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Contro l’intolleranza politica, serve un sistema cooperativo

Ranieri Bizzarri giovedì 26 Settembre 2019
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di Ranieri Bizzarri

 

Nel bellissimo saggio “Come muoiono le democrazie”, gli autori Levitsky e Ziblatt sottolineano che non bastano solo una Costituzione ben fatta per difendere l’esistenza stessa di una democrazia liberale. Vi sono almeno altre due regole informali che sono essenziali, la tolleranza reciproca e la temperanza istituzionale.

Tuttavia, è assai ragionevole pensare che sia difficile osservare temperanza e bon-ton istituzionali laddove non vi è tolleranza reciproca tra le forza politiche. Da bravi anglosassoni, a Levitsky e Ziblatt basta una frase per definire il concetto: la tolleranza reciproca si osserva quando i politici sono collettivamente d’accordo a non essere d’accordo.

In sostanza, si tratta di riconoscere che anche gli avversari politici sono brave persone, patrioti, e che le loro idee possono favorire i gruppi sociali che rappresentano, ma non mettono in discussione l’esistenza stessa della dialettica politica e dello Stato democratico.

Non occorre essere storici per capire che il concetto di tolleranza reciproca in politica è assai moderno, così come la democrazia; e che per secoli la Storia ha visto susseguirsi di sanguinose battaglie tra fazioni politiche alla ricerca del potere. L’idea che una democrazia possa morire per mancanza di tolleranza reciproca è ben rappresentato dalla fine del governo cileno di Allende o dallo scoppio della guerra civile spagnola.

Ma tra tolleranza e sanguinosa intolleranza ci sono diversi gradi di faziosità politica, quello che gli americani chiamano partyism, che possono essere assai perniciosi per il funzionamento di una democrazia sino a svuotarla di contenuto pur mantenendone le forme esteriori (elezioni), come avviene nei paesi saldamente nelle mani di politici sovranisti (Russia, Ungheria).

 

Non confondere la faziosità con la lotta politica

La politica è partigiana per definizione; i partiti hanno constituency diverse, proposte diverse, un tempo persino ideologie diverse. La lotta politica può essere molto aspra rimanendo perfettamente democratica. La faziosità o intolleranza politica, con il suo seguito nefasto di effetti, non va confusa con la lotta politica perché è in realtà un assalto al concetto illuminista e liberale second cui si può essere convinti della bontà di un’idea (politica, scientifica) finché un’idea diversa non si affermi attraverso una dimostrazione razionale o, in politica, una maggiore efficacia.

L’intolleranza politica, con la sua specifica polarizzazione verso le ali estreme degli schieramenti partitici, ha più a che fare con un bisogno sociologico di identità nel contesto, peraltro molto studiato, della solitudine individuale propria di quest’epoca di modernità liquida. Non voglio qui avventurarmi in analisi sociologiche, non è nemmeno il mio campo. Piuttosto, vorrei segnalare alcuni estremi grotteschi, (eppure reali) del partyism e cercare di proporre alcune linee guida di pratica politica con un taglio riformista.

 

Oltre il gap ideologico, la paura dell’altro

Studi recenti del Pew Research Center hanno mostrato come negli ultimi 20 anni sia diventato estremamente profondo il gap ideologico tra Democratici e Repubblicani. Su una scala di 10 valori politici di riferimento, la mediana degli elettori Repubblicani indica un profilo più conservatore del 97% degli elettori Democratici, mentre la mediana Democratica è più liberal del 95% dei Repubblicani.

Per confronto, nel 1994 solo il 64% dei Repubblicani era più a destra della mediana Democratica, e il 70% dei Democratici era più a sinistra dei repubblicani. Per la maggioranza dei Repubblicani e dei Democratici l’appartenenza al partito è giustificata dalla approvazione delle politiche che il partito stesso sostiene (Rep: 76%, Dem: 71%).

