LibertàEguale

Digita parola chiave

Condividi
di Enrico Morando*
Questo seminario ha l’obiettivo di preparare l’Assemblea Nazionale di LibertàEguale, che si terrà ad Orvieto, il 14-15 luglio. Per questa Assemblea abbiamo scelto un titolo ‘terrificante’: “L’edificio riformista. Le ragioni del crollo e i pilastri della ricostruzione”.
Se siamo qui oggi è perché qui si trova larga parte delle ragioni del crollo, e qui – nel Sud – devono essere ben piantati e sapientemente edificati i pilastri della possibile ricostruzione.
Ricostruzione possibile, anche perché veniamo da due tornate elettorali politiche – quella  del 2013 e quella del 2018 – in cui la mobilità elettorale ha toccato vertici mai raggiunti. Non c’è dunque ragione per ritenere che questi rapporti di forza tra sinistra riformista di governo e nazional-populisti siano scritti nel marmo.
Ma ricostruzione difficile, come quelle che seguono ad una catastrofe; perché di questo si è trattato. E qualsiasi sottovalutazione da parte nostra, suonerebbe, agli occhi e alle orecchie degli elettori, come la prova della nostra incapacità di capire – prima ancora di riuscire a rappresentare e a tradurre in risposte realistiche e innovative, italiane ed europee – quell’insieme di ansie, di insicurezza e di sofferenze che ha ispirato la scelta di voto di tanti italiani, specialmente nel Mezzogiorno.
Si allarga la divaricazione territoriale tra Nord e Sud
Rispettando il carattere della nostra riunione, vengo subito al merito della questione che vogliamo discutere.
Come ha scritto di recente il Governatore Visco, “tutte le fragilità strutturali del Paese sono riassunte e messe in risalto dalla divaricazione territoriale: nella capacità di crescita, nella produttività delle imprese, nella disponibilità di lavoro, nella qualità dei servizi pubblici”.
Non ho qui il tempo di documentare partitamente ognuna di queste osservazioni: mi basterà richiamare il fatto che – dopo la Grande Recessione 2007-2014 – il PIL è oggi più basso di quasi dieci punti, rispetto a quello del 2007, nel Sud; contro i 4 punti nel Centro-Nord. Mentre il differenziale tra i tassi di occupazione è aumentato di quasi tre punti,trovandosi oggi sopra il 65% al Centro-Nord, e sotto il 45% al Sud.
Dati che fanno scrivere a Beppe Berta di un Sud “estraneo” alla crescita di un “nuovo” Centro-Nord, nel quale si attenuano fin quasi a scomparire le vecchie distinzioni, tra Nord-Est, Nord-Ovest e Centro, profondamente riorganizzati attorno a Milano, capitale indiscussa di un “nuovo modello italiano”, da cui il Sud è – e si sente – “fuori”.
Il contributo e la tenuta dell’industria al Sud
Ci sono dati della realtà economica italiana che sembrano dimostrare che questa valutazione sia – come minimo – esagerata: l’Italia è la seconda manifattura d’Europa ed una delle prime nel mondo, e il Sud contribuisce alla vitalità del nostro settore manifatturiero per il 21% nell’alimentare,per il 10% nell’abbigliamento, per il 24% nell’automotive,  per il 30% nell’aeronautico, per l’8,3% nel farmaceutico.
Dati che testimoniano di una “tenuta” dell’industria del Sud, che tuttavia non “irradia” sviluppo, un po’ perché “mal distribuita” sul territorio, e molto perché la fabbrica “intelligente” funziona davvero e riesce ad “irradiare” sviluppo solo se ha intorno a se – come ha scritto Marco Bentivogli, un sindacalista che prova a produrre innovazione a vantaggio dei suoi associati, i lavoratori – una Pubblica Amministrazione efficiente, con reti internet veloci e capillari. E una società aperta e fiduciosa.
Una conferma di questo limite strutturale sembra venire dai dati relativi all’utilizzo degli incentivi di Industria 4.0 nelle diverse realtà del Paese: solo il 7% del totale ha preso – almeno per ora – la strada del Sud, là dove risulterebbero più utili, a fronte della esigenza di recuperare produttività, superando antiche inefficienze.
