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di Tommaso Nannicini

Articolo apparso su Repubblica del 19 dicembre

 

Caro direttore,

ha ragione Eugenio Scalfari che, nel suo editoriale di ieri, invita la sinistra a sfidare il governo con un programma alternativo, basato su un fisco amico dell’uguaglianza. Scalfari propone un taglio del cuneo contributivo sul lavoro nell’ordine del 15 per cento, fiscalizzando le minori entrate dell’Inps per non toccare le pensioni. Una proposta simile fa parte del programma elettorale e della contromanovra del Pd: un taglio di 4 punti del cuneo sul lavoro stabile, per una riduzione del 12 per cento. È giusto. Il lavoro stabile vale di più, deve costare meno.

Chi guadagna di più paghi di più

Ci sono altre due proposte fiscali su cui dovrebbe dare battaglia chi ha a cuore l’uguaglianza (pur sapendo che il fisco non basta: dati i livelli di pressione fiscale raggiunti dalle nostre economie, fare redistribuzione nel XXI secolo significa innanzitutto rimettere in ordine lo Stato aumentando l’efficienza e l’equità dei servizi pubblici). Entrambe le proposte si basano su principi semplici nella loro radicalità. Primo: chi guadagna di più, paghi di più. Secondo: le imprese che operano in Italia, grandi o piccole che siano, paghino le tasse in Italia. Vediamo come passare dalle parole ai fatti.

Quando si parla di tasse sui redditi, si discute sempre di aliquote, non dei redditi a cui quelle aliquote si applicano. Ma ormai l’Irpef è diventata l’Irped: l’imposta su dipendenti e pensionati, i cui redditi, da soli, sono quasi 700 degli 800 miliardi di imponibile. Mancano all’appello oltre 200 miliardi, che godono di troppe cedolari di diritto e di una grande cedolare di fatto che si chiama evasione fiscale. Dobbiamo tornare a un’unica imposta su tutti i redditi, superando i regimi speciali – che favoriscono soprattutto chi ha grandi capitali o fa soldi sulle rendite – ed estirpando l’evasione con un superamento graduale del contante. E soprattutto: quest’unica imposta sul reddito deve essere progressiva. Altro che “flat tax”. In questo modo, il recupero di gettito sui redditi alti o su quelli oggi evasi permetterebbe di ridurre le tasse su quelli medio-bassi, rafforzando la strategia degli 80 euro e rendendola meno episodica.

Applichiamo una “minimum tax”

Non solo. Quando cambia il mondo del lavoro e della tecnologia, dobbiamo cambiare anche come si tassa. L’anno scorso il cantante Ed Sheeran ha versato più soldi al fisco britannico di Starbucks e Amazon. Non ha senso. In un’economia sempre più immateriale non è accettabile che anche la base imponibile sia immateriale, perché chi ha potere economico la sposta in un paradiso fiscale. Il progetto Beps dell’Ocse e del G20 ha frenato le pratiche più aggressive di pianificazione fiscale internazionale. Ma se aspettiamo il treno degli accordi multilaterali, rischiamo di perdere quello dell’uguaglianza.

L’Italia e altri Paesi disponibili devono adottare una misura unilaterale in chiave anti-elusiva: una “minimum tax” sugli utili prodotti dalle multinazionali estere. Quanto dichiarato secondo le regole ordinarie deve essere confrontato con gli utili globali pesati per un indicatore di presenza in Italia, basato per esempio sul fatturato. Se il calcolo si rivela maggiore, deve scattare un meccanismo di rideterminazione (con eventuale credito per le imposte pagate all’estero su quel reddito) in modo da riportare in Italia quanto dovuto al nostro Paese.

Se vogliamo dare un senso al congresso del Partito democratico, parliamo (anche) di queste proposte, che insieme ad altre daranno corpo alla piattaforma che sostiene la candidatura a segretario di Maurizio Martina. La sinistra deve tornare a pensare e osare: per disegnare nuovi modi con cui portare avanti chi è nato indietro nel XXI secolo.

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