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Nella scuola l’Italia è a testa in giù

Giovanni Cominelli venerdì 2 agosto 2019
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di Giovanni Cominelli

 

L’attenzione dei mass-media alle problematiche della scuola è sempre stata ondivaga. Tra fine giugno e inizi luglio di ogni anno, tuttavia, il livello di attenzione si innalza, sia perché arrivano gli esami di fine anno sia perché da dieci anni – più o meno – a questa parte l’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di Istruzione e di formazione) pubblica un Rapporto annuale sul sistema scolastico, ricavato dalla somministrazione di prove per alcuni livelli di classi.

Le prove e i loro risultati sono stati collocati su 5 livelli, definiti in base agli obiettivi stabiliti dalla normativa ed è stato definito il livello di accettabilità, in relazione al contenuto normato dei Traguardi o, vulgo, Programmi.

 

Gli insegnanti temono che siano loro a essere valutati

Con l’edizione 2019 del Rapporto INVALSI si è giunti anche alle prove per le quinte classi della scuola superiore. Nell’autunno 2018 il M5S aveva ottenuto che le prove INVALSI fossero sostanzialmente volontarie per gli allievi dell’ultimo anno della scuola superiore.

La ragione è trasparente: gli insegnanti, soprattutto meridionali, hanno sempre fatto opposizione alla valutazione dei loro alunni svolta da un Ente esterno, perché temono che una valutazione non positiva dei loro alunni si trasformi in giudizio negativo sulle proprie capacità didattiche. Poiché il 41% degli insegnanti ha votato il M5S, i grillini hanno risposto al loro grido corporativo, togliendo il carattere obbligatorio delle prove del quinto anno.

Peccato che il 96% dei ragazzi, evidentemente più responsabili e maturi dei loro docenti, abbiano scelto di sottoporsi alle prove, in modo sostanzialmente omogeneo in tutto il Paese. D’altronde, la gestione informatica delle medesime, dalla scuola media in su – ma in futuro anche nella quinta primaria – ha reso impossibile il ricorso al cheating da parte degli insegnanti.

Cheating:cioè, gli insegnanti compilano i questionari al posto dei loro alunni, che pertanto risultano bravissimi. E se i ragazzi sono bravissimi, perché non lo sarebbero anche i loro docenti? In alcune situazioni del Sud – per es. ad Agrigento – si era arrivatiscandalosamente al 67% di prove adulterate.

 

L’Italia è divisa in due parti

Quali risultati delle prove di valutazione? L’Italia è divisa in due parti: quella che dal Nord arriva alle Marche comprese – nella quale i risultatisono nella media OCSE-PISA – e quella che da dalle Marche in giù, che sta sotto la media OCSE-PISA. L’“in giù” è a sua volta articolato in negativo e in pessimo. Quest’ultimo è il caso di Sardegna, Sicilia, Calabria eCampania. La notizia non è nuova.

Il guaio è proprio questo: passano i decenni, la notizia non cambia. La società italiana e la politica che essa esprime non hanno voglia di risolvere il problema, beandosi nella retorica provinciale conservatrice della scuola italiana come la migliore del mondo, assecondata, si intende, dai megafoni dei giornaloni, che costruiscono l’opinione pubblica.

Solo il 60% degli studenti si trova a livello di accettabilità. Ma in alcune materie, es. in Matematica o in Inglese, la percentuale si rovescia: unapercentuale significativa di allievi esce dalla Scuola superiore o dalla Scuola media con certificazioni formali che dichiarano il possesso di conoscenze e di capacità – che il legislatore nazionale ha definito irrinunciabili – che in realtà i ragazzi non possiedono.

 

Nelle Regioni più negative i voti della maturità sono i più alti

Persino il “Corriere della Sera” è finalmente arrivato, nel luglio 2019, a comparare i risultati dell’Invalsi nelle prove dell’ultimo anno delle scuole superiori con i numeri e le graduatorie regionali dei voti di maturità. Si vede un’Italia della scuola a testa in giù rispetto a quella dell’INVALSI: prima in graduatoria per livello dei voti di maturità la Puglia, seguita a ruota dalle Regioni-coda di Invalsi (Campania, Calabria etc).

