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di Vittorino Ferla

 

Alcuni giorni fa, nel corso di un evento alla Birmingham City University, Jeremy Corbyn ha presentato il manifesto laburista più radicale e ‘interventista’ che sia mai stato concepito dalla fine della Seconda Guerra mondiale ad oggi. Il documento, chiamato “Time for Real Change”, è fondato su un colossale aumento degli investimenti pubblici, finanziato dalle tasse sulle grandi società e sui redditi più alti.

 

Il piano di nazionalizzazioni

Corbyn vuole lanciare un piano di nazionalizzazioni di proporzioni sovietiche: le ferrovie, le infrastrutture a banda larga, i servizi postali, i servizi energetici e l’acqua passerebbero alla proprietà pubblica e sarebbero pagati con l’emissione di titoli di Stato. Ma non basta. Il leader laburista prevede un fondo di trasformazione green di durata decennale – al modico costo di 250 miliardi di sterline – al fine di potenziare energia, trasporti e altre reti. In aggiunta, un fondo nazionale da 400 miliardi di sterline, finanziato tramite prestiti, da investire in infrastrutture e tecnologia a basse emissioni di carbonio. Infine, c’è la promessa di banda larga gratuita, finanziata da un investimento di capitale di circa 40 miliardi di sterline più 5 miliardi all’anno per fornire altri servizi gratuiti.

L’ampia gamma di nazionalizzazioni copre aree dell’economia considerate da Corbyn monopoli naturali e richiede un indebitamento clamoroso per il bilancio del Regno Unito. Un programma del genere sarebbe impensabile per l’Italia, vincolata (diversamente dalla Gran Bretagna) alle restrizioni dell’area dell’Euro e al peso di un atavico debito pubblico. Ma anche per Corbyn sarà assai complicato far passare un piano del genere. L’Institute for Fiscal Studies (Ifs) lancia un allarme: “i piani del Labour spingono l’imposizione fiscale del Regno Unito ben al di sopra dei livelli sostenuti in qualsiasi momento della storia del paese, dai tempi della Seconda Guerra mondiale. È assai improbabile che l’onere di questa enorme crescita della spesa pubblica possa ricadere esclusivamente sui più ricchi e sulle corporations”.

 

Gli obiettivi del Labour spaventano gli analisti

Gli obiettivi del Labour spaventano: aumentare l’imposta sulle società al 28%, imporre tasse sul reddito a coloro che guadagnano più di 80mila sterline, imporre tasse più elevate alle multinazionali e aumentare il prelievo dall’imposta sulle plusvalenze e sulla tassazione dei dividendi. Secondo l’Ifs, “l’aumento delle imposte sulle società, come frazione del reddito nazionale, è il più alto rispetto a qualsiasi altro paese del G7 e superiore a qualsiasi altro pese dell’OCSE. È chiaro che comporterebbe dei rischi notevoli”.

Gli impegni di spesa del manfesto laburista, pari a 83 miliardi di sterline, spaventano gli analisti. Per rispondere a questo impegno non basteranno le politiche fiscali indicati da Corbyn, “Se vuoi sconvolgere la portata della spesa pubblica – avverte l’Ifs – devi essere trasperente. Gli aumenti delle tasse necessari dovranno essere ampiamente condivisi. Non si può fingere che tutto possa essere pagato dalle grandi aziende e dai ricchi”.

In parole povere, Corbyn ha in mente un piano di rinascita da economia di guerra. Ma questo impegno colossale dello stato britannico graverà inevitabilmente sul ceto medio, aumentando l’insofferenza di una larga parte della popolazione.

 

Una “furia” statalista sui servizi sanitari

Non meno radicale è la furia statalista di Corbyn sui servizi sanitari. “Ogni centesimo speso per la privatizzazione e l’outsourcing – spiega il leader laburista – è un centesimo in meno speso per l’assistenza ai pazienti. Il Labour annullerà la privatizzazione nel servizio sanitario nazionale nel prossimo parlamento. Abrogheremo la legge sulla sanità e l’assistenza sociale. Definiremo l’obbligo per le autorità sanitarie di mettere a disposizione servizi competitivi. Garantiremo l’erogazione pubblica dei servizi. Riporteremo le società sussidiarie all’interno del sistema pubblico. Offriremo a tutti controlli odontoiatrici annuali gratuiti”. Un vasto programma, non c’è che dire, al quale manca soltanto l’eradicazione definitiva di ogni malattia. Chissà: forse Corbyn si è ispirato a quel ministro dello sviluppo economico che in Italia voleva abolire la povertà…

