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Oltre il declino, qual è il futuro dei progressisti?

Alessandro Maran sabato 28 luglio 2018
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di Alessandro Maran 

 

Il declino del centro-sinistra degli ultimi anni, in tutti i paesi dell’Occidente, è una delle tendenze politiche più preoccupanti. Ha lasciato gli elettori in balia dei partiti estremisti, perlopiù di estrema destra, che rischiano di mettere in pericolo la natura liberale (e forse la stessa natura democratica) della politica occidentale. Senza contare che i partiti di centro-sinistra hanno avuto un ruolo decisivo nel creare e mantenere l’ordine del Dopoguerra sul quale sono state edificate le democrazie.

 

La crisi dei liberal in Usa e dei socialdemocratici in Europa

In America, liberal e progressisti parlano con trepidazione di riconquistare la Camera e il Senato alle elezioni di metà mandato (e poi la presidenza), ma se si guarda alla rappresentanza Dem al Congresso e nelle assemblee legislative statali o al numero dei governatori, i democratici americani hanno toccato il punto più basso degli ultimi cento anni.

E non sono gli unici. David Miliband, l’ex ministro degli esteri della Gran Bretagna, nel 2011, in un intervento alla London School of Economics sulla crisi della socialdemocrazia, aveva messo in fila i dati del disastro generalizzato del centro-sinistra europeo: nelle elezioni del 2010 il Labour Party aveva ottenuto il secondo peggior risultato elettorale dal 1918; in Svezia, durante lo stesso anno, i socialdemocratici avevano portato a casa il peggior risultato dal 1911; nel 2009, in Germania la SPD, una volta il partito di sinistra più forte dell’Europa continentale, aveva registrato il peggior risultato dalla fondazione della Repubblica federale e la più consistente emorragia elettorale di ogni altro partito nella storia del paese; nel 2007, in Francia per la sinistra di governo il risultato è stato il peggiore dal 1969.

Dal 2011 le cose sono certo un po’ cambiate, ma, come abbiamo visto, in gran parte in peggio. Nel 2017 in Francia, nella Repubblica Ceca e in Belgio, i socialdemocratici sono crollati a percentuali di una sola cifra, i laburisti olandesi hanno ottenuto il peggior risultato della loro storia, la SPD ha raggiunto la percentuale più modesta dal 1933 e in Austria il numero di seggi piu esiguo dal Dopoguerra.

Eppure, durante l’ultima parte del XX secolo i partiti socialdemocratici e laburisti erano al governo o guidavano l’opposizione praticamente in ogni democrazia occidentale. E se si considera il contesto, la situazione è ancora più sconcertante. Dieci anni dopo l’inizio della peggiore recessione economica dalla Grande Depressione, (una crisi finanziaria globale causata in buona parte dalla leggerezza del settore privato), i partiti che sono stati puniti sono principalmente quelli di sinistra mentre i partiti premiati sono principalmente quelli di destra. Perché?

 

Perché la sinistra perde in tutto il mondo

Per rispondere a questa domanda un gruppo di studiosi ha pubblicato un ottimo libro lo scorso autunno intitolato, «Why the Left Loses: The Decline of the Center-Left in Comparative Perspective». Lo segnalo. Aggiungo che le vicende dei partiti laburisti in Nuova Zelanda e in Australia sono particolarmente istruttive, perché nonostante molte delle questioni siano del tutto simili a quelle dei loro omologhi europei, l’Unione europea non ha ovviamente ha che fare con le difficoltà affrontare dai nostri partiti fratelli degli Antipodi.

Sheri Berman, un professore del Barnard College, raggruppa le risposte intorno a tre fattori.

 

Quanto conta il leader 

Il primo riguarda i leader. Le personalità in politica contano; e per vincere, il centro-sinistra ha bisogno di leader in grado di comunicare con un elettorato diversificato ed esigente e capaci di trasmettere il messaggio del partito in modo attraente, energico ed efficace. Ma com’è naturale, gli individui ambiziosi e di talento sono attratti da quei partiti che sembrano essere davvero in grado di affrontare le sfide dell’oggi. Non è un caso che l’unico leader di centro-sinistra alla guida di un importante paese occidentale non sia Corbyn, che le elezioni le ha perse tutte, ma il canadese Justin Trudeau, una figura carismatica che ha risvegliato gli elettori con il suo messaggio ispirato alle “sunny ways”, la filosofia di Sir Wilfrid Laurier. Come Laurier, il primo ministro canadese è convinto che la politica possa essere una potente e positiva forza di cambiamento; e i canadesi gli hanno dato ragione sanzionando che quel che occorre è un governo con una visione del futuro positiva, ottimistica e fiduciosa.

 

La sfida dei cambiamenti strutturali 

Il secondo fattore indicato da Berman ha ovviamente a che fare con i cambiamenti strutturali (e istituzionali) che oggi costituiscono la principale sfida per tutti i partiti, in particolare per quelli di centro-sinistra. Specie se si considera, insisto, la natura dei sistemi economici del periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, con ampie forze lavoro sindacalizzate, ampi settori manifatturieri, economie regolate e reti di protezione sociale.

Questa economia sociale di mercato, prevalente perfino negli Stati Uniti, come abbiamo visto, è stata creata principalmente dalla sinistra (la destra si è adeguata, ma solo a cose fatte).

Perciò, sostiene Berman, quando questo intero sistema si è sentito minacciato dalla globalizzazione e dalla rivoluzione informatica, e poi è stato sconvolto dalla crisi finanziaria, è stata proprio la sinistra a ritrovarsi incerta sul da farsi (negli Stati Uniti, addirittura, la destra ha sostenuto in modo sprezzante che se i mercati fossero stati davvero liberi, la crisi non ci sarebbe mai stata).

Insomma, proprio perché è stato il paladino di quell’ordine, il centro-sinistra ha subito più di tutti le conseguenze del suo deterioramento.

Il centro-sinistra si è poi danneggiato da solo ulteriormente, facendo immediatamente retromarcia: la sinistra, si è deplorato, non avrebbe mai dovuto abbracciare il mercato. Eppure, i cosiddetti neoliberali (come Bill Clinton, Tony Blair e Gerhard Schroeder) hanno in realtà vinto una elezione dopo l’altra, e sono stati invece i loro successori a incominciare a perdere.

 

Identità e comunità a rischio

Oltre che dai cambiamenti strutturali dell’economia, i partiti di centro-sinistra sono stati sfidati anche dai cambiamenti sociali e culturali che hanno messo a rischio le identità tradizionali e le comunità (un processo ulteriormente esacerbato, specie in Europa, dall’immigrazione in aumento). Insieme, queste tendenze hanno contribuito ad erodere la coesione sociale e quel senso di un traguardo e di un ideale condiviso che, nel Dopoguerra, aveva sostenuto l’ordine socialdemocratico ed aiutato a stabilizzare le democrazie europee.

Ora, ovviamente, non sta scritto da nessuna parte che i cambiamenti economici, sociali, culturali e istituzionali condannino il centro-sinistra all’oblio. Rappresentano piuttosto delle sfide e la reazione degli elettori e l’evoluzione del sistema politico dipenderanno dalle risposte che il centro-sinistra sarà in grado di dare a queste sfide.

 

Serve un messaggio convincente

Il guaio è che il centrosinistra manca dappertutto di riposte convincenti e coerenti; manca, in altre parole, e veniamo al terzo fattore indicato da Berman, di un messaggio convincente per affrontare la crisi e di una visione più generale in grado di promuovere la crescita mentre si proteggono i cittadini dagli aspetti più duri del mercato.

Al centro-sinistra è anche mancato un messaggio persuasivo su come rapportarsi alla crescente diversità e una visione della coesione sociale appropriata alle realtà culturali e demografiche in mutamento. Al contrario, ha ignorato la sfida della diversità e, specialmente tra gli intellettuali di sinistra, ha abbracciato, con una certa faciloneria, il «multiculturalismo». Il che non gli ha consentito di porre un argine alla fuga degli elettori, in particolare degli operai.

Insomma, sostiene Berman: «non si può battere un avversario con niente» e se il centro-sinistra non troverà messaggi allettanti, in grado di risolvere i problemi contemporanei, e una visione più attraente del futuro di quella offerta dai propri avversari, «continuerà a scivolare verso la pattumiera della storia».

Presidente dell’Istituto per la cultura cinese. Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.

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