LibertàEguale

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di Giovanni Cominelli

 

Stiamo attraversando giorni di mestizia e di vergogna per la condizione della democrazia italiana. Sono molti gli attori della squallida pièce recitata attorno alla Fondazione Open di Renzi? La Procura della Repubblica di Firenze, che viola la legge, passando ad alcuni giornalisti informazioni che dovrebbero rimanere segrete; il Consiglio superiore della Magistratura – questo anomalo mini-sistema partitico, che di quello ufficiale ha ripreso tutti i vizi e nessuna virtù – che interviene non per sanzionare la Procura, ma il cittadino che ne è vittima; alcuni giornalisti, che violano gravemente per un mix di incompetenza, di arroganza e di ambizione “politica” le regole professionali e deontologiche fondamentali del loro mestiere; i partiti e le Fondazioni che se ne stanno acquattati in un vile silenzio, nell’illusione miope di trarne qualche immediato vantaggio dall’eventuale messa fuori gioco per via giudiziaria di un competitor.

Non è la prima volta che accade. Da anni dei magistrati in cerca di visibilità e di poltrone utilizzano illegalmente i poteri che la legge mette nelle loro mani per paralizzare la politica e l’Amministrazione. Da anni si sono stabilite liaisons dangereuses tra magistrati e informazione. Da anni questo blocco altera il gioco politico-democratico. Se la democrazia liberale è fondata sul check and balance, che cosa accade quando ciascuna delle parti fa il mestiere dell’altra? Democrazia illiberale? Peggio: la poliarchia illiberale. La prima conseguenza è che, mentre il Paese è in preda a provinciali naumachie, è anche diventato, contemporaneamente, un campo di battaglia delle principali potenze mondiali. E se l’Unione europea tenta di costituirsi quale soggetto strategico nella “seconda guerra fredda”, incominciata dopo il 1989, l’Italia è sempre meno un soggetto e sempre più oggetto e terra di conquista economica e geo-strategica. Non siamo un esercito, siamo solo un campo di battaglia.

 

L’odio verso i partiti. La politica diventata sfida tra miliardari?

Da qualche decennio si è accumulato odio verso il sistema dei partiti. In questi anni sono insorti persino movimenti politici e partiti politici che hanno organizzato e rappresentato l’odio contro il sistema dei partiti, trasformandosi paradossalmente in partiti essi stessi. Stretti tra settori di una magistratura aggressiva, che si è proposta di redimere la società civile e la politica, e un giornalismo mantenuto da potenti lobby finanziarie, i partiti sono diventati come il vilain da schernire nei salotti-bene. E poiché i partiti continuano ad esercitare l’oligopolio della politica, questa è ormai descritta come un’attività criminogena, antici-civile e anti-sociale. Come è stato fatto notare in questi giorni, se la politica dei partiti non è più finanziabile né dallo Stato né dai privati, perché esposta naturalmente alla corruzione e al crimine, essa è destinata a diventare ancella di altri poteri, in primo luogo di quello del denaro. La politica come sfida tra miliardari.

Ciò che è radicalmente in questione è la forma-partito come modalità del fare politica. E di qui occorre ripartire. La forma-partito definita dalla storia e dalla Costituzione formale e materiale non è più in grado di “dare forma” alla politica quale attività civile volta alla difesa del Bene o dei Beni comuni o di interessi e beni particolari.

Luciano Violante ha recentemente affermato che la crisi del sistema dei partiti è incominciata con il compromesso storico, che ha spinto alla statalizzazione dei partiti. La diagnosi è dal punto di vista storico inesatta.

