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Morando: “Il Pd deve mollare il M5S e riunire i riformisti”

Redazione sabato 23 Ottobre 2021
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Intervista di Umberto De Giovannangeli a Enrico Morando (Il Riformista, 22 ottobre 2021)

 

Il voto delle amministrative, il futuro dell’alleanza con i 5Stelle, l’obiettivo di riunificare il campo riformista come mission di un Pd in ripresa. Il Riformista ne discute con Enrico Morando, leader dell’area liberal del Pd, tra i fondatori dell’associazione di cultura politica Libertà Eguale, già vice ministro dell’Economia e delle Finanze nei governi Renzi e Gentiloni.

Il centrosinistra ha fatto filotto nelle elezioni amministrative nelle grandi città andate al voto. Quale lettura politica dà di questo risultato anche in proiezione nazionale?
La sola indicazione univoca di tipo “nazionale“ che mi sembra emergere dal voto amministrativo è la riaffermazione di una logica bipolare: a distanza di soli tre anni dal 2018 gli elettori -quale che fosse l’offerta politica locale- in tutte le città hanno ragionato, fin dal primo turno, in termini di bipolarismo. È stato così anche a Roma e a Torino, dove cinque anni fa trionfarono i candidati della “terza forza“. Poiché questa stessa indicazione è emersa anche nelle tornate amministrative e regionali che si sono succedute nei tre anni che ci dividono dal 2018, penso che si possa legittimamente concludere che la notizia della morte del bipolarismo -centrodestra versus centrosinistra- per mano della forza emergente del M5S, era fortemente esagerata. I partiti di entrambi gli schieramenti farebbero un grave errore a sottovalutare questa novità consolidata. Ora il loro compito è organizzare -nel rispettivo campo- un’offerta politica adeguata a questa domanda degli elettori. Nei Comuni, scegliendo candidati sindaco credibili, perché popolari e competenti, il centrosinistra ha svolto al meglio questo compito, creando le condizioni per la sua vittoria. Segnalo -a proposito di cose date frettolosamente per superate e morte- che in molti Comuni il centrosinistra ha scelto il candidato sindaco con le Primarie aperte agli elettori: dove la competizione è stata più “vera”, la partecipazione è stata molto alta. Dove l’esito era più facilmente prevedibile è stata più bassa. Ma il metodo delle Primarie aperte esce confermato da questa prova. Per converso, non poteva essere più clamorosa la bocciatura del metodo Meloni-Salvini: in questa città il candidato lo metti tu, in quella lo metto io. Risultato: candidati umilianti per i loro stessi elettori.

Il centrodestra esce da questa tornata elettorale con le ossa rotte. È “solo” un incidente di percorso, dovuto magari alle improbabili candidature presentate, o c’è altro e di più?
Proprio perché siamo tornati al bipolarismo, la sconfitta del centrodestra in tutte le città più grandi chiamate al voto è tutt’altro che un incidente di percorso: fa emergere limiti evidenti di leadership, di coesione della coalizione, di visione sul futuro della città, di classe dirigente. Insomma: un disastro. I limiti di leadership: secondo me, Salvini e Meloni avevano un solo modo per fare della loro competizione per la leadership un elemento propulsivo, e non una zavorra, cioè candidarsi uno a Milano e l’altra a Roma. Era un rischio, per entrambi (soprattutto per il primo)? Certamente. Ma nascondersi dietro candidati improbabili ha forse loro evitato di uscire dalle Amministrative con le ossa rotte? La coesione della coalizione: nelle grandi città, la competizione per il sindaco tende inesorabilmente ad assumere significato e valore nazionale. Era quindi inevitabile che gli elettori di centrodestra si chiedessero: ma i “nostri“ stanno con Draghi o contro? Sono europeisti o stanno con Orban? Domande che, per un sindaco, non contano? Non se si tratta del sindaco di Roma e di Milano… La classe dirigente. Anche i sassi hanno capito che i candidati sindaco “esterni“ non erano il segno della apertura -e quindi della forza- dei partiti che li sceglievano, ma esattamente del contrario: tra i dirigenti “locali“ del partito (per quanto può essere “locale“ Milano o Roma), Meloni e Salvini non ne avevano uno capace di unire la coalizione e di rappresentarla credibilmente, per popolarità e competenza. Visione sul futuro delle città: se non hai un’idea precisa circa la collocazione dell’Italia in Europa e nel mondo -e il centrodestra di Meloni e Salvini questa idea o non ce l’ha, o ne ha una sbagliata-, potrai forse dotarti di qualche spunto di facile propaganda, non di un programma serio. E gli elettori lo capiranno…

Da Roma a Torino, da Milano a Napoli e Bologna, solo per restare alle grandi città, i 5Stelle escono fortemente ridimensionati. Alla luce di questo tracollo ha ancora senso guardare alle legislative del 2023 puntando a un asse Pd-M5S?
Una credibile proposta di governo per il dopo 2023, che rivendichi come propria l’agenda riformista di Draghi e ne proponga un coerente sviluppo nella prossima legislatura, non può trovare il suo asse nel rapporto PD-M5S. Non solo e non tanto a causa del drastico ridimensionamento elettorale del M5S, ma per un evidente problema di coerenza interna al disegno riformista di cui il centrosinistra deve farsi portatore. Io continuo a ritenere che questo problema possa essere risolto dalla presenza di un grande partito riformista a vocazione maggioritaria, secondo il disegno originario del Pd del Lingotto. Perché resto convinto della possibilità di far coesistere dentro questo partito, le due anime del centrosinistra: quella del “liberalismo inclusivo“ (vedi Salvati e Dilmor. Feltrinelli) e quella “à la Piketty “, come avviene nel partito democratico americano e in tanti partiti laburisti e socialdemocratici europei. Ma non volendo e non potendo ignorare la vicenda delle numerose scissioni che si sono succedute, credo che il Pd e le altre formazioni nate da queste scissioni si debbano immediatamente porre il tema della unità dei riformisti. La grande vittoria alle Amministrative dovrebbe spingere tutti, a partire dal PD, verso l’apertura di una sorta di “costituente“ del riformismo italiano, di cui possano farsi protagonisti sia coloro che oggi stanno in un partito, sia coloro che -per esempio col “civismo” di centrosinistra che si è mobilitato per far vincere i sindaci-, sono già impegnati in questo “campo largo”, ma non hanno visto -fino ad oggi- nei partiti che lo abitano uno strumento utile. Con l’unità dei riformisti, naturale asse del più largo centrosinistra, il rapporto col M5S assumerebbe un altro carattere rispetto a quello, dettato dai rapporti di forza, che ha caratterizzato questa legislatura. Le stesse elezioni amministrative dimostrano che tutto ciò è possibile.

Tutto avviene in un mare di astensioni. Meno del 50% degli elettori si è recato alle urne. Non è un campanello d’allarme sulla tenuta del nostro sistema politico e della stessa democrazia?
Lo è, naturalmente, e suona da un pezzo… Ma c’è astensione e astensione. Non farei di tutto un fascio: circa il 20-25% degli elettori, da molto tempo, non va a votare. Sono quelli la cui esistenza certa spinge i sostenitori del NO ai referendum a fare propaganda per l’astensione (per questo, sarebbe utile fissare il quorum al 50% +1 dei votanti alle ultime Politiche). Poi c’è l’astensione di quelli che scelgono di volta in volta. Alle recenti Amministrative, il disastro del centrodestra parla chiaro: una grande parte dei suoi elettori, non volendo votare per il candidato sindaco del centrosinistra, ma considerando immangiabile la minestra proposta da Meloni e Salvini, ha scelto di non votare. Ma, attenzione: torneranno a farlo, già alle Politiche del ‘23.

Tenendo insieme il voto tedesco e quello italiano, è una forzatura dire che l’Europa ha punito il sovranismo populista?
Non è una forzatura. Sono gli effetti positivi della risposta dell’Unione alla pandemia: molti cittadini -anche per gli errori e i limiti di noi europeisti- si erano convinti che l’Europa non fosse parte della soluzione, ma fosse il problema. E si comportavano elettoralmente di conseguenza. Poi, con Next Generation EU, hanno avuto la prova tangibile del contrario. È tornata la speranza. E i voti dei nazionalpopulisti stanno calando.

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