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L’epilogo di Marino è figlio della sua genesi

Marco Campione venerdì 12 aprile 2019
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di Marco Campione

 

A chi mi chiede com’è l’impatto con Roma di un milanese rispondo sempre con un ragionamento che più o meno suona così. Sono in una condizione di enorme privilegio perché vengo da fuori – e quindi non mi sono ancora assuefatto alla sua “Grande Bellezza” – e al contempo di enorme sofferenza perché vivendoci mi tocca sopportare tutte le sue inefficienze.

Con la politica “romana” la dinamica è analoga: sono abbastanza dentro da (ri)conoscerne le dinamiche e abbastanza fuori da vedere ciò che non va, non solo per sentito dire. Prendete quindi la riflessione che segue sulla genesi della candidatura di Ignazio Marino come il diario a posteriori da un punto di vista “interno-esterno”. Chiaramente sono pronto a cambiare idea se mi darete una diversa e più informata versione di quei fatti, ma per favore partiamo dai fatti per farci un’opinione e non da una legittima opinione per raccontare i fatti.

 

Marino in Comune e Zingaretti in Regione. Non era meglio il contrario?

Pochi lo richiamano oggi, ma nel 2013 a Roma si votò a pochi mesi di distanza per Comunali e Regionali. Tutti a Roma davano per scontato che Zingaretti (allora Presidente della Provincia) stesse “studiando da Sindaco”, ma il 2012 fu l’anno dello scandalo dei rimborsi (do you remember Fiorito?), che portò alle dimissioni della Polverini (a proposito, Polverini si dimise un secondo prima di farsi sfiduciare “dal notaio”: chi fa politica fa così). Dunque nel 2013 si vota anche per le Regionali e cambia tutto lo schema. Marino (esperto di sanità) si candida ad un ruolo dove la dote più importante è saper fare politica, Zingaretti (politico di lungo corso) si candida dove l’80% del bilancio è in sanità. Una evidente incongruenza.

All’epoca nei circoli e tra “i bene informati” (mai incontrato così tanti “bene informati” come a Roma, ma questo è un altro articolo) si davano diverse possibili spiegazioni per questa scelta, nessuna particolarmente lusinghiera per Zingaretti e per il PD. La più razionale aveva a che fare con le strategie del dominus di allora (qualcuno sostiene anche di oggi) del centrosinistra capitolino, Goffredo Bettini. Si teorizzava che ormai i grillini avessero fatto presa nell’opinione pubblica, si paventava che il PD bersaniano fosse in difficoltà (in effetti stava maturando la “non vittoria” alle politiche) e si temeva fossero maturi i tempi perché l’ondata anticasta esondasse, facendo poltiglia degli ultimi deboli argini rimasti. La tesi era molto semplice: se a Roma il centrosinistra candida un politico puro (alla Zingaretti, per capirsi) vincono i 5S. Molti sostennero Marino alle Primarie e non Gentiloni proprio con argomentazioni di questo tipo. È così che Marino vince le Primarie e nasce la sua candidatura al Campidoglio. Non a caso, in modo coerente con la sua storia, la sua immagine e le ragioni della sua candidatura, il suo slogan sarà “Non è politica, è Roma”.

 

“Non è politica, è Roma”. Con tutto quel che ne consegue.

Perché questa ricostruzione? Perché senza tenere a mente questa genesi, è impossibile dare un giudizio obiettivo su tutto quello che ne è seguito, sfiducia a Marino inclusa.

Impossibile comprendere l’impazzimento generale, anzi il panico, che seguì ai primi avvisi di Mafia Capitale; impossibile comprendere il silenzio (di allora certamente, ma anche -mi sembra- di oggi) di Zingaretti; impossibile capire le oggettive difficoltà di Marino ad ambientarsi in una macchina comunale che lo vedeva – perché tale, volutamente, era – come un corpo estraneo e che lui stesso considerava “corrotta” (non necessariamente nel senso del codice penale).

Ma soprattutto, senza partire dalla genesi è impossibile valutare perché Marino si ritenesse investito di un mandato incondizionato, arroccandosi in atteggiamenti totalmente impolitici (un esempio su tutti le dimissioni prima date e poi ritirate), che resero ancor più dirompente la frattura che si stava consumando. Si sentiva così certamente anche per indole, come gli imputano i detrattori, ma soprattutto perché il suo partito così lo aveva presentato a quel popolo che temeva assiepato sugli spalti del Colosseo a chiedere il sangue dei politici.

