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Ferrazzi: “Andiamo verso gli Stati Uniti d’Europa”

Redazione giovedì 26 aprile 2018
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di Andrea Ferrazzi*

 

Dal voto alle elezioni politiche emerge con forza da un lato la richiesta di godere soggettivamente della ripresa economica e dall’altro una potente domanda di protezione.

 

Voglia di ripresa
Relativamente al primo punto è innegabile che a fronte della drammatica crisi economica e istituzionale del 2011, i Governi che si sono succeduti hanno compiuto un’opera di risanamento e rilancio fondamentale, certamente criticabile in alcuni punti, ma che ha segnato la messa in sicurezza del Paese e l’inizio di una strutturale ripresa macroeconomica. Ma questa ripresa, essenziale per la tenuta del Paese, non ha ancora dato i sufficienti frutti concreti ai nostri cittadini. La povertà assoluta presente con percentuali inquietanti, la disoccupazione seppur in diminuzione ma ancora pesantemente presente, la perdita del potere di acquisto, la precarietà lavorativa e sociale amplificate dalla drammatica crisi economica iniziata nel 2006, hanno lasciato un segno profondo.

Con il voto gli italiani hanno detto “vogliamo godere anche noi nella ripresa”. Lo hanno detto in modi diversi, per certi versi opposti, tra nord e sud. Al nord hanno chiesto meno tasse e meno burocrazia, al sud più spesa pubblica e più investimenti infrastrutturali statali.

 

Il ritorno alla chiusura dello stato-nazione

Lo hanno detto votando rispettivamente Lega al nord e 5Stelle al sud. Lega e 5Stelle che hanno trovato un elemento comune nella risposta sovranista e populista. Alla paura generata dalla globalizzazione la risposta è stata infatti simile: il ritorno alla chiusura nel proprio stato-nazione, in sintonia con i movimenti europei alla Lepen e alla Farange, che non a caso nel Parlamento europeo sono rispettivamente con la Lega e con i 5Stelle.

Tale chiusura non va demonizzata, ma va spiegato che è del tutto impotente nel rispondere alla domanda di protezione che è emersa con questo voto nazionale. Se la nave sta attraversando una tempesta la risposta non è nascondersi nella stiva nell’illusione che sia calda e rassicurante, ma è invece quella di salire nella plancia di comando per portarla fuori dal pericolo.
Così come la risposta non sta nello scendere ognuno con la propria piccola scialuppa di salvataggio, destinata inesorabilmente a schiantarsi sugli scogli. La globalizzazione ha infatti reso impotenti gli Stati nazionali di cui oggi rimane il simulacro di un Sovrano senza alcuna sovranità

 

La risposta: la nuova sovranità europea

La risposta è dunque nella creazione di una nuova sovranità europea, la risposta è quella di governare la globalizzazione, la risposta è quella di guardare all’orizzonte.
Non uno dei problemi dei nostri cittadini si può risolvere con i miseri strumenti del singolo stato nazionale. Non lo sono la gestione dell’immigrazione, del mutamento climatico, delle speculazioni finanziarie, dell’economia digitale, del welfare, del lavoro, del terrorismo. Non si risponde alla globalizzazione demonizzandola o fuggendola, si risponde governandola, capendo una volta per tutte che se i confini nazionali sono ininfluenti rispetto ai macro fenomeni citati, la risposta è la creazione degli Stati Uniti d’Europa.
È da questo quadro che devono partire i Partiti politici riformisti, progressisti, liberali e democratici occidentali, prendendo definitivamente atto del fatto che la risposta alla paura non è la rabbiosa nostalgia di un passato che non può tornare ma, appunto, il rilancio del progetto europeo come unico in grado di restituire protezione e speranza.

 

Come cambiano i partiti riformisti
In questo quadro va compiuta una seria riflessione su come trasformare tali partiti in modo da renderli capaci di rispondere adeguatamente alle nuove sfide. A tal proposito è ormai da tempo evidente che i progetti politici socialdemocratici del ‘900 sviluppatisi a misura dei singoli stati nazionali non sono più strutturalmente in grado di rispondere alle nuove potenti domande. Essi sono incapaci di reggere alla globalizzazione perché il Capitalismo, termine di riferimento, ha fatto del mondo globalizzato la propria patria, oltrepassando i confini nazionali e rendendo ininfluenti i singoli Stati.

In questa prospettiva e coerentemente ad essa devono muoversi i Partiti riformisti europei. Se il destino istituzionale sono gli Stati Uniti d’Europa, il destino politico è il Movimento Riformista Europeo su Base Federale (Democratici Europei?)
Solo una simile ambizione sarà capace di contrapporsi ai nuovi populismi, comprendendo che il populismo non è un’invenzione del terzo millennio ma è sempre presente nelle società. Esso riemerge ogni qualvolta vacilla la comprensione del mondo da parte dei democratici e dei riformisti, ogni volta che lascia spazio alla così detta “volontà generale” dalla quale, inevitabilmente, sbuca sempre un Generale che la interpreta, la cavalca, la strumentalizza e se ne serve.

 

Autonomia locale e federalismo europeo

Torna dunque prepotente la necessità di Europa, che vogliamo federale, in cui le differenze dei popoli e delle culture sono ricchezze da valorizzare.
In questa direzione va rilanciato il progetto, presente nel programma del Partito Democratico, di utilizzare i 73 posti al Parlamento Europeo liberati dal Gran Bretagna con la Brexit non per ridistribuirli su base nazionale, ma per creare una lista transnazionale votata dai i cittadini europei.
Alla crisi degli stati nazionali si risponde dunque con un nuova polarità: federalismo e autonomia locale da un lato, costruzione degli Stati Uniti d’Europa dall’altro.
Sul concetto di autonomia il Partito Democratico deve fare autocritica e una profonda riflessione. Non si tratta di cedere a identitarismi “idioti” di chi parla solo il proprio “idioma”, ma di comprendere una volta per tutte che L’Unità delle nazioni e la tenuta del progetto europeo passano attraverso il principio del potere originario e non derivato che è alla base di ogni discorso federale. Si tratta di comprendere che la risposta sono le autonomie locali municipali, da non i confondere con il neo centralismo regionalista che non è altro che la moltiplicazione statalista/centralista su base regionale.
Se il Risorgimento italiano, con tutti i propri limiti e contraddizioni, (primo tra tutti il modello centralista che allora ha prevalso nel dibattito-scontro con il modello federalista sostenuto da molte delle culture politiche all’origine del Partito Democratico) è riuscito ad essere progetto egemone sull’idea di unità nazionale, la costruzione degli Stati uniti d’Europa deve essere quelle che guida il nostro tempo.

 
*Senatore del Partito Democratico

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