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Conversione di Salvini sulla via di Damasco?

Pietro Ichino mercoledì 10 Febbraio 2021
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di Pietro Ichino

C’è solo motivo di rallegrarsi del nuovo posizionamento della Lega rispetto allo spartiacque del processo di integrazione europea; ma il suo consolidarsi o no dipende dal successo dell’azione di governo di Mario Draghi.

Da ormai più di dieci anni sostengo che lo spartiacque più importante della politica italiana, come di quella di tutti gli altri Paesi europei, è ora quello che separa i favorevoli dai contrari all’intensificazione del processo di integrazione europea. Quando, due anni e mezzo fa, si formò una maggioranza M5S-Lega, vidi in essa una conferma di quella tesi (v. il diagramma qui sotto).

Poi accadde che il M5S si convertì all’europeismo abbandonando la Lega, formando in Italia una maggioranza con il Pd e a Strasburgo entrando nella maggioranza che votò per Ursula Von der Leyen Presidente della Commissione Europea: il fronte pro-UE in Italia tornò così a essere maggioritario, potendo per di più avvalersi anche di un “appoggio esterno” di Forza Italia.

Ora le cose sono ulteriormente evolute a favore del fronte pro-UE: la mossa del Capo dello Stato ha prodotto  l’imprevista adesione alla maggioranza europeista guidata da Mario Draghi della Lega, dopo due anni in cui essa sulla UE aveva fatto un po’ il pesce in barile. Sull’altro versante dello spartiacque è rimasta soltanto Giorgia Meloni coi suoi Fratelli d’Italia. Apparentemente, un successo strepitoso del “partito europeista”, alle cui file si aggrega quello stesso Matteo Salvini che solo tre anni fa twittava di sentirsi più a suo agio all’ombra del Cremlino che a Bruxelles (v. foto qui sotto: l’immagine sulla T-shirt è quella di Putin).

Ma non si tratta di una folgorazione di Salvini sulla via di Damasco, bensì di una sua scelta tattica: un’adesione imposta dalla necessità di mantenere l’intesa con Forza Italia e di accreditarsi in vista delle prossime elezioni politiche, come partito di governo non incompatibile con l’appartenenza dell’Italia alla UE.

In realtà gli spiriti anti-UE sono profondamente radicati nel popolo e nella dirigenza leghista. Se essi verranno progressivamente isolati o se torneranno a prevalere dipende innanzitutto dall’efficacia delle soluzioni che Draghi saprà dare ai problemi maggiori del Paese, ma anche dalla sua abilità tutta “politica” nella navigazione tra molti scogli, visibili e no.

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