Il Sud escluso dal racconto di una nazione in ripresa
Non c’è dunque da meravigliarsi se una parte grande della società meridionale si è sentita sostanzialmente esclusa – sì, come Berta dice del Sud – estranea rispetto al “racconto” di una nazione in ripresa, che noi Riformisti abbiamo esposto al Paese negli anni del nostro governo.
 Quel “racconto” era forse composto di meri desideri, o addirittura di consapevole inganno, privo di riscontri nei dati della realtà? No. La ripresa dopo la Grande Recessione non è un’invenzione propagandistica smascherata dalla realtà del voto degli italiani. È una realtà costruita anche grazie a riforme strutturali difficili e a politiche fiscali oculate, lungo il “sentiero stretto” tra sostegno alla crescita e stabilità finanziaria che oggi Tria sembra far proprio, dopo che i leader dei due partiti del governo di cui fa parte lo hanno demonizzato.
Ma resta il fatto che chi ascoltava questo “racconto” dei governanti e lo metteva in relazione al suo “personale” permanere in profonda recessione, finiva per orientare il suo voto o  verso una dichiarazione di “estraneità” e la protesta  fine a sé stessa – il M5S e il suo vaffa…-; o verso una generale domanda di cambiamento, per quanto non sostenuta da un progetto: “Fateceli provare”. Chi ha fatto davvero la campagna elettorale porta a porta, persona a persona, se lo è sentito ripetere centinaia di volte…
La qualità delle istituzioni politiche ed economiche
Perché – dopo cinque/sei anni di Governo nazionale, che ha accompagnato almeno altrettanti anni di diffuso governo regionale e comunale del centro-sinistra – ci ritroviamo, nel Sud, di fronte ad un risultato così negativo, sia nella profondità  del divario che si ripropone, sia nella realtà del voto?
Per favorire una migliore discussione, esplicito il punto di vista che assumo per tentare di rispondere a questa domanda: è quello di chi, tra le molte interpretazioni della crescita economica (e, quindi, della mancata crescita), sostiene che la differenza la fanno la qualità della istituzioni politiche ed economiche.
Queste infatti – secondo la teoria esposta da Acemoglu e Robinson in Perché le nazioni falliscono e applicata al “caso” del Sud Italiano da Emanuele Felice in Perché il Sud è rimasto indietro – possono essere inclusive, favorendo il coinvolgimento dei cittadini e quindi, con la crescita economica, anche lo sviluppo umano e civile; oppure estrattive, finalizzate cioè ad estrarre rendite per una minoranza di privilegiati.
Secondo questa teoria, le istituzioni politiche, formalmente identiche tra Nord e Sud d’Italia, funzionano secondo modalità ben distinte, e, soprattutto, con incentivi diversi al Sud e al Nord. Mentre le istituzioni economiche non sono le stesse, nemmeno formalmente (si pensi alla “istituzione economica” mafia).
Servono riforme mirate per modificare le istituzioni del Sud
Uso questo punto di vista per esplicitare subito le mie conclusioni: malgrado gli sforzi compiuti per interventi orientati al superamento del divario, in questi anni di governo del centro-sinistra non è stata robustamente e credibilmente avviata un’opera di riforma esplicitamente mirata a modificare in radice le istituzioni economiche e politiche fondamentali del Sud, facendole diventare, da estrattive come erano, inclusive.
Preso atto dell’esaurirsi – e, in qualche caso, del fallimento – delle due grandi strategie messe in atto in passato per il superamento del divario (quella dell’Intervento straordinario e quella della Programmazione negoziata), ci siamo mossi spinti dalla convinzione che le riforme necessarie per lo sviluppo e la crescita dell’Italia fossero, per l’essenziale, quelle necessarie anche per il superamento del divario Nord-Sud.
In fondo, a paragone con gli altri grandi Paesi dell’Area Euro, l’Italia non presentava problemi di produttività del lavoro e dei fattori per qualità – anche se non per quantità – analoghi a quelli che stavano alla base del divario tra Sud e Nord del Paese? Dunque, riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa; nuove regole per il mercato del lavoro; riforma del sistema bancario (Popolari, BCC, garanzie pubbliche su cartolarizzazioni dei crediti deteriorati); riforma della Pubblica Amministrazione; incentivi fiscali alla contrattazione di secondo livello; incentivi agli investimenti di Industria 4.0; … questo insieme coerente di misure buone per l’Italia, sarebbero stata buone anche per il Mezzogiorno, se accompagnate da interventi “minori” più mirati, come gli accordi di Programma con singole realtà locali o regionali; il credito d’imposta automatico per gli investimenti al Sud e, in ultimo, le misure del pacchetto De Vincenti.