Come Giano bifronte, i partiti hanno avuto, dal 1943 in avanti, una faccia rivolta verso la società civile e una faccia rivolta verso lo Stato. Di più, dopo l’8 settembre, è al CLN che l’Italia deve la rimessa in movimento dello Stato, paralizzato e fatto a pezzi dal fascismo e dalla Monarchia sabauda. Perciò la Costituzione del ’48 – elaborata dai partiti – ha scolpito solennemente nei suoi articoli principali il primato civile, politico e istituzionale del sistema dei partiti. E all’allarme dei liberali – da Einaudi, a Croce a Don Sturzo – per una partitocrazia incombente e totalitaria, ha risposto con l’art. 49 – “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, che il dibattito costituente prevedeva fosse seguito da una regolazione legislativa di istituzioni della società civile – i partiti – che al contempo esercitano un potere istituzionale assoluto ed esclusivo.

La statalizzazione dei partiti è incominciata nel 1943, è stata formalizzata nella Costituzione, si è pienamente realizzata negli anni successivi. Il compromesso storico ha semplicemente portato alla luce che non solo i partiti di governo, ma anche il PCI, nonostante il fattore K, era da sempre implicato in questa dinamica, a partire dall’attività legislativa. La vittoria schiacciante del referendum contro il finanziamento dei partiti promosso dai Radicali Italiani dell’aprile 1993 – 90,3% dei voti espressi a favore – è nata dal rifiuto dei cittadini di usare la fiscalità generale per tenere in piedi strutture opache, private, totalmente fuori controllo, talora corrotte, non regolate da statuti democratici. Infatti, non è mai entrata in vigore una legge di attuazione dell’art. 49 della Costituzione. Perché, si sono chiesti i cittadini-elettori, dobbiamo finanziare un sistema che, per un verso, è sempre meno capace di governare il Paese e di tirarci fuori dai guai e, per l’altro, funziona come “una scatola nera” per i cittadini? Che i partiti si arrangino! E’ noto che poi lo hanno fatto, sia ripristinando furbescamente forme di finanziamento pubblico, sia istituendo Fondazioni private, sottoposte a regolazione legislativa.

 

Il Giano-partito è necessario

Eppure, continua ad essere necessaria una forma-partito, che funzioni da intermediaria tra una società civile conflittuale e ribollente – fatta di individui liberi, spesso organizzati in gruppi di interesse e in lobby – e le Istituzioni di tutti. La mediazione culturale, l’elaborazione intellettuale delle competenze, la formazione della classe dirigente, la delega di rappresentanza sono il fondamento delle democrazie liberali nelle società complesse, su un pianeta globalizzato. Giano è ancora e sempre necessario.

Tuttavia, tale necessità può essere legittimata e condivisa dagli elettori-cittadini, se il lato dei partiti rivolto verso i poteri dello Stato sia regolato, visibile, trasparente.

Perché finora i partiti non si sono messi d’accordo su una legge di attuazione dell’art. 49 della Costituzione? Perché si tratta, in realtà, del capitolo decisivo delle riforme istituzionali. Ridefinire i confini dei partiti verso lo Stato e verso i cittadini è il nocciolo delle riforme istituzionali. E per fare tali riforme, occorre una legittimazione reciproca di fondo. Discordi su tutto, i partiti concordano nel rifiuto ostinato di redistribuire i poteri e le conseguenti responsabilità tra Stato, società civile, cittadini. Confliggono su come redistribuirseli tra di loro: questo è il senso del ricorrente dibattito sui sistemi elettorali. Che questo atteggiamento suicida porti ad un indebolimento fatale della politica a favore di altri poteri è ciò che sta già accadendo. Una società civile senza una potente mediazione socio-culturale si disgrega nell’odio.

Viene osservato che solo uno choc potrebbe convincere i partiti a sedersi ad un tavolo e a progettare il futuro del Paese. Alla Quarta repubblica francese lo choc fu procurato dalla guerra d’Algeria e dai conati di colpo di Stato dell’esercito. La Prima repubblica italiana ne ha a disposizione più d’uno: l’inverno demografico, il debito pubblico, l’emergenza africana dei prossimi decenni, le mire dei Cinesi e dei Russi. Dovrebbe bastare.

 

(Pubblicato su www.santalessandro.org il 30 novembre 2019)

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