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di Pietro Ichino

 

Il rischio che pian piano la gente metta a fuoco la possibilità di incassare di più stando a casa o lavorando al nero (e nascondendo matrimonio e auto)

Elisa è una collaboratrice familiare molto brava, che lavora 30 ore alla settimana a casa mia. Percepisce, a norma del contratto collettivo di settore, uno stipendio mensile di 880 euro che al netto di contributi a suo carico e Irpef si riducono a 820. Spende 30 euro al mese per le spese di trasporto. Le restano dunque 790 euro al mese.

Di persone che lavorano a tempo parziale come Elisa, e come lei guadagnano un reddito spendibile intorno agli 800 euro o anche meno, in Italia ce ne sono quasi cinque milioni. Il punto è che tenderanno a sparire se il “reddito di cittadinanza”, con i suoi 780 euro al mese, resterà in vigore e la gente pian piano imparerà a fare i conti con questa opportunità.

Perché mai una persona dovrebbe faticare per 20 o 30 ore alla settimana, se può incassare altrettanto o addirittura di più senza lavorare? Oppure: perché lavorare in modo regolare per 20 o 30 ore alla settimana, se si può guadagnare il doppio (stipendio più sussidio) lavorando al nero? Per godere del sussidio occorre che non ci siano altri redditi in famiglia e non si deve possedere né casa né auto?

Diventerà buona norma non sposarsi e avere cura che casa e auto siano intestate al partner che ha il lavoro più redditizio – per lo più il maschio –, in modo che l’altro partner – per lo più la donna – possa presentare la domanda del sussidio da single appiedato e nullatenente.

Certo, chi si è dimesso da un posto di lavoro regolare non può chiedere subito il “reddito di cittadinanza”; ma per averlo subito basta far figurare un licenziamento invece che le dimissioni. Quanto alla possibilità di perdere il sussidio per il rifiuto di un’“offerta di lavoro congrua”, tutti sanno che è un rischio soltanto teorico.

Se la cosa va avanti, dunque, c’è la prospettiva seria che qualche milione di lavori a tempo parziale sparisca, o si inabissi nell’economia sommersa, portando con sé altrettanti matrimoni trasformati in convivenze non dichiarate. Sul piano della politica del lavoro e di quella per la famiglia, un grande risultato davvero!

Già senatore del Partito democratico e membro della Commissione Lavoro, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Ordinario di Diritto del lavoro all’Università statale di Milano, già dirigente sindacale della Cgil, ha diretto la Rivista italiana di diritto del lavoro e collabora con il Corriere della Sera. Twitter: @PietroIchino

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