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L’Europa e la Grande Crisi: elogio del ‘sovranazionale’

Danilo Di Matteo sabato 12 Marzo 2022
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di Danilo Di Matteo

 

“Avremo, in quanto Unione europea, da dialogare, competere, cooperare con molti interlocutori nel mondo di domani, innanzitutto salvaguardando la tradizione, i valori, i benefici delle relazioni transatlantiche – oggi avviate ad arricchirsi di un partenariato per il commercio e gli investimenti – e più in generale del rapporto con gli Stati Uniti. Da questi è venuto già in anni lontani, in tempi di pace – direi già con il Piano Marshall, con l’European Recovery Program – un incitamento e un embrionale modello di integrazione regionale”.

Così ha detto e scritto Giorgio Napolitano, diversi anni fa (Europa, Politica e Passione, Feltrinelli, Milano 2016).

E un paio di pagine prima: “Un nostro studioso molto impegnato anche scientificamente sui temi europei, Biagio De Giovanni, sempre attento nel richiamare la consistenza e persistenza storica degli Stati nazionali, e alquanto riservato nei confronti della categoria del ‘sovranazionale’, ha peraltro nel suo ultimo libro (Elogio della sovranità politica, Editoriale Scientifica, Napoli 2015) riconosciuto che ‘il sovranazionale è stato e può ancora essere un’ancora di salvezza dalle entropie nazionali’; e che non si devono ‘svalutare decenni di costruzione integrata, ma coglierne l’intima necessità e i risultati’. Egli tuttavia ritiene si sia giunti a un momento nel quale ‘bisogna sciogliere le categorie vincolate da troppi vincoli e andare in mare aperto […], riaprire la dialettica tra le sovranità originarie e quelle derivate, tra nazionale e sovranazionale’”.

Ecco il punto.

Una constatazione s’impone: per dissolvere quei vincoli occorre la spinta dell’urgenza, quasi della necessità. Il disegno dell’Europa federale fu concepito con il dramma della dittatura, del confino, di una guerra senza precedenti. E i Trattati di Roma furono l’espressione e il risultato dello sforzo della ricostruzione post-bellica.

Crisi, del resto, rinvia etimologicamente a “giudizio”, “valutazione” e alla conseguente “scelta”, “decisione”. Così oggi, dinanzi a quella che potremmo definire la grande crisi pandemica e bellica degli anni ’20 del XXI secolo, con il Covid-19 e l’invasione russa dell’Ucraina, l’Unione europea ritrova le proprie ragioni e, con esse, consistenza e forza.

Sembrano passati secoli dai discorsi dei demagoghi e degli “euroscettici”, eppure è roba di ieri sera, appena. Anche un bambino intuirebbe che, dinanzi alle grandi “regioni” del globo, popolate da centinaia di milioni di esseri umani, i miseri Staterelli europei, singolarmente, potrebbero ben poco, per non dire nulla. Eppure sembrava prevalere la “narrazione” contraria.

Un errore logico si può rinvenire, a mio avviso, nelle argomentazioni dei “neosovranisti” più seri (mi riferisco, ad esempio, a Stefano Fassina): passare con troppa disinvoltura dalla constatazione dei diktat esercitati (fino a pochi mesi fa) dai cosiddetti “Paesi frugali” e, più in generale, dai sostenitori dell’“austerità” alla conclusione che non ci sia speranza con l’Europa. Quanto invece dalle quelle stesse constatazioni si potrebbero trarre la determinazione e lo slancio per un’Europa migliore. 

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