Tuttavia, percentuali simili di elettori pensano che un’altra ragione importante per aderire al proprio partito sia la pericolosità politica della parte avversa (Rep: 71%, Dem: 63%). La necessità di fermare gli avversari è sorprendentemente la prima ragione di voto degli indipendenti (58% e 57% per chi simpatizza per i Rep e i Dem, rispettivamente). Questa divisione manichea non si riflette solo sulle policies. Il 47% dei Repubblicani pensa che gli elettori Democratici siano più immorali degli altri americani, mentre il 42% dei Democratici pensa che i Repubblicani siano più disonesti degli altri americani. Per il 46% dei Repubblicani gli elettori democratici sono più pigri degli altri americani. Circa metà di Repubblicani e Democratici dipinge come “frustrante” una discussione con chi non condivide la propria appartenenza politica.

 

La faziosità politica modifica la capacità logica delle persone

Forse l’esempio più stupefacente del partyism si ritrova nel famoso studio di Dan Kahan dell’Università di Yale, in cui si mostra che la faziosità politica modifica la capacità logica e matematica delle persone. Lo studio è così interessante che lo riporto in appendice a questo articolo.

In estrema sintesi, Kahan ha suddiviso un ampio insieme di persone in quattro gruppi omogenei. In ogni gruppo i singoli sono classificati in base alla loro capacità di svolgere problemi di logica matematica e dalla loro tendenza politica (conservatore vs. liberal). A due gruppi, è stato dato un problema politicamente neutro che richiede uno sforzo di logica per rispondere correttamente, poiché l’intuizione porterebbe ad una risposta sbagliata.

Come ci si può aspettare, le risposte hanno mostrato che in ciascun gruppo coloro che hanno maggiori capacità matematiche, indipendentemente dal profilo politico, hanno maggiori possibilità di risolvere il problema. Ai rimanenti due gruppi è stato quindi dato il medesimo problema in una forma politicizzata, ovvero coinvolgente issues tipiche della battaglia politica (es controllo delle armi). Incredibilmente, l’appartenenza politica si è mostrata rilevante per la risoluzione del problema: i liberal e i conservatori tendono a fornire risposte che confermano le loro tendenze politiche, piegando a queste la logica matematica. Questi risultati sono una chiara confutazione del cosiddetto “deficit model” su issues che vanno a toccare questioni politicamente rilevanti, ovvero l’idea che la disponibilità di informazioni e la capacità di ragionamento portino a scelte ponderate dell’elettore.

 

Il governo giallorosso come recupero della tolleranza

Si potrebbe obiettare che per percepire la faziosità politica e la perdita della tolleranza reciproca non servono studi raffinati, ma basta accendere un qualunque programma televisivo che si occupa di politica o crearsi un profilo facebook. Tuttavia, studi del genere mostrano la pervasività del fenomeno e la sua intrinseca pericolosità. Che fare allora dal punto di vista delle policies riformiste? La risposta a questa domanda è molto difficile. Provo a dare due modesti contributi.

Il primo punto è basato sul buonsenso. Un’elaborazione politica riformista dovrebbe valorizzare, in ambito politico, tutto quello che unisce contrapposto a quello che divide. Faccio un esempio di attualità: la nascita del governo giallorosso. Per molti mesi la battaglia politica nel nostro Paese è stata condotta in maniera aspra, e la maggiore forza riformista (il PD) ha sempre dichiarato di non voler cercare accordi di governo con le forze populiste-sovraniste sulla base di differenze sostanziali di policies e di profilo europeista.

La caduta del governo gialloverde ha portato alla formazione della “strana’ alleanza M5S-PD. La giustificazione più strategica di questo improvviso cambiamento (ve ne sono altre solo tattiche e di autoconservazione) risiede nella grottesca condotta lepenista e antieuropea di Salvini, insieme ai suoi pericolosi contatti putiniani. Pur con le divisioni politiche fortissime tra M5S e PD, l’accordo valorizza la comune adesione alla maggioranza europeista a Bruxelles.

Questo è un ottimo esempio di regressione della faziosità politica e recupero della tolleranza reciproca, su un tema tra l’altro unificante e intrinsecamente positivo per il nostro Paese. Da notare che un recente sondaggio mostra come gli elettori di M5S siano molto più euroscettici di quelli del PD, il che deve farci riconoscere –con obiettività- la gradevole svolta di molta classe dirigente di questo partito su questo tema.