Un deficit della cultura politica del riformismo di sinistra
Sia chiaro: nessuna di queste misure ha avuto un impatto negativo sulla realtà economica e sociale del Sud. Molte possono avere, ed hanno, al contrario,effetto positivo (in particolare, le ultime cui ho fatto riferimento).
Ciò che è mancato – nell’insieme e in ciascuna riforma – è la capacità di assumere come centrale fin dalla sua progettazione, l’obiettivo del radicale cambiamento delle istituzioni economiche e politiche fondamentali per il Sud e nel Sud.
In sostanza, è emerso un deficit della cultura politica del riformismo nazionale di sinistra, come se fossimo incapaci prima di tutto di riconoscere che una grande Area in ritardo di sviluppo come il Sud poneva e pone problemi di corretta definizione dell’intera strategia nazionale ed europea dei riformisti. Non l’esigenza di qualche “aggiunta” specifica o di mere accentuazioni. È così che si sono poste le basi di un reciproco disconoscimento: noi riformisti al governo non abbiamo “riconosciuto” il peso nazionale del Sud; e una parte molto grande della popolazione del Sud, non sentendosi neppure “capita” da noi, ha scelto di riconoscersi nel M5S.
Nel contratto Lega-M5S solo 8 righe sul Sud
È singolare, e non è di buon auspicio per il Sud, che il nuovo governo Lega-M5S sembri a sua volta convinto – ovviamente su fondamenta ideali e programmatiche del tutto diverse: quelle che stanno alla base del loro “Contratto” – del carattere ancillare e secondario della moderna questione meridionale: nelle 8 righe (su 58 pagine) che recano il titolo “SUD”, si può leggere: “… tutte le scelte politiche previste dal presente contratto … sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud”.
Approfitto di questa non lunga citazione per porre una domanda ai ministri del Mezzogiorno, dell’Economia, dello Sviluppo e del Lavoro: poiché sono citate tra le scelte previste dal Contratto “tenendo conto” delle esigenze del Sud quelle sulla Legge Fornero e la introduzione di quota 100, potreste informare i lavoratori del Sud, donne, ma anche maschi, di quale sia la quota dei 5 mld di Euro che arriverebbe dalle loro parti? Per i dati a mia disposizione, non più del 10%.
Sperando che ci ripensino, riprendo il filo della mia relazione.
La bassa efficacia dell’azione pubblica nel Mezzogiorno
Fabio Panetta (vicedirettore generale di Banca d’Italia) – sulla base di un approccio al tema del ritardo del Sud del tipo di quello che vi sto proponendo – ha scritto di recente: “per riavvicinare progressivamente l’attività produttiva e l’occupazione nel Sud a quelle del resto del Paese… è necessario superare gli ostacoli dovuti alla bassa efficacia dell’azione pubblica, migliorare i servizi pubblici e le infrastrutture”.
Nel campo dei servizi pubblici, affronta il tema della sanità, della giustizia e della istruzione. Seguirò rapidamente il suo articolo perché mi consente di essere più rapido nell’esplicitare cosa io intenda per ritardata o mancata assunzione – nella strategia di riforma nazionale – delle priorità del cambiamento delle istituzioni economiche fondamentali del Sud.
Ridurre il pendolarismo sanitario tra Nord e Sud
a. Sanità: la mobilità dei pazienti dà conto della percezione dei cittadini del Sud sulla qualità dei servizi sanitari: negli anni 2014-’16 oltre 200.000 pazienti l’anno si sono spostati dal Sud al centro-Nord per esigenze di assistenza ospedaliera. Pressoché irrilevanti i movimenti in direzione opposta.
