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Decreto Dignità: un salto all’indietro

Luigi Marattin mercoledì 4 luglio 2018
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di Luigi Marattin

 

Il cosiddetto “decreto dignità” affronta principalmente tre temi: il mercato del lavoro, il fisco e la lotta alle delocalizzazioni.

È mia opinione che esso contenga risposte sbagliate o insufficienti su tutti e tre questi fronti. Proverò a spiegare perché, non dimenticando mai di precisare per ciascun argomento quali siano invece le proposte concrete che il Pd ha avanzato o può avanzare in sostituzione.

 

La ricetta del governo sul mercato del lavoro

Sul mercato del lavoro la ricetta del governo è semplice: alzare il costo dei contratti a tempo determinato, sia esso costo monetario (ad ogni rinnovo il costo contributivo aumenta dello 0,5%) che burocratico (torna l’obbligo di causale – che altro non farà che tornare a far salire il contenzioso – per i rinnovi). Il governo crede che così facendo, sarà più conveniente per le imprese stipulare contratti a tempo indeterminato. L’errore fondamentale di questo ragionamento è credere che la scelta sia solo tra queste due opzioni: fare un contratto a tempo determinato o indeterminato. In realtà, esiste un’altra opzione: non assumere per nulla (o assumere in nero). Rendere più costoso il contratto a tempo determinato rischia non, già, di favorire l’indeterminato, ma di rendere più conveniente la non-assunzione. Soprattutto se continueranno i segnali di indebolimento dell’economia e le prospettive della domanda aggregata, messe in serio pericolo non solo dai dazi di Trump così cari a Salvini ma anche dalla confusa e contraddittoria linea di politica economica del governo italiano.

La soluzione è un’altra: rendere più conveniente il contratto a tempo indeterminato, come i governi Pd hanno fatto prima temporaneamente (con la decontribuzione 2015-2018) e poi strutturalmente per gli under 30. Il Pd ora propone di proseguire, con maggiore decisione, lungo questa linea abbattendo di 4 punti in 5 anni il cuneo contributivo per le assunzioni a tempo indeterminato.

 

Fisco: l’abolizione dello split payment

Sul fisco il decreto dignità, che era partito con roboanti proclami di anticipo di flat tax, di semplificazione massiccia per professionisti e imprese, di abolizione di spesometro e redditometro, non fa invece nulla di tutto questo. Si limita a prorogare di sei mesi una scadenza di un adempimento (che rimane vivo e lotta insieme a noi), e ad abolire lo split payment solo per i professionisti. Pessima mossa quest’ultima, comunque.

Lo split payment ( il meccanismo per il quale se io vendo un bene alla PA, questa si trattiene direttamente l’Iva) ha avuto il merito di iniziare a combattere seriamente l’evasione Iva; le stime più attendibili indicano che il gettito recuperato ammonta almeno a 2 miliardi di euro ogni anno. Dare il segnale di voler tornare indietro, sebbene solo su un segmento ridotto, fa sorgere più di un dubbio sulla reale volontà di questo governo di voler combattere l’evasione. E questo non è un bel segnale, visto che un giorno sì e l’altro pure esponenti di questa maggioranza preannunciano condoni fiscali mascherati da nomi eleganti (“pace fiscale”). Sul fisco invece serve accelerare i rimborsi Iva per i fornitori della PA e continuare nell’opera di semplificazione iniziata, con un po’ di fatica, nella scorsa legislatura: fatturazione elettronica a regime (minimizzando l’impatto sui professionisti) e drastica semplificazione conseguente di tutti gli oneri. Più in generale, arrivare entro dieci anni a pagare le tasse con una app sul telefonino.

 

Le norme sulle delocalizzazioni azzerano gli investimenti in Italia

Sulle delocalizzazioni, il decreto dignità parla alla pancia del paese, realizzando una tipica misura che fa prendere l’applauso garantito ad ogni assemblea o comizio: le imprese che hanno goduto di incentivi pubblici agli investimenti produttivi (compreso l’iper-ammortamento per l’acquisto di macchinari), devono restituirlo con multa e interessi se nei cinque anni successivi spostano l’azienda o parti di esse all’infuori dell’Unione europea. Giusto, no? No.

Primo perché significa nei fatti azzerare il flusso di investimenti esteri diretti in Italia (ne riparliamo quando la prossima fabbrica che chiude non trova compratori e deve mandare a casa tutti i lavoratori, eh), e secondo perché le delocalizzazioni non avvengono solo all’infuori della Ue, ma soprattutto al suo interno: è questo il caso dei fatti di cronaca più recenti (la Embraco in Slovacchia e della Bekaert in Romania; Slovacchia e Romania, lo dico a beneficio soprattutto di Di Maio, si trovano in Europa). La strada da percorrere invece è quella di rimpinguare il fondo anti-delocalizzazioni creato dal Pd nell’ultima legge di Bilancio, fino a farlo diventare un vero e proprio strumento di politica industriale per la pronta (e anzi preventiva) re-industrializzazioni di siti a rischio delocalizzazione.

Avevano annunciato che il primo decreto legge sarebbe stato fatto la prima settimana, e avrebbe contenuto flat tax e abolizione della Legge Fornero. Lo hanno fatto dopo un mese, e oltre a non vedere neanche l’ombra delle loro promesse, contiene pure cose sbagliate. Come inizio non c’è male, eh.

 

(Articolo tratto da Democratica)

Deputato Pd. E’ stato Assessore al Bilancio e alle Partecipazioni del Comune di Ferrara (dal 2010 al 2014) e Consigliere economico del Presidente del Consiglio (dal settembre 2014 al marzo 2018) prima con Matteo Renzi, poi con Paolo Gentiloni. Economista all’Università di Bologna presso il Dipartimento di Scienze Economiche, dove in questi anni ha insegnato Microeconomia, Macroeconomia e Strumenti e Mercati Finanziari (attualmente in aspettativa obbligatoria). Juventino.

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