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L’impegno di Papa Francesco e il ritardo della Chiesa

Giovanni Cominelli sabato 30 Giugno 2018
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di Giovanni Cominelli

 

I mutamenti antropologici provocati dall’incrocio tra globalizzazione e digitalizzazione stanno sfidando e stressando le culture, i partiti, le istituzioni. La Chiesa tra queste. Che la Chiesa stia arrivando in ritardo all’appuntamento è evidente. Con “Chiesa” intendo non solo i vertici, ma anche le strutture intermedie e quelle di base quali le parrocchie.

 

La Chiesa non ha capito il grande mutamento culturale. L’illusione della difesa nazional-populista

Il ritardo concerne non tanto l’accesso all’uso dei nuovi mezzi di comunicazione quanto la comprensione del mutamento culturale. Non è la prima volta che accade. Anzi. È dal tempo dell’Umanesimo che la Chiesa arranca per inseguire il mondo, oscillando spesso e contemporaneamente tra i due poli dell’ostilità e della subalternità. Secondo una robusta corrente di pensiero non dovrebbe neppure tentare di inseguirlo.

La Chiesa dovrebbe semplicemente testimoniare alcune verità eterne e valori immutabili, senza curarsi molto del mondo. Dovrebbe limitarsi ad offrire al “senso religioso”, che è una dimensione naturale dell’homo sapiens, la propria proposta di fede. Dunque, atteggiamento missionario e insieme apologetico. In quanto istituzione millenaria, non dovrebbe mutare il proprio profilo ad ogni stormir di vento e mantenere fermo il timone di una storia di lunga durata.

Ma, quanto più si scende dai gradini alti dell’istituzione e della gerarchia verso il basso del clero e dei laici impegnati in prima fila, si avverte l’angoscia di una solitudine impotente rispetto al mondo. In Europa, soprattutto, i credenti impegnati sperimentano una contrazione irreversibile – almeno finora – della presenza cristiana, proprio mentre vengono avanti dinamiche da Anni Trenta nella psicologia delle masse, foriere di conflitti, di odi, di ricostruzione di nuove e rigide frontiere nazionali e etniche. È forse questa paura della solitudine che spinge parte dei credenti e dei loro gruppi dirigenti – clero e vescovi e cardinali – a prestarsi all’uso politico da parte dei nazional-populisti, nell’illusione di difendere la propria presenza nel mondo.

Così, per paura di essere abbandonati dal mondo, se ne seguono gli istinti peggiori. La realtà è che il rapporto con la storia del mondo è, anch’esso, storico, non è stabile, non è definibile per sempre. Così la Chiesa è sempre stretta tra le inerzie della lunga durata e le impellenze del presente. Dalle quali occorre partire per rimodulare il lascito della lunga durata, orientandosi tra “le morte stagioni e la presente e viva e il suon di lei”…

 

Papa Francesco, l’unico leader mondiale che parla a nome dell’umanità

In realtà, sulla globalizzazione la Chiesa universale è attrezzata. Papa Francesco è l’unico leader mondiale che parli a nome dell’umanità. Mentre tutti gli altri leader parlano a nome delle proprie nazioni – tutte all’insegna del “First”, avendo ormai abbandonato l’idea del governo mondiale del pianeta – Francesco il Cattolico, pur non disponendo di legioni, fa valere nel discorso pubblico le ragioni della specie umana, minacciata di omicidio/suicidio dagli uomini stessi.

Dalla viva percezione della finitudine dell’uomo e del suo pianeta – che è il prodotto primario del senso religioso, che la Chiesa ha come missione essenziale di coltivare – nasce un discorso pubblico sulla polis umana, valido sotto ogni cielo e per ogni nazione. La Chiesa cattolica non fa fatica ad arrivare a questo livello del discorso. Il Cristianesimo è nato nella polis ellenistica, sfuggendo al rischio di ridursi ad una setta ebraica, destinata all’estinzione.

 

L’inquietante prospettiva dell’Homo Deus

Viceversa, il discorso della Rete e della digitalizzazione – quella che oggi produce l’individualizzazione estrema e l’estrema globalizzazione delle coscienze – trova la Chiesa in difficoltà. La ragione di fondo è che la Rete sta modificando la struttura della coscienza o, per meglio dire, dell’autocoscienza. La Rete ha fatto esplodere l’Ego, rispetto al quale la Realtà, la Verità, l’Altro tendono a diventare variabili dipendenti. L’Io è diventato un Super-Io, nel senso nietzscheano del termine. Il contrario del Super-Ego freudiano, che tende a bloccare l’Ego e a disciplinarlo dentro i rigidi vincoli socio-familiari. E non si tratta neppure di quella tappa di quell’evoluzione, denominata “Noosfera” da Teilhard de Chardin, che apre la strada alla “Cristo-sfera” e al punto Omega della storia umana.

Come ha scritto Harari: siamo alla tappa finale verso l’Homo Deus. Se a questo aggiungiamo lo sviluppo delle bio-nano-tecnologie e dell’Intelligenza artificiale, così che più di uno studioso ipotizza l’avvento a breve della Singolarità, cioè di un tipo di uomo post-umano o transumano, allora appare tutta la potenza della sfida che questo stadio di sviluppo della specie lancia alla religione, alla politica, alla Chiesa.

L’Homo Deus è tendenzialmente onnipotente, creatore della vita e signore della morte. L’uomo non è più ateo, perché è Dio a se stesso. Le conseguenze sono sconvolgenti, sia per quanto riguarda la coscienza di sé sia per quanto riguarda l’assetto delle relazioni con gli altri, che ne deriva: difficile costruire relazioni con altri Dei. I social media sono il teatro di questa trasformazione e la prefigurazione della società futura. Il Virtuale sta piegando il Reale, ne diventa una quarta dimensione. L’idea che nutrono molti soggetti politici e istituzionali che, alla fine, il Virtuale si dissolverà come un ologramma elettronico di fronte al Reale è illusoria. I social-media sono diventati uno dei luoghi fondamentali della formazione della coscienza individuale e di quella pubblica, in competizione crescente con la famiglia, la scuola, la parrocchia, l’oratorio…

Tali agenzie possono divenire ambiti di rielaborazione educativa, solo se entrano a loro volta nell’agorà virtuale. Una loro critica a posteriori appare esterna e inefficace. La battaglia culturale per l’umano si combatte lì dentro.

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