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Caro Bettini, Conte non è caduto per un complotto

Giorgio Tonini domenica 21 Febbraio 2021
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di Giorgio Tonini

Per quel poco che vale, condivido la giusta rivendicazione, da parte di Goffredo Bettini (sul Foglio del 19 febbraio), dei meriti storici del governo Conte II. Meriti che sarebbe autolesionistico, prima ancora che ingeneroso, disconoscere da parte del Pd.

È grazie alla scelta lucida e coraggiosa di dar vita a quel governo, se nei giorni scorsi il migliore esponente dell’europeismo italiano, Mario Draghi, ha potuto ottenere per il suo esecutivo la fiducia di una così ampia maggioranza parlamentare. Senza il governo Conte II, l’Italia sarebbe infatti precipitata verso elezioni che avrebbero consegnato il paese all’avventurismo salviniano. E invece, il populismo sovranista, uscito trionfatore dalle elezioni del 2018, grazie ad una politica paziente e sapiente, è stato diviso e messo in condizioni di non nuocere.

Grazie al Conte II, l’Italia è tornata in Europa. Paolo Gentiloni ha un ruolo chiave nella Commissione europea. Rassicurata circa la posizione italiana, e anche grazie alla spinta dell’iniziativa del nostro governo, l’Europa ha radicalmente cambiato la sua linea di politica economica e sociale, rompendo il tabù dell’impossibilità di fare debito condiviso e dando vita, per rispondere agli effetti devastanti di una pandemia di inedite dimensioni, ad un programma federale di sostegno alla crescita, che fa impallidire per dimensioni finanziarie il piano Marshall. Un programma nel quale la quota di risorse destinata all’Italia è la più ampia.

Il populismo sovranista ha visto così sbriciolarsi l’armamentario polemico antieuropeo sul quale aveva costruito le sue fortune, costringendo perfino la Lega, dopo il M5S, ad aprire al suo interno, e nel rapporto con il Nord produttivo del paese, un dibattito orientato ad una profonda revisione strategica. Dal “No euro” alla fiducia al governo dell’euro “irreversibile”.

Meno condivisibile, e anzi pericolosamente fuorviante, mi pare invece la ricostruzione, da parte di Bettini, della crisi del Conte II, attraverso una lettura che fa ricorso a piene mani ad elementi di teoria del complotto: il “tentativo di destrutturare il sistema politico italiano… da parte del ‘salotto buono’ della borghesia italiana… da sempre diffidente verso un’Europa autonoma… espressione di diffusi interessi del tessuto industriale del Nord, che provano insofferenza nei confronti del Mezzogiorno e del Mediterraneo…”. Una lettura che sarebbe sbagliata anche se fosse vera. Perché attribuirebbe alla nequizia degli avversari, anziché alla propria insufficienza, la responsabilità della propria sconfitta.

E invece, l’insufficienza della classe dirigente del Pd, frammentata nelle sue indecifrabili divisioni correntizie, mai state così lontane da una sana dialettica tra posizioni politiche e programmatiche, si è vista e misurata tutta. E si è manifestata nella evidente inadeguatezza nel gestire il successo della propria iniziativa politica, dimostrando capacità persuasive ed espansive in parlamento e nel paese, capaci di consolidarne e stabilizzarne le basi politiche e democratiche. Dopo un anno e mezzo di buon governo, il Pd non ha dato prova di saper compensare il ridimensionamento parlamentare ed elettorale del M5S, figlio della tanto evidente quanto prevedibile crisi d’identità del movimento grillino. Alle regionali il Pd ha retto, perdendo “solo” le Marche, certo non ha vinto. In tutti i sondaggi, è inchiodato attorno al 20 per cento, punto più punto meno, la dimensione elettorale della sconfitta epocale del 2018. È in questi testardi e cocciuti dati di realtà che vanno ricercate le cause non contingenti della crisi del governo Conte II e della coalizione giallo-rossa.

Voglio dire che interrogarsi a fondo sul persistente divario tra la finora insostituibile “funzione nazionale” del Pd e la fragilità del suo consenso nel paese è forse più utile che inseguire complotti e congiure. Anche perché, nel frattempo, la storia cammina. C’è un nuovo governo, non meno, semmai ancor più “nostro” del precedente. Per le personalità che ne fanno parte, la maggior parte delle quali, in particolare nella cosiddetta componente “tecnica”, condivide la nostra stessa matrice politico-culturale. Ma anche e soprattutto perché il nuovo governo corrisponde ad uno stadio più avanzato della egemonia del riformismo europeista. Reso possibile, certamente, dal governo Conte II, ma altrettanto certamente meno condizionato dalle remore e dai retaggi grillini e, almeno potenzialmente, più libero di muoversi nello spazio del “nostro” riformismo.

Aumentare il potenziale di crescita dell’economia italiana: attraverso le riforme finalizzate all’incremento della produttività totale dei fattori e sostenendo la necessaria distruzione creatrice del mercato con un welfare rinnovato, orientato alla valorizzazione del capitale umano individuale e collettivo e all’accompagnamento del lavoro verso impieghi più produttivi. È questa, in buona sostanza, l’Agenda Draghi 2021, un’agenda “democratica”, nel senso forte di riformista e popolare, socialista e liberale. Un’Agenda discendente diretta dell’Agenda Draghi-Trichet 2011, allora tradotta in programma di governo dall’Agenda Monti. La differenza tra le due agende non va cercata nel testo, quanto piuttosto nel contesto: allora, segnato dalla necessità di politiche restrittive (e inevitabilmente recessive) sul piano nazionale, prive di contrappesi espansivi federali europei che le rendessero sostenibili; oggi, dopo le politiche monetarie espansive della Bce di Mario Draghi, in presenza della forte spinta keynesiana federale del Recovery Fund, che va impiegata per sostenere l’innovazione, la crescita sostenibile e di qualità, sociale e ambientale, e non bruciata con vecchie misure meramente difensive di tipo assistenzialistico.

È questa la riforma del capitalismo oggi possibile e necessaria. Ed è qui il banco di prova per il pensiero e l’azione dei democratici. Figli, certamente, dell’incontro tra il riformismo socialista e quello cristiano, come ricorda giustamente Bettini. Un incontro tuttavia che può risultare progressivo e non regressivo, nostalgico della vecchia e oggi anacronistica “divisione del lavoro” tra sinistra utopistica e centrismo doroteo, solo se si verifica su un comune, solido terreno liberale, come ci insegnano le esperienze più avanzate del riformismo democratico europeo e americano. L’unico terreno sul quale si può ricomporre la frattura, oggi drammatica, tra egemonia e consenso, tra riformismo e popolo, e rilanciare la funzione unitiva e la vocazione maggioritaria del Pd.

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