Non è politica, è Roma. Bastava capirlo, quello slogan, per leggere come sarebbe andata a finire. Un’operazione, che forse dovremmo avere il coraggio di definire di trasformismo, aveva portato la politica a vedere in un candidato dal forte valore anti-politico il male minore per “passare la nottata”; ma dopo due anni bastano una campagna di stampa su un paio di scontrini e una Panda rossa, l’accostamento indebito (da parte delle opposizioni) del Sindaco a una inchiesta giudiziaria ben più seria e qualche passo falso dello stesso Marino per svelare la debolezza di quella scelta così autenticamente ed esplicitamente “non politica”.

Marino dunque fu una vittima? Si, anche se probabilmente non saremmo tutti d’accordo su chi sia stato il carnefice. O, più correttamente, i carnefici.

 

Marino e Raggi: molte analogie

Comunque la si pensi, è però innegabile che quello schema fosse di corto respiro; a tal punto da entrare in rotta di collisione con una cosa che banalmente si chiama consenso. Non sarà politica, ma anche a Roma sanno che senza consenso non fai la rivoluzione (e chiunque viva a Roma sa quanto invece ce ne sarebbe bisogno in questa città), al massimo tiri a campare. Fanno sorridere tutti questi “duri e puri” che oggi danno ragione ad Andreotti che sosteneva come fosse comunque meglio che tirare le cuoia…

Forse era inevitabile, forse l’antipolitica fa sempre la stessa fine, fatto sta che questa storia era partita con uno slogan “grillino” e anche la dinamica che si è innestata sarà abbastanza simile a quella della sindacatura della Raggi. In Marino con molto meno pressappochismo e superficialità, in Marino con al fianco una squadra altrettanto inesperta, forse, ma certamente più capace, in Marino con molta meno ipocrisia. Tutto questo è indubbio, ma le analogie ci sono. Anche Raggi non è più in sintonia con la città, anche di lei ogni tanto si dice che sta per mollare (o essere mollata); con Raggi, invece che sfiduciarla le hanno imposto più rimpasti che in un governo pentapartito dei “bei” tempi andati, ma a dispetto delle apparenze, eterodirigerlo non è più rispettoso della “libertà” del Sindaco che dirgli in faccia che non lo si reputa adeguato.

 

PD ieri e PD oggi: ancora analogie

Dunque, a torto o a ragione, il PD decide di interrompere quella parabola in modo traumatico. Oggi autorevoli esponenti che allora tacquero dicono che il PD dovrebbe chiedergli scusa, visto che è stato assolto per la vicenda degli scontrini. Perché chiedere scusa? Se il PD (ribadisco: a torto o a ragione) era convinto che Marino non faceva più il bene della città, aveva diritto (alcuni sostengono non senza ragioni ne avesse il dovere) di chiederne le dimissioni e – di fronte al rifiuto – togliergli la fiducia. Doveva farlo in Consiglio? Io penso di sì perché credo nella politica, ma che a lamentarsene sia oggi chi ieri rivendicava “Non è politica, è Roma”, fa davvero sorridere.

Col senno di poi possiamo dire che fu un errore perché aprì le porte del Campidoglio alla pessima Raggi? Beh, ma se il punto è questo allora dovrebbe chiedere scusa anche chi votò e fece votare la Raggi, a cominciare dallo stesso Marino… L’errore del PD fu tutt’altro: fu quello di lasciar credere che si stesse sfiduciando Marino per la vicenda degli scontrini. Per cavalcare l’onda e non far troppa fatica a spiegarsi.

Ironia della sorte, oggi è proprio questa scelta così poco politica che chi prese quella decisione sta pagando. Era comodo ieri fare la scelta comunicativa più facile, come è altrettanto comodo oggi, a parti invertite, evocare sarcasticamente il “notaio”, scordandosi genesi e sviluppo dei fatti. Di nuovo per cavalcare l’onda e non far troppa fatica a spiegarsi.

Due scorciatoie speculari. Ma se questa storia ha una morale è che in politica non esistono scorciatoie. E quando le si imbocca quasi sempre portano in un vicolo cieco. Se va bene, altre volte portano a un baratro.

 

Esperto di politiche per l’Education, ha lavorato nell’azienda che ha fondato fino a quando non ha ricoperto incarichi di rilievo istituzionale. Approdato al MIUR con il Sottosegretario Reggi, è stato Capo della Segreteria dei Sottosegretari Reggi e Faraone e ha lavorato nella Segreteria del Ministro Valeria Fedeli. Ha collaborato alla stesura de La Buona Scuola, il “patto educativo” che il Governo Renzi ha proposto al Paese. Ha scritto di politica scolastica su Europa, l’Unità e su riviste on line del settore. Il suo blog è Champ’s Version

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