       Ora, nel corso di questi anni di governo, è stata condotta – in  materia di finanziamento del servizio sanitario Nazionale – una significativa azione di risanamento della gestione sanitaria, con significativi risultati, anche nelle Regioni più “difficili” del Sud. Ma non è stato neppure seriamente avviato il passo successivo, quello di maggiore interesse per chi voglia davvero “riaprire” la prospettiva della crescita quantitativa e qualitativa del Sud: segregare, nell’ambito del Fondo Sanitario Nazionale, una quota significativa di risorse (in questo caso sì, aggiuntiva rispetto a quelle dedicate a finanziare le attuali prestazioni),volte esclusivamente a finanziare le Regioni che si impegnassero credibilmente a migliorare l’offerta dei servizi ospedalieri, al fine di ridurre il pendolarismo sanitario, accettando naturalmente specifici controlli sul grado di realizzazione del progetto. Sarebbe stato difficile raggiungere – con le Regioni del Centro-Nord – la necessaria “intesa”? Certamente, ma sarebbe stata ben altra discussione, rispetto a quella, tenacemente combattuta da entrambe le parti, circa l’interpretazione da dare al termine “taglio”: è tale solo la riduzione rispetto alla dotazione dell’anno precedente; o è tale… un aumento di risorse, rispetto all’anno precedente, ma inferiore a quello programmato?
I tempi della giustizia civile
b- Panetta prosegue poi con la Giustizia civile (un’altra istituzione economica fondamentale: se non funziona bene, l’economia non può funzionare bene). Per l’intero territorio nazionale, si stima che la durata media dei procedimenti civili ordinari sia diminuita, tra il 2006 e il 2017, da 985 giorni a 732 giorni. I procedimenti continuano però a durare un anno in più nel Sud rispetto alle altre Regioni.
 Anche in questo caso, si può ben dire che larga parte di quei 253 giorni in meno siano il frutto di una costante azione di innovazione legislativa e amministrativa condotta dai governi degli ultimi anni. Ma 365 giorni in più per il Mezzogiorno, su una durata media nazionale di 732 giorni, sono del tutto incompatibili con la prospettiva di superamento del divario nel Sud, che può diventare realtà solo se la sua capacità di attrarre investimenti è proporzionale all’entità del ritardo. E gli investitori non vanno dove non possono contare su di un giudizio pronto ed imparziale…
Riconoscere questa priorità non avrebbe forse richiesto innovazioni legislative, ma certamente rigorosa innovazione delle attività amministrative e di valutazione delle performance di singoli magistrati ed interi uffici. Un’azione che non c’è stata o, almeno, non è stata efficace.
Un solo esempio darà l’idea: ormai molto tempo fa, Pietro Ichino mi ha fatto vedere un progetto sulla diversa (rispetto all’attuale) programmazione del processo che lui ed Andrea avevano elaborato con l’apporto di esperti e poi “regalato” all’Amministrazione della Giustizia. Da inesperto, mi sembrò una specie di uovo di Colombo: iniziare il processo e portarlo a sentenza, senza metterne in mezzo altri, in banale sequenza temporale. Le sperimentazioni – e persino la logica matematica – sembravano dimostrare che quel metodo fosse in grado di conseguire forti risparmi di tempo (e forse, non solo quelli: con i rinvii ad un anno…).
L’avvio di una massiccia sperimentazione concentrata al Sud, accompagnata da adeguate risorse umane e finanziarie e da una robusta moral suasion, sarebbe stata certamente deciso da chi avesse pienamente maturato l’esigenza di cambiare le istituzioni economiche fondamentali del Sud…. Ma il Progetto è rimasto nei cassetti… Da dove pare lo vogliano tirar fuori gli autori del Contratto, che – al capitolo Giustizia – sembra prevedere qualcosa di analogo.
Migliorare le competenze degli studenti nel Mezzogiorno
c-Infine, l’istruzione. Prosegue Panetta: le competenze degli studenti che frequentano la scuola nel Mezzogiorno rimangono più basse che nel resto del Paese, soprattutto per le scuole medie e superiori. Il sistema scolastico non riesce a colmare i divari di partenza tra gli studenti, dovuti anche ai più bassi livelli di scolarità dei genitori degli alunni meridionali.
Con la Legge della Buona Scuola, il Governo Renzi ha bruscamente innalzato le risorse disponibili in Bilancio per il finanziamento della scuola. E il Governo Gentiloni ha confermato e irrobustito quella scelta: 3,5 mld di Euro in più, ogni anno.
Non è questa la sede per un bilancio della prima fase di attuazione. Dirò solo che l’unico certo e disponibile – quello del consenso elettorale – presenta un sicuro passivo. Qui mi interessa verificare se, consapevoli dei dati richiamati da Panetta, noi riformisti di centro-sinistra abbiamo fin dall’inizio inserito il superamento del divario Nord-Sud tra gli obiettivi fondamentali della riforma, o no.
