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I curdi come metafora

Danilo Di Matteo lunedì 26 Dicembre 2022
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di Danilo Di Matteo

 

Il sangue curdo versato a Parigi è lì a ricordarci l’inadeguatezza della dicotomia Oriente/Occidente.

La culla della nostra civiltà, per dirne una, la Grecia classica, geograficamente è l’est dell’ovest. E che dire di Gerusalemme? O magari di quella sorta di Occidente greco rappresentato dal mondo bizantino?

Non solo. Oggi, come Habermas, parliamo in tanti di “costellazione post-nazionale”: non è più lo Stato nazionale a incarnare il luogo e la forma delle grandi decisioni, delle scelte che contano, e che pesano nella vita degli individui. Eppure i popoli, come quello curdo, privi di uno Stato non di rado soffrono più di altri. E per contro Stati plurinazionali, come quello turco, paiono talora dispotici e autocratici.

Senza dimenticare che la Turchia è costitutiva del Patto atlantico e che la presenza di esuli curdi in Scandinavia, nell’occidentalissima Scandinavia, ne condiziona la completa integrazione in quel Patto.

Aneliti di libertà oggi soffiano in Iran; ma fino a qualche mese fa i mass-media si soffermavano sulle spinte liberali, laiche e libertarie delle studentesse e degli studenti universitari proprio di Istanbul. Moti repressi spesso con la violenza.

I curdi hanno versato sangue per combattere, e contrastare, il califfato monocratico dell’Isis. Hanno conservato la propria identità, passando però per Helsinki, Stoccolma, Parigi. Metafora del “passaggio a Occidente” che altre volte abbiamo evocato; un passaggio non (necessariamente) omologante.

Ecco, chi ha colpito i curdi, in Francia, non ha infierito sull’ “Oriente”, bensì su un punto di forza della modernità-mondo. Un punto cruciale: se non si passa di lì le nostre ferite, le ferite del nostro mondo diverranno piaghe inguaribili.

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