In soldoni, la promessa del Labour prevede per la riforma del National Health System – il servizio sanitario nazionale inglese – un aumento di spesa medio del 4,3% all’anno. Ancora una volta l’Ifs non risparmia critiche: “i piani per fronteggiare la carenza di personale, forse il più grande problema della sanità pubblica, non sono abbastanza coraggiosi. La sua idea migliore è ripristinare le borse di studio per infermieri e altri. In più, il piano per la diffusione generalizzata dei farmaci generici significherebbe mettere da parte i brevetti, con il risultato di danneggiare oltremisura le aziende farmaceutiche. Infine, la promessa di porre fine e invertire la privatizzazione nel SSN nel prossimo parlamento è impossibile da mantenere anche sotto il profilo giuridico”. Infatti, far saltare in via autoritativa contratti di durata decennale con le aziende private provocherebbe ripercussioni insostenibili e getterebbe il sistema nel caos. In caso di attuazione di un tale programma, spiega David Campbell del quotidiano The Guardian, “il sistema sanitario britannico dovrebbe essere subito in grado di fare tutti i test diagnostici, i trattamenti e le cure ospedaliere che prima venivano effettuate dalle aziende private, ma le sue carenze croniche di forza lavoro rendono improbabile questa soluzione”.

Un coro di critiche arriva anche dall’Independent Healthcare Providers Network (IHPN) che raccoglie alcuni dei più grandi fornitori privati ​​di cure del servizio sanitario britannico (tra i quali Care UK, BMI Healthcare, InHealth e Newmedica). “La posizione di Labour di fa fuori i privati dal sistema – dichiara David Hare, amministratore delegato del gruppo – comprometterebbe significativamente la capacità dei pazienti di ottenere le cure di cui hanno bisogno”. Invece di migliorare l’accesso dei cittadini alle cure, “la rimozione dei privati dall’erogazione dei servizi sanitari – aggiunge Hare – allungherebbe notevolmente i tempi di attesa e milioni di pazienti andrebbero a gonfiare le liste di attesa. Solo per le cure già programmate, dove oltre quattro milioni di pazienti sono in attesa di cure in questo momento, il sistema sanitario pubblico dovrebbe costruire l’equivalente di 42 ospedali extra: un micidiale spreco di denaro dei contribuenti”.

 

La questione dell’età pensionabile

Ma non basta. Nel libro dei sogni del Labour c’è anche l’obiettivo di abbandonare i piani introdotti dal governo per aumentare l’età pensionabile oltre i 66 anni. Il problema è che – in Italia lo sappiamo bene per averne fatto esperienza con la Legge Fornero – la trasformazioni sociali e demografiche in Europa rischiano di far saltare la tenuta dei sistemi pensionistici. La crisi demografica, infatti, produce una asimmetria tra una vasta popolazione di “boomers” e una fascia di lavoratori più giovani: questi ultimi sono troppo pochi per riuscire a pagare con i loro contributi le pensioni dei primi. Il Regno Unito non è esente da queste dinamiche. “Mantenere l’età pensionabile statale a 66 anni sarebbe un costo intollerabile per le casse del Regno Unito – spiega Rowena Crawford dell’Institute for Fiscal Studies – perché aggiungerebbe circa 24 miliardi di sterline all’anno al costo delle pensioni statali entro la fine degli anni ’50 del Duemila. Questa somma si aggiungerebbe al drammatico aumento di 38 miliardi di sterline all’anno per le pensioni statali, già previsto nonostante l’innalzamento a 69 anni. Le preoccupazioni per coloro che non sono in grado di lavorare in età avanzata o per i gruppi che hanno aspettative di vita più brevi, sarebbero meglio affrontate attraverso politiche più mirate”.

 

Ma il nazionalismo laburista non paga

In sostanza, il piano veterosocialista di Corbyn ha le caratteristiche tipiche di tutti i programmi sovranisti: rispondere alla domanda di protezione con promesse sociali demagogiche e insostenibili. Un recente sondaggio di Ipsos Mori dice che i conservatori contano su un vantaggio di 16 punti percentuali sul Labour. Il populismo di sinistra dell’anziano leader non sembra fare proseliti.

Giornalista, direttore di Libertà Eguale. Collaboratore de ‘Linkiesta’, si è occupato di trasparenza e comunicazione presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio. Direttore responsabile di Labsus.org, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci. Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Il Riformista, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa”, Rubbettino 2018

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