I presupposti c’erano: l’autonomia degli istituti scolastici; la “chiamata” del dirigente scolastico; l’alternanza scuola-lavoro; il personale in più, come “dotazione dell’autonomia”; la valutazione di tutto e di ciascuno… Ma non c’era l’assunzione esplicita dell’obiettivo di riequilibrio CentroNord-Sud delle competenze dei bambini e dei ragazzi. Quindi, mancavano le scelte atte a conseguirlo: programmaticamente – non come effetto di “risulta” dell’eccesso di insegnanti nel Sud – classi meno numerose; carriera degli insegnanti per privilegiare quelli in grado di ottenere risultati migliori nella realtà più difficili; stipendi più alti e più lungo impegno di permanenza in queste stesse realtà; compensazione economica per le imprese che si rendessero disponibili per l’alternanza scuola-lavoro.
Il contratto tra M5S e Lega, in materia di scuola, promette solo di abbandonare l’aspetto più positivo della Buona Scuola, l’alternanza scuola-lavoro (“uno strumento da considerarsi dannoso”), per incrementare la componente più discutibile e controversa (ulteriori assunzioni di insegnanti precari). Temo dunque che toccherà a noi Riformisti di centro-sinistra modificare in chiave “sudista” il nucleo di quella riforma, per riproporla come la più urgente per recuperare sia senso civico e capitale sociale, sia capacità competitiva nell’economia globale.
Ripensare la contrattazione collettiva
Senza più ricorrere all’articolo di Panetta, voglio aggiungere qualche considerazione in materia di contrattazione collettiva. Ne parlerà dopo di me Andrea Ichino, che ha studiato a fondo questo tema, con Enrico Moretti e Tito Boeri.
È evidente che il tema di un radicale riorientamento della contrattazione tra lavoratori e datori di lavoro, al fine di collocarla più a ridosso dell’azienda, del gruppo, del distretto, della filiera, del territorio, si impone, sia per remunerare in modo più equilibrato il fattore lavoro, a fronte di effettivi incrementi di produttività; sia per assumere a base della contrattazione progetti di sviluppo dell’impresa che altrimenti faticano a realizzarsi, in assenza di reale condivisione e partecipazione dei lavoratori; sia, infine, per favorire attività di formazione continua e riqualificazione professionale dei lavoratori, che rendono questi ultimi più “sicuri” di fronte alla minaccia della disoccupazione tecnologica, mentre aumentano il valore e le capacità competitive della impresa.
Anche le parti sociali sono sollecitate, dal diffondersi della contrattazione decentrata, a migliorare la loro capacità di rappresentanza, determinando per questa via un netto miglioramento della qualità del capitale sociale.
I Governi di centro-sinistra si sono mossi con determinazione per favorire lo sviluppo della contrattazione di secondo livello, agevolando fiscalmente la quota di salario da essa derivata, e il ricorso a forme di welfare aziendale. Ed hanno introdotto importanti misure strutturali di sostegno alle attività di formazione dei lavoratori , condizionate all’esistenza di accordi tra le parti.
È tuttavia mancato  un solido riferimento alla priorità della riforma delle istituzioni economiche fondamentali del Sud. Un’assenza che testimonia – meglio e forse più che nei precedenti casi – di un vero e proprio deficit di cultura politica riformista. Qui infatti viene in campo con maggiore evidenza ed immediatezza il tema delle diversità territoriali, della forte articolazione dello sviluppo sul territorio. Quindi, della necessità di modellare la riforma su quella articolazione. Invece, ha prevalso l’omogeneità degli interventi, senza distinzione.
