.47 della NADEF dà conto degli importanti risultati ottenuti dal MEF italiano per ottenere l’applicazione di metodi di calcolo significativamente diversi- specie in tema di calcolo della disoccupazione strutturale- da quelli usati precedentemente.

 

La conclamata ed esibita violazione delle regole

Come si vede, siamo alla violazione delle regole conclamata ed esibita, senza spiegazioni e senza scusanti. Di quella relativa all’articolo 81 ho già scritto per libertàEguale, ma non potevo immaginare che la Relazione al Parlamento presentata da Conte e Tria per ottenere l’autorizzazione ad allontanarsi dall’obiettivo del pareggio, si concludesse con queste parole: “In questo scenario, il sostanziale raggiungimento dell’Obiettivo di Medio Termine, ovvero il pareggio di bilancio in termini strutturali, sarà raggiunto gradualmente negli anni a seguire”. Dando così esplicitamente (e tranquillamente) per irraggiungibile, per tutto il periodo di previsione, il pareggio strutturale.

 

Era già tutto previsto nei programmi elettorali

Resta da porci un’ultima domanda: perché questa ostentata ricerca dello scontro e della radicalizzazione, con tutti e su tutto?

La risposta – temo – si ricava dalla lettura dei programmi elettorali dei due partiti che ci governano: rinazionalizzare tutte le politiche, mettendo nel conto la possibilità di uscire dall’Euro.

L’unica responsabilità che non si può imputare loro, quindi, è quella di non aver detto e scritto – chiaramente e per tempo – cosa avevano intenzione di fare.

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

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