Tuttavia, manca un elemento. La comune adesione europeista non può divenire una conventio ad excludendum di altre forze politiche, o più propriamente delle ragioni di altre forze politiche. Salvini è un indecoroso villano che non può avere posto nella dialettica democratica di un Paese civile. Ma le ragioni che rappresenta la Lega, financo la spinta a restituire la parola agli elettori come modo di riappropriarsi dell’agenda politica, non possono essere derubricate a questioni extra-democratiche da liquidare con una manovra di Palazzo.

Con i quadri più moderati della Lega, con le regioni del Nord, occorre dialogare, non demonizzare i loro punti di vista. Occorre coinvolgere, non escludere. L’autonomia regionale sarà un banco di prova molto importante, che richiede dialogo. Così come la leva fiscale, che è argomento che è considerato essenziale da almeno il 20% degli elettori della Lega. E d’altro canto occorre superare l’approccio fazioso e aggressivo che molti elettori di sinistra hanno nei confronti della destra, anche sovranista.

Parafrasando uno slogan efficace di Renzi su Gasparri e Berlusconi, occorre parlare con Zaia e Fontana, trovare punti di contatto anche con loro, se non vogliamo Salvini e le sue intemperanze da bagnante sovraeccitato. In questo, devo dire, la procedura con cui è nato il governo giallorosso e la sua composizione, non sono del tutto rassicuranti. Se fa premio la fedeltà politica rispetto ad una strategia razionale che oserei definire “patriota”, non si va molto lontano.

 

L’approccio riformista riduce l’intolleranza

Il secondo punto riguarda l’approccio riformista e liberale alla riduzione dell’intolleranza politica. Il bellissimo libro di David Axelrod, “L’evoluzione della cooperazione” ci mostra una strada molto chiara per diminuire la polarizzazione negativa nella società e nella politica: favorire tutti quei processi che rendono le relazioni sociali un gioco a somma non-zero. In sostanza, la polarizzazione e la faziosità che ne consegue, si nutre della perniciosa idea che una società sia statica, e che mors tua equivalga a vita mea. E pertanto gli immigrati “rubano” lavoro, l’autonomia del Nord serve ad evitare la palla al piede delle regioni del Sud, eccetera.

Il populismo, come ben sappiamo, alimenta la divisione della società dipingendola “a somma zero”: ricchi contro poveri, ultimi contro penultimi, onesti contro corrotti. Il primo compito del riformismo, a mio avviso, è combattere ad ogni costo e rimuovere il concetto “somma zero” in senso sociale e politico. Attenzione, questo concetto è molto presente anche a sinistra, dove spesso ci si balocca in idee vetero-politiche di redistribuzione forzata di ricchezze, senza valutare le conseguenze.

In fatto innegabile è che, nel momento in cui tutti possono beneficiare di una policy in maniera effettiva e visibile, la faziosità politica ad essa associata, diventa un fenomeno marginale. In questo senso, lo studio di Axelrod ci dà delle indicazioni: i payoffs (le ricompense) per una strategia “cooperativa” devono essere maggiori di quelli presenti in una strategia conflittuale. Elaborare in questo senso policies efficaci è il faticoso compito della politica riformista, a cui non possiamo sottrarci. In questo ambito una policy molto semplice è tornare a crescere economicamente. Questo era ed è il primo punto di ogni agenda possibile.

 

Un sistema cooperativo, contro populismo e sovranismo

In conclusione, l’accumulo di faziosità politica è ormai entrata in una fase molto pericolosa, perché permea le relazioni sociali, creando barriere sociopolitiche solide che sottraggono un terreno comune di gioco e affliggono persino la logica e i processi di conoscenza razionale. Non è la prima volta nella Storia, ma è evidente che la perdita della tolleranza reciproca è uno degli elementi rilevanti che svuotano, e talvolta distruggono, le democrazie liberali.

Invertire questo processo, favorire l’evoluzione della cooperazione attraverso un approccio non manicheo e implementando policies che rimuovano l’effetto “somma zero”, è fondamentale. Il populismo e il sovranismo si distruggono comprendendone le ragioni, circoscrivendo la demonizzazione politica, e riformando –continuamente – il sistema per renderlo cooperativo. David Hume ha scritto che “la ragione è schiava delle passioni”. Non c’è nulla di male, se le passioni non dividono (troppo) le persone.


 

 

 

Appendice

Studio di Dan Kahan sull’effetto della faziosità politica sulle capacità matematiche: Intolleranza_politica

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