Differenziare il prelievo fiscale sul reddito da lavoro femminile
Un difetto cui sarà indispensabile mettere rimedio, già nelle prossime settimane, quando bisognerà decidere che fine farà questo insieme di interventi sotto le “cure” del nuovo governo (il Contratto non ne fa cenno). Non basterà chiedere che si mantengano le misure e si aumentino le risorse dedicate: dovrà vedersi un esplicito riconoscimento di priorità per il Sud. Esattamente come si dovrebbe fare per la proposta da me avanzata ormai una legislatura fa – di differenziare il prelievo fiscale sul reddito da lavoro femminile, rispetto a quello maschile, a parità di tutto il resto. Sempre che si voglia passare dalle parole (dei convegni) ai fatti, in tema di partecipazione delle donne alle forze di lavoro, l’IRPEF differenziata per le donne che lavorano al Sud sarebbe un formidabile indicatore di svolta…
Nel Mezzogiorno hanno prevalso le istituzioni politiche ‘estrattive’
4-  Fin qui, sulle istituzioni economiche fondamentali. Ma quelle politiche hanno un rilievo altrettanto, se non più grande. Sono infatti queste ultime che – grazie al carattere estrattivo che hanno storicamente assunto, nel connubio con le istituzioni nazionali e, per certi aspetti, europee – hanno finito per svolgere verso la società meridionale una funzione opposta a quella tipica delle istituzioni politiche delle democrazie aperte e competitive: hanno promosso non già la progressiva emancipazione dei ceti subalterni, ma il mantenimento di rendite e privilegi , anche a costo di deprimere consapevolmente la possibilità di crescita complessiva. Non si può infatti trascurare che – come scrive Emanuele Felice – “è stata in sostanza la più alta sperequazione dei redditi e delle ricchezze che ha determinato nel Mezzogiorno il prevalere di istituzioni estrattive”.
Per quanto, parlando di Mezzogiorno, si sia indotti a privilegiare gli aspetti economici su quelli politici, dobbiamo sforzarci di tenere in conto ciò che scrisse l’economista Abba Lerner, negli anni ’70: “L’economia si è guadagnata il titolo di regina delle scienze sociali scegliendo i problemi politici già risolti come proprio campo d’azione”.
Se è vero che “la politica è il processo attraverso cui la società sceglie le proprie regole di governo”, e che queste regole sono tra i fattori chiave del successo economico,allora dobbiamo concludere che il carattere “estrattivo” delle istituzioni economiche del Sud ha trovato sostegno attivo – e forse il suo primo fondamento – nel carattere estrattivo delle istituzioni politiche del Sud. Dunque, riaprire lo scontro sociale, politico e culturale per cambiare queste ultime è essenziale anche al fine del superamento del divario economico.
La costruzione del nuovo sovrano europeo e le riforme costituzionali in Italia
Il contesto è dato: 1) dalla battaglia che dobbiamo saper combattere e vincere per la costruzione del nuovo sovrano europeo, per il governo di quei problemi – dal governo dei confini e dell’immigrazione, fino alla competizione fiscale sleale tra Stati membri dell’Unione, passando per il contrasto della disoccupazione da shock asimmetrici – che non sono più governabili dal sovrano nazionale. (Ne parleremo al seminario del 2 luglio, a Roma, con relazione di Giorgio Tonini). E, 2) dalla riapertura del processo di riforma costituzionale ed elettorale a dimensione nazionale. La sconfitta del 4 dicembre 2016 non cancella l’esigenza della riforma verso una democrazia decidente di stampo liberale, mentre l’emergere in Italia (vedi il Contratto Lega-M5S) e in Europa (Visegrad) di spinte verso la democrazia illiberale, lo accentua.
Nel merito, intendo soffermarmi qui solo su due aspetti, apparentemente lontani tra di loro: l’istituzione “capitale” del Sud, l’Area metropolitana di Napoli. E l’istituzione politica partito riformista nel Sud.
Pensare Napoli come la capitale del Sud
Rapidamente, sul primo  punto. Come il Nord-Centro del “nuovo modello italiano” – pure così variegato e differenziato – ha trovato una sua capitale in Milano, hub dell’innovazione (Moretti) che “irrora” con i suoi prodotti e le sue attività di eccellenza un territorio ben più grande, che è tornato a crescere insieme e intorno alla metropoli, così il riscatto del Sud è difficilmente concepibile e ancor più difficilmente realizzabile senza una Capitale. Che, per la sua storia e il suo presente, non può essere che Napoli.
I riformisti debbono farsi protagonisti di un progetto di medio-lungo periodo, che dia vita ad un processo di concentrazione di funzioni “da capitale del Sud” a Napoli.