La Lombardia è ultima, con attorno le Regioni in testa ad Invalsi. Il Corriere poteva arrivarci anche prima. Da qualche anno,infatti, sono di pubblico dominio i numeri delle prove Invalsi della seconda classe della scuola superiore, che dicevano esattamente la stessa cosa delle appena nate prove di quinta: l’Italia a testa in giù. In ogni caso, come tutti gli anni, la Calabria è in testa alla graduatoria.

L’onestà intellettuale e il coraggio politico obbligherebbero a prendere atto che il valore legale dei titoli di studio e quello reale divergono ampiamente e che, ormai, il valore legale è un disvalore reale. E che, dunque, il valore legale dovrebbe essere abolito, semplicemente. Esso copre il falso o, peggio, lo dichiara vero. Funziona come un dumping di Stato.

 

Ci sono sezioni di serie A e sezioni di serie B

Un altro dato rilevante riguarda i livelli di equità sociale del sistema e delle singole scuole, cioè l’esistenza di differenze negli esiti scolastici fra le scuole e fra le classi di una scuola. Se la differenza fra scuole può essere in parte motivata dalle dislocazioni geografiche ed alle Superiori dalla canalizzazione, la differenza fra le classi al contrario si può spiegare solo con l’esistenza di sezioni di serie A e di sezioni di serie B.

Così si scopre che anche al Sud e nelle Isole esistono allievi competenti, collocati però in certe classi ed in certe scuole, e il cui numero non è sufficiente a compensare la più larga fetta di non competenti o di mediocremente competenti. Le differenze fra gli allievi non sono ovviamente esclusive del Sud, ma di tutto quanto il sistema scolastico italiano.

Non si può evitare di constatare che le indagini internazionali indicano questa polarizzazione sociale e culturale del nostro sistema scolastico come tipica delle società semi-sviluppate, soprattutto sudamericane.

Dallo stesso Rapporto emerge che nel passaggio dalla Media alla Superiore, la percentuale di studenti in grossa difficoltà a livello di terza media diminuisce nella rilevazione sulla quinta superiore al Nord, aumenta nel Centro-Sud. Quel che appare come relativamente nuovo è che – contrariamente alla mitologia che oppone l’oasi della Scuola elementare al buco nero della Scuola media – le differenze iniziano a delinearsi già nella primaria ed esplodono, ma non vengono generate, in terza media.

Dati significativi del Rapporto emergono relativamente all’avanzata delle ragazze, come confermano, d’altronde, le indagini internazionali.

Interessante, da ultimo, perché tocca la materia dell’integrazione degli immigrati, che sono ormai l’8% della popolazione.

 

Poi ci sono gli alunni stranieri

In tutti i livelli scolastici gli alunni stranieri ottengono in Italiano e in Matematica punteggi nettamente più bassi di quelli degli alunni italiani,ma le distanze tra gli uni e gli altri tendono a diminuire nel passaggio tra la prima e la seconda generazione d’immigrati e nel corso dell’itinerario scolastico, in particolare in Matematica, che è un un codice astratto internazionale.

In Inglese le cose vanno meglio, tanto che è la sola materia dove gli alunni stranieri conseguono risultati simili a quelli dei loro compagni italiani : nelle regioni del Sud dove i risultati degli autoctoni sono molto bassi, gli stranieri, in particolare di seconda generazione e nella prova di ascolto, fanno meglio degli italiani.

Questi, dunque, i dati. C’è materia per un impegno della società, della cultura, della politica. Pare, invece, che la questione centrale sia quella dellasistemazione occupazionale del personale dipendente e, in particolare, dei precari. La bassa qualità degli insegnanti non pare costituire problema. Basta che votino il governo di turno.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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