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Il senso dell’ambiente per la sinistra

Luca Bergamaschi domenica 29 luglio 2018
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di Luca Bergamaschi

 

Vorrei brevemente ricollegarmi e approfondire alcuni elementi della relazioni ben pensate di Alessandro Maran e Sandro Gozi. Una prima riflessione è sulla democrazia. Temo che abbiamo sottostimato cosa significa democrazia. La sinistra ha il compito di coltivare la democrazia, che non significa solo andare alle elezioni, ma occorre stabilire un rapporto con i cittadini molto più profondo. Gli antichi greci ci insegnano che la qualità della democrazia dipende da tre elementi fondamentali: avere le informazioni necessarie per le decisioni, avere un’autorità che dia significato a queste informazioni e in ultimo occorre un dibattito pubblico.

Se questi elementi fossero stati presenti nella campagna precedente al referendum sulla Brexit, penso che molto probabilmente oggi non avremmo la Brexit. E’ necessario allora recuperare questi elementi fondativi della democrazia e capire come ci organizziamo, soprattutto per dare spazio al dibattito pubblico, che prima riuscivamo avere attraverso i circoli e una solida cultura politica. Dobbiamo allora recuperare un senso profondo di “engagement” con i cittadini che oggi è perduto.

La seconda riflessione è sul capitalismo. Dagli anni 80 ad oggi le sinistre riformiste liberali sono state forse troppo “serve volontarie” di una filosofia politica che ha creato forti disuguaglianze e un individualismo radicale. Abbiamo così rinunciato a ricercare e offrire politiche alternative che diano risposte più giuste alla globalizzazione e alle crescenti disuguaglianze. Dobbiamo recuperare un’idea di radicalità che vada alla radice dei problemi.

 

Tre crisi: rappresentanza, credibilità, ambizione

Vorrei ora offrire tre spunti sulle ragioni del crollo che per me sono fondamentali per rilanciare un’idea forte di Europa solidale e liberale come la intende Sandro Gozi. Abbiamo assistito a tre crisi: la prima è una crisi di rappresentanza, compresa quella generazionale per cui i millennials sono spariti dal nostro elettorato. I giovani che hanno votato 5 Stelle non sono presenti solo al Sud ma ce ne sono tanti anche al Nord perché se da una parte c’è un desiderio vivo di cambiamento dall’altra spesso manca un’alternativa credibile.

La seconda crisi è una crisi di credibilità: la credibilità si fa con le persone e se vogliamo offrire un modello alternativo abbiamo bisogno di persone nuove, partendo dai giovani e dalle donne. Mi stupisce talvolta che ci stupiamo quando gli esponenti dei partiti che ora governano dicono le stesse cose che dicevamo noi, o il nostro ripetere continuo dei successi del passato non fa presa con l’elettorato. Il motivo è semplice: in politica chi dice cosa è importante quanto cosa si dice. Per ricostruire fiducia abbiamo bisogno di persone nuove che in modo autentico garantiscano rappresentanza e una nuova visione.

La terza crisi è di ambizione ovvero dobbiamo recuperare quella radicalità necessaria a gestire il cambiamento. Dobbiamo innanzitutto recuperare e rivendicare la parola cambiamento che è l’essenza della politica. Dobbiamo dire, senza paura, che il cambiamento c’è ma che riusciamo a gestirlo in maniera ordinata sulla base di un progresso giusto, recuperando in parte il concetto del “Yes, we can!” di Obama.

Non basta inoltre solamente proporre soluzioni ma occorre anche una narrativa politica che dica chiaramente perché le scelte nazional-populiste di questo governo ci rendono tutti più insicuri. Per esempio, se chiudiamo i nostri porti, il problema non lo risolviamo ma lo spostiamo ed estremizziamo; e chiudere i nostri confini o applicare barriere commerciali ci rende tutti più poveri.

 

Cosa può fare l’ambiente per la sinistra?

Concludo con il tema che personalmente mi sta più a cuore per il presente e il futuro del nostro paese e del mondo, quello della transizione ecologica. Come sinistra dobbiamo smettere di chiederci cosa può fare la sinistra per l’ambiente ma chiederci invece cosa può fare l’ambiente per la sinistra.

Ci sono due pilastri principali attraverso cui l’ambiente può aiutare il rilancio della sinistra: il primo è quello della trasformazione ordinata e giusta dell’economia. Senza affrontare il cambiamento climatico in modo rapido e ordinato non riusciremo a contrastare le disuguaglianze esistenti che esso aggraverà in tutti i campi.

Il secondo pilastro è il riconoscimento che per affrontare la sfida del cambiamento climatico occorre la cooperazione