È un lavoro che poggia su basi ben piantate nel presente della città metropolitana – dalle Università ai centri di ricerca, dal Porto alla meccanica, all’automotive, alle produzioni del made in Italy, ai beni culturali – ma deve immediatamente rivolgersi ad uno sforzo consapevole per chiudere le falle che si sono aperte in funzioni fondamentali (credito); attrarre investimenti e cervelli; stabilire rapporti privilegiati con altre città del Nord Italia (Torino, ad esempio) e del Mediterraneo che presentino caratteri di forte complementarietà.
Pensare Napoli come capitale del Sud significa, per fare un esempio che ha a che fare con l’attualità, sviluppare qui a Napoli, se si potesse più che a Taranto e in Puglia, una lotta politica durissima contro chi vuole chiudere l’ILVA di Taranto. Dobbiamo essere grati a SVIMEZ per aver messo in evidenza il peso dell’ILVA sull’economia del Sud e dell’Italia. Ma, ancora una volta, non è solo questione di PIL: il Sud ha l’opportunità di dimostrare al mondo che si può produrre a caldo acciaio di qualità, rispettando l’ambiente e la salute dei cittadini e dei lavoratori. Quindi, di diventare protagonista della “manifattura Italia” di domani.
Finisco, sul punto, segnalando un gravissimo rischio: nel Contratto Lega-M5S non si fa alcun cenno all’Alta Capacità Napoli-Bari. Non è vero ciò che ho già sentito dire, per spiegare questa assenza. Cioè, che non si parla di questa infrastruttura semplicemente perché non se ne nomina puntualmente nessuna. Della Torino-Lione si parla, sia pure per dire una cosa (“ridiscutere integralmente il progetto”), e il suo contrario (“nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”).
Dato il suo carattere strategico, l’Alta Capacità  Napoli-Bari non chiede semplicemente una conferma (ci mancherebbe pure questa…). Chiede un più marcato riconoscimento di priorità nazionale: compresa qualche operazione di ingegneria finanziaria e civile per accelerare drasticamente i tempi della sua realizzazione.
Costruire il partito riformista del Sud
Infine, il soggetto politico, il partito riformista capace di rendersi protagonista del riscatto del Sud.
Proporrei innanzitutto di abbandonare la retorica degli eccessi: se cominci dicendo che arriverai col lanciafiamme, e poi non cambi assolutamente nulla, contribuisci solo ad alimentare frustrazioni nel buono che c’è, mentre aiuti il cattivo a trincerarsi dietro “l’autonomia e l’orgoglio dei territori”.
Poiché si tratta di ricostruire dopo una distruzione profonda, penso che sarebbe invece opportuno rivolgersi alla società del Sud con una reale apertura: a capire, a condividere, a progettare, per poi realizzare insieme.
Concretamente, nella società del Sud, a chi dovrà essere rivolto questo invito? A quelli che non hanno rendite o privilegi da difendere, anche a danno del destino della intera collettività. O, almeno, sono disposti a rinunciarvi perché hanno fiducia nella possibilità di sostituirli con altri fattori di sicurezza e benessere.
A questo scopo, il progetto riformista deve vivere dentro la durezza del contrasto degli interessi, sempre fornendo un filo per districarsi tra le contraddizioni della realtà sociale, mai aderendo acriticamente alle pulsioni di giorno in giorno prevalenti, sempre puntando più alla comprensione (e alla rimozione) delle cause delle sofferenze sociali, che alla individuazione di colpevoli da additare come bersagli alla furia “del popolo”.
Per un lavoro tanto impegnativo, servono militanti. Non necessariamente giovani (se lo sono, è meglio). Ma dotati di una forte consapevolezza della loro missione. Quindi, di una cultura politica assai lontana da quella tradizionale, che misura la propria forza e capacità di influenza col metro della sua lontananza/vicinanza rispetto ad un centro di spesa pubblica (non c’è più trippa per gatti: lo capiranno presto, se non lo sanno già, quelli che hanno presentato programmi per 100 mld annui aggiuntivi di spesa); e con quello del “controllo” di un certo numero di preferenze individuali. La preparazione del prossimo congresso del PD – se verrà promosso e organizzato secondo lo spirito e la lettera del suo Statuto – potrebbe essere una prima occasione per iniziare il processo di selezione di questi militanti.
*Relazione al Seminario sul Mezzogiorno del 15 giugno 2018

Viceministro dell’Economia e presidente di Libertàeguale. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)

Tags:

Lascia un commento

L'indirizzo mail non verrà reso pubblico. I campi richiesti sono segnati con *