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Scuola. Il Rapporto OCSE, Trilussa e il legislatore riformista

Marco Campione venerdì 13 settembre 2019
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di Marco Campione

 

Il 9 settembre OCSE ha pubblicato il Rapporto sull’istruzione 2019, Education at a Glance. Un rapporto di più di 400 pagine tutte in inglese, che difficilmente viene letto dai tanti che si dilettano a pontificare di scuola, salendo in cattedra (rigorosamente posta su una predella, ça va sans dire) approfittando della vetrine delle prime pagine dei grandi giornali.

Chissà se li spaventano di più le 400 pagine o il fatto che siano in inglese… Ed è davvero un peccato non lo leggano, perché molti luoghi comuni e argomenti retorici vengono ridimensionati. Si conferma ad esempio che è vero che l’Italia investe molto meno degli altri paesi OCSE in Istruzione, ma anche che quella distanza si concentra per lo più nell’istruzione terziaria (l’Università) e nella ricerca.

Per quel che riguarda la scuola in senso stretto, mi hanno colpito in particolare tre dati, anch’essi spesso citati a sproposito. E accomunati da un elemento comune, il rischio di trattare quei numeri come il pollo di Trilussa. Conoscete la storia del pollo, immagino: se Gino ha due polli e Gina nessuno, in media hanno un pollo a testa, ma Gina muore di fame…

Vediamo allora i tre punti, con -in conclusione- una modesta (ma conseguente) proposta.

 

1. Gli stipendi dei docenti italiani sono davvero i più bassi d’Europa?

Quando mi capita di intervenire pubblicamente sul salario dei docenti e il necessario adeguamento dello stesso alla media europea, dico sempre una cosa apparentemente controintuitiva. Il problema infatti esiste eccome, ma non è rappresentato dal salario di ingresso, ma quello a fine carriera. La soluzione quindi non passa da un aumento indiscriminato per tutti (adeguare il salario di ingresso di un docente vale tra 50 e 100 Euro al mese): la soluzione passa dalla implementazione delle carriere per i docenti.

Nel grafico che segue, tratto dal Rapporto, vengono rappresentati due aspetti secondo me importanti e sottovalutati, che raffigurati rendono il concetto meglio di mille parole. Il grafico si riferisce alla secondaria inferiore (la c.d. “scuola media”), ma sono abbastanza simili per tutti gli ordini di scuola.

Nota: Dati in Dollari americani, a parità di potere d’acquisto

Il primo aspetto evidenziato attiene a quanto dicevo sopra e la lunghezza della barra verde indica il range nel quale il salario si muove: sono pochissimi i paesi europei dove questa è più corta che in Italia, nessuno di quelli paragonabili al nostro per importanza e ricchezza.

Il secondo dato interessante è quello sul salario del Dirigente scolastico. Il salario minimo (il quadratino blu) è spesso inferiore a quello massimo di un docente: questo significa che esistono meccanismi premiali in termini retributivi della “buona docenza” e -di conseguenza- non si “sfoga” sulla sola dirigenza la necessità o la legittima aspirazione di migliorare il proprio status socio economico. Questo fa sì che in quei paesi la dirigenza venga scelta per ragioni “vocazionali” e non economiche, come avviene in Italia.

Se così fosse anche in Italia, questo migliorerebbe i meccanismi di selezione per la dirigenza scolastica, decongestionandoli e quindi consentendo una migliore efficacia degli stessi. Un vantaggio sarebbe ad esempio il superamento della pratica delle pre-selezioni, fatte su domande a risposta chiusa, un altro la possibilità di una valutazione anche sul campo con il tirocinio e altro ancora

 

2. I docenti sono davvero troppi?

Secondo il senso comune i docenti in Italia sarebbero troppi, ma i numeri ci dicono altro, che sono di poco superiori alla media europea. Ma questo avviene perché da noi abbiamo i docenti di sostegno. I numeri: nella primaria 12 studenti per insegnante in Italia, 14 in Europa; nella secondaria 11 contro 12.

Se il numero di docenti fosse in linea con la media europea dovremmo avere circa 70.000 docenti in meno, ma quelli di sostegno sono 100.000 (non è chiaro se OCSE conta o meno i cosiddetti “supplenti in deroga”, in quel caso dovremmo aggiungerne circa altri 40.000). Anche qui il problema quindi non è il numero, la media del pollo appunto, ma la loro distribuzione.

Nell’assegnare gli organici alle regioni, troppo spesso si è seguito il criterio del numero delle classi e non degli studenti (SVIMEZ ci insegna peraltro che l’istruzione è uno dei pochi comparti dove il criterio della spesa storica non avvantaggia il nord… ma di questo torneremo a parlare quando il nuovo governo affronterà il tema dell’autonomia regionale); troppo spesso si è penalizzata la scuola media (e su questo dobbiamo fare autocritica, visto che la distribuzione del cosiddetto potenziamento previsto dalla legge 107 aveva questo difetto); troppo spesso ci si è rassegnati a non estendere il tempo pieno al sud con argomenti risibili tipo “le mamme non lavorano”, confondendo causa ed effetto, confondendo il valore formativo del tempo scuola lungo con un servizio sociale. E gli esempi potrebbero continuare.

 

3. Le classi sono davvero troppo affollate?

Non c’è Ministro o Presidente del Consiglio che non abbia promesso di ridurre le classi pollaio. Come promessa è seconda solo a quella di adeguare gli stipendi dei docenti… Ma le classi italiane sono davvero troppo affollate? Anche qui se guardiamo alla media nazionale le cose non stanno affatto così: il numero di studenti per classe, al contrario, è inferiore alla media europea di un paio di studenti per ogni ordine di scuola; nel nostro paese in ogni classe ci sono 21 studenti nella scuola dell’infanzia e nella secondaria inferiore, 19 alla primaria e quasi 22 nelle superiori.

Siccome ciascuno di noi ha avuto almeno una esperienza di classi da 25-28 alunni, è evidente che se la media è quella la dimensione delle classi non è equamente distribuita tra le diverse scuole. Anche per questo indicatore, dunque, è la frase «adeguiamo il tale indicatore alla media europea» a non avere senso.

Troppo spesso il ragionamento è stato il seguente. Siccome Gino ha due polli e Gina non ne ha nessuno, dò mezzo pollo in più ad entrambi perché è l’unico modo per far mangiare anche Gina, senza perdere consenso. Ma siccome Gino è sazio userà il suo mezzo pollo in più per tenere aperta una scuola con 10 alunni per ragioni non sempre nobilissime.

 

Da qui a dieci anni due rivoluzioni

Cosa propongo? Da qui a dieci anni interverranno due cambiamenti che, se non governati, potrebbero portare solo a disastri.

Primo: gli studenti diminuiranno nell’ordine delle centinaia di migliaia di unità, più di un milione secondo alcune stime (solo quest’anno ne abbiamo “persi” circa 45.000), liberando decine di migliaia di docenti (55.000 secondo la Fondazione Agnelli). Secondo: andrà in pensione più della metà del corpo docente attuale.

 

Il legislatore populista e quello rigorista

La tentazione del legislatore populista potrebbe essere quella di distribuire i 55.000 posti in modo indiscriminato (dare mezzo pollo in più a Gino, vedi sopra).

Quella del legislatore rigorista (o in cerca di soldi per finanziare prepensionamenti, strumenti assistenziali e/o spesa improduttiva) sarà invece quella di «usare» i pensionamenti per adeguare il numero complessivo dei docenti al calo demografico senza licenziare, recuperando però 55.000 stipendi, circa 2 miliardi.

 

Il legislatore riformista: un patto per la scuola

Il legislatore riformista dovrebbe invece fare tutt’altro. Proporre un patto con il mondo della scuola, i rappresentanti sindacali e le famiglie. Con tutti quei soggetti interessati a risolvere i problemi e non solo a denunciarli. Con le persone preoccupate per il progressivo deterioramento dell’efficacia dell’ingente investimento in Istruzione e per la distanza tra le aspettative per i propri figli e i risultati effettivamente ottenuti; risultati che penalizzano, giova ricordarlo, soprattutto le fasce socio-economicamente più deboli della popolazione.

Il patto è questo: lo Stato si impegna a mantenere inalterato l’investimento in Istruzione per dieci anni, nonostante il calo demografico. Sarebbero circa 2 miliardi, da investire per:

  • aumentare il numero dei docenti per alunno là dove ci sono tanti alunni in classe e non là dove ci sono tanti docenti in graduatoria;
  • individuare le aree del paese dove è più acuta l’emergenza educativa e investire in modo mirato e non a pioggia più risorse (meno alunni per classe, tempo scuola più lungo, più docenti, docenti meglio pagati e specificatamente formati e reclutati…);
  • formare, selezionare e retribuire i docenti per ciò che sono, ovvero professionisti e non travet (con tutto il rispetto per i travet): reintrodurre meccanismi analoghi a quelli del Decreto 59/2017 (formazione e tirocinio), introdurre le carriere, valutare e correggere ciò che non funziona nella formazione in servizio (che è finalmente obbligatoria, ma ne va migliorata l’efficacia);
  • aumentare la quota di potenziamento dell’organico dell’autonomia per liberare sempre di più le scuole e consentire loro di far emergere l’enorme potenziale che hanno.

Ricordo che da qui a dieci anni va in pensione metà del corpo docente attuale: cambiare oggi il modo di formare, selezionare, impiegare e valorizzare chi li sostituirà vuol dire cambiare nel profondo la scuola di domani.

Esperto di politiche per l’Education, ha lavorato nell’azienda che ha fondato fino a quando non ha ricoperto incarichi di rilievo istituzionale. Approdato al MIUR con il Sottosegretario Reggi, è stato Capo della Segreteria dei Sottosegretari Reggi e Faraone e ha lavorato nella Segreteria del Ministro Valeria Fedeli. Ha collaborato alla stesura de La Buona Scuola, il “patto educativo” che il Governo Renzi ha proposto al Paese. Ha scritto di politica scolastica su Europa, l’Unità e su riviste on line del settore. Il suo blog è Champ’s Version

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