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Caro Di Maio, vuoi licenziare il Jobs act? Ecco cosa devi fare

Tommaso Nannicini giovedì 12 luglio 2018
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di Tommaso Nannicini

 

Signor Ministro, mi permetto di portarle i complimenti di mia moglie, che trova geniale il Suo slogan “licenzieremo il Jobs act”. E in effetti lo è. Ma chi ha la responsabilità di governare dovrebbe fare anche delle scelte che sono minimamente coerenti con i propri slogan. Se davvero vuole licenziare il Jobs act, deve fare almeno quattro cose. Per questo Le chiediamo se è intenzione del governo farle.

 

A rischio gli ammortizzatori sociali

Primo: dovreste riscrivere da cima a fondo il decreto 22/2015, che ha investito più di due miliardi sull’allargamento degli ammortizzatori sociali.

Creando un sussidio di disoccupazione che dura 24 mesi (rispetto ai 12 precedenti) per un milione e mezzo di persone (150 mila in più di prima) e che garantisce un reddito più alto. E istituendo fondi di solidarietà per dare integrazioni salariali a 1 milione e 400 mila persone prima escluse dalla cassa integrazione perché in piccole imprese o settori non coperti. Senza contare l’Ape Sociale, che garantisce un reddito ai disoccupati con più di 63 anni che devono aspettare i 67 per andare in pensione.

A Napoli, tanto per fare un esempio fra tanti, uno dei fondi creati dal Jobs act ha appena pagato 5 mila indennità a lavoratori di aziende delle pulizie che prima ne erano del tutto privi. Che fine faranno questi interventi? Li cancellerete per tornare a un sistema di ammortizzatori che premiava solo i soliti noti? O verranno cancellati per dar vita al fantomatico reddito di cittadinanza, che ancora non si capisce se sia uno strumento di contrasto alla disoccupazione o di lotta alla povertà (due problemi che ovunque sono affrontati da strumenti diversi)?

 

Volete cancellare il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti?

Secondo: dovreste cancellare per intero il decreto 23/2015, abolendo il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti e reintroducendo l’articolo 18. È vostra intenzione farlo? Secondo noi, anche a fronte del mezzo milione di occupati stabili in più registrati negli ultimi anni, la priorità è un’altra: un taglio strutturale del cuneo contributivo sul tempo indeterminato. Il lavoro stabile vale di più, deve costare meno. Nel nostro programma, proponevamo un taglio di 4 punti: dal 33 al 29 percento. Ma questa era una delle nostre priorità. Voi ne parlate tra mille altre proposte. Volete scegliere dove indirizzare le risorse pubbliche una volta per tutte? La campagna elettorale è finita.

 

La stretta su finte collaborazioni e finte partite Iva

Terzo: dovreste cancellare la parte del decreto 81/2015 che ha sancito una stretta sulle finte collaborazioni e sulle finte partite Iva (permettendo a molti lavoratori solo formalmente autonomi di essere assorbiti dal lavoro dipendente) e che consentirà – mi auguro – ai rider di siglare un accordo collettivo a loro favore. Se cancellerete quella norma, l’unica speranza per i finti lavoratori autonomi (rider inclusi) si ridurrà a qualche foto su Instagram col Ministro. Non sarebbe meglio invece rafforzarla per coloro il cui lavoro viene organizzato da piattaforme digitali, per dar loro maggior peso contrattuale al tavolo della trattativa? Non sarebbe meglio occuparsi del vero precariato (rafforzando le ispezioni sulle norme del Jobs act che combattano le finte collaborazioni e contrastando i contratti pirata)?

 

A rischio anche le politiche attive del lavoro

Quarto: dovreste stravolgere il decreto 150/2015, quello sulle politiche attive. Che fine faranno l’Anpal (l’agenzia nazionale) e l’assegno di ricollocazione? È vostra intenzione superare per sempre quello schema o invece completarlo, magari pensando anche a un intervento di natura costituzionale per rendere le politiche attive una materia di legislazione esclusiva da parte dello Stato? Perché non è pensabile che i diritti dei lavoratori cambino quando si valica un confine regionale.

Quattro domande che in realtà si possono riassumere in una sola: il governo ha intenzione di licenziare il Jobs act come recita lo slogan di cui sopra o di potenziarlo come richiedono le esigenze delle lavoratrici e dei lavoratori di questo Paese?

 

PS: questo era il testo del mio intervento dell’11 luglio 2018 all’audizione del ministro Di Maio in Senato. Il Ministro si è guardato bene dal rispondere a queste domande, tranne dire due cose di passaggio. 1) Che sulle politiche del lavoro di fatto relegherà Anpal a un ruolo secondario e farà un accordo con tutte le regioni senza cambiare l’assetto istituzionale: auguri. 2) Che il reddito di cittadinanza è pensato per gestire le fasi temporanee di disoccupazione, per esempio per quei lavoratori che perdono il posto a causa della tecnologia: peccato che già c’è il sussidio di disoccupazione (che arriva fino a 1.300 euro al mese) per questo… il governo intende cancellarlo per dare a tutti, anche a chi ha lavorato in precedenza e quindi versato i contributi, un meno generoso e ancora fantomatico reddito di cittadinanza? Paura.

Senatore PD, eletto a Milano. E’ stato consigliere economico del Presidente del Consiglio Renzi e, quindi, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 2016.
Professore ordinario di Economia Politica all’Università Bocconi. Research Fellow a CEPR, IZA, Baffi Carefin e IGIER. Dal 30 maggio 2017 componente della Segreteria Nazionale del Partito Democratico.
Presidente del comitato di indirizzo strategico del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile.

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