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Alitalia: i sindacati nel CdA? Non è una buona idea

Aldo Amoretti giovedì 30 Aprile 2020
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di Aldo Amoretti

 

Il Ministro Patuanelli comunica che si sta ragionando sulla presenza dei sindacati nel CdA della newco Alitalia. Si precisa che i sindacati dovranno avere un “ruolo molto forte” nella nuova compagnia.

Io che sono non da ora favorevole alla partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese (1) nel caso in questione sono di altro parere. In Alitalia questa esperienza si è già fatta ed è stata un fiasco.

Il suo inizio risale alla seconda metà degli anni novanta. Recentemente (maggio 2017) ne ha parlato l’amministratore delegato del tempo, Domenico Campella; sottotitolo del resoconto: “Il gioco di squadra” e si descrive la cosa come segue: “Se hai una difficile guerra da combattere non devi temere il fuoco amico dei dipendenti ma motivarli a dare tutto nell’assalto finale. Campella ricorda infatti che nel ’96, quando prese le redini dell’azienda, la situazione economica patrimoniale era disperata, ad un passo dal fallimento. Il manager però non si scoraggiò e coinvolse i dipendenti nel piano di rilancio, con una distribuzione di azioni del 20% della società in cambio di un contenimento del costo del lavoro. Rappresentanti dei lavoratori entrarono anche nel consiglio di amministrazione. Una rivisitazione del capitalismo renano inedito nell’industria dell’aviazione civile europea.”

E’ una esperienza che continua anche dopo Campella e con l’arrivo nel 2001 di Francesco Mengozzi. L’esperienza era già finita quando sono arrivati i salvatori coalizzati da Berlusconi per difendere l’italianità della compagnia.

Mia opinione è che la partecipazione nell’impresa, concretizzandosi in un esercizio di potere (poco o tanto a seconda delle soluzioni che si adottano) implica conseguenti responsabilità. E’ stata vissuta in questa maniera la cosa oppure non è stata considerata un modo per dare maggior forza alle rivendicazioni di categoria?

Non risale forse anche a questo approccio la clamorosa bocciatura dell’accordo al quale si era pervenuti dopo una difficilissima trattativa nell’aprile 2017 con il 67% di no in un referendum tra l’altro ad alta partecipazione dei lavoratori?

E’ fuori luogo pensare che in parte, nel determinare il no, abbia concorso la convinzione che nel peggiore dei casi si poteva seguitare a lungo con il sistema di cassa integrazione ricca confezionata da Berlusconi per i lavoratori in questione?

A proposito di cassa integrazione è del febbraio 2015 la notizia dello scandalo dei piloti (pare una sessantina) che incassando una ricca integrazione anche di 10mila euro mensili lavoravano per aziende della concorrenza. Da allora sulla vicenda è subentrato un silenzio che pare tombale.

Sono di opinione che la vicenda “partecipazione” iniziata nel 1996 andrebbe studiata anche per evitare che essa si ripeta magari con le stesse modalità (sindacalisti nel Consiglio di amministrazione). Magari si potrebbero avere soluzioni più leggere, ma sorrette da accordi, programmi e ristrutturazioni capaci di raccogliere consenso vero da parte dei lavoratori.

Uno studio delle esperienze fatte di fiaschi, ma anche di storie buone, aiuterebbe a scegliere le vie giuste alla partecipazione ed eviterebbe figuracce come quella di un Ministro del lavoro che nel 2009 cita Alitalia e Banca popolare di Milano tra gli esempi virtuosi di partecipazione dei lavoratori nell’impresa.

 

(1) Si legga il saggio dal titolo “La Cgil e la partecipazione: una connessione da approfondire” nel volume “LA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI ALLA GESTIONE DELL’IMPRESA”  con un’altra ventina di autori, curato da Marco Carcano, Roberto Ferrari e Vito Volpe di Ismo. Anno 2017; editore Guerini NEXT.

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