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di Francesco Gastaldi

 

Nel 2008 in un saggio del sociologo Aldo Bonomi parlava del “Rancore del Nord” (Feltrineli, Milano, 2008).

Vennero poi altri scritti di autori come Giuseppe Berta autore attento alle trasformazioni socio economiche del Nord Ovest che in molti scritti descriveva una metamorfosi profonda dei territori dell’ex triangolo industriale (es. Giuseppe Berta, Nord. Mondadori, Milano, 2008; Giuseppe Berta, Questione settentrionale, Annali della Fondazione Feltrinelli, Feltrinelli, Milano, 2008; AA. VV., Libro bianco per il Nord Ovest, Consiglio nazionale delle Scienze sociali, Marsilio, Venezia, 2007).

Vennero poi la crisi del 2008-08 e gli effetti successivi, ancora evidenti, non metabolizzati, venne la recente pandemia che ha aperto nuove incertezze e interrogativi sul futuro

Potremmo chiederci se questo rancore è aumentato o diminuito, come evolve questo malessere che in pochi nel PD hanno il coraggio di raccontare e tematizzare. Nel frattempo, le crisi hanno fatto emergere una nuova domanda di rappresentanza e governo del territorio che ha visto molti attori di politiche pubbliche del tutto impreparati. In un quadro di destabilizzazione sembra ancora mancare una politica di area riformista in grado di interpretare e offrire scenari di futuro, di prefigurare percorsi ai principali attori sociali ed economici, manca non solo un ruolo di guida e di accompagnamento dal lato delle politiche istituzionali, ma perfino un riconoscimento dei cambiamenti profondi che stanno avvenendo.

Nell’ambito del Nord si possono riconoscere contesti socio-economici in rapida trasformazione (con processi e specificità locali che permangono molto forti) che le istituzioni pubbliche non possono semplificare o ignorare, se non con il rischio di produrre diagnosi errate e terapie inefficaci.

Tutto questo mentre nello stesso PD si sta delineando un dibattito sulla fiscalità di vantaggio per il Sud teorizzate dal ministro Giuseppe Provenzano.

Già nel novembre scorso, una polemica fra il titolare del dicastero per il Sud e la Coesione Territoriale e il sindaco di Milano Giuseppe Sala, aveva alimentato una discussione accesa sul ruolo del capoluogo lombardo nei processi di sviluppo. Il contendere? L’eterna dicotomia Nord e Sud (e intera Italia).

In una lettera al Corriere della Sera, Provenzano aveva articolato il suo pensiero, ora in pieno agosto un nuovo dibattito scaturito da una nuova intervista dello stesso Ministro a proposito dell’allocazione delle risorse del recovery fund con la dichiarazione: “E’ utile anche al Centro Nord un Sud che cresce ed attivi la domanda di beni e servizi” e una richiesta pressante affinché si intervenga sui divari persistenti, se non accentuati, fra Nord e Sud del Paese.

Ritorna dunque la vexata quaestio dello sviluppo del Mezzogiorno. Nonostante il superamento di alcuni luoghi comuni e immagini stereotipate sul Sud, seguendo il dibattito e gli interventi di molti attori politico-istituzionali di questi giorni agostani, si nota come il problema debba ancora confrontarsi con impostazioni che sembrano assomigliare a vecchie politiche di intervento. Il rischio assistenzialismo è dietro l’angolo. Il Mezzogiorno è da sempre un’economia troppo dipendente dai trasferimenti pubblici alle famiglie e alle imprese e questo ha certamente rappresentato una concausa di spirali depressive

Già il pionieristico lavoro di Ilvo Diamanti sul nascere e svilupparsi della Lega Nord, non a caso intitolato: Il male del Nord (Donzelli, Roma, 1996) aveva rilevato l’emergere di una nuova “questione settentrionale” che vedeva i territori del Nord del Paese fortemente ancorati ad una rivendicazione sulla necessità di un maggior decentramento fiscale.

Da allora, in certe fasi il dibattito si è incentrato sull’efficacia degli interventi pubblici nella promozione dello sviluppo economico a fronte di differenziali che continuano ad aumentare e sulla responsabilità della classe dirigente meridionale.

Riprendendo dunque le impostazioni “alla Provenzano”, non c’è il rischio di alimentare patologie del sistema politico? Non c’è il rischio di spaccare ancora di più il Paese? Perché non superare questo approccio e parlare solo di Italia (e delle sue articolate specificità territoriali) senza narrazioni “antiche” che rievocano vecchie prassi e molti risultati al di sotto delle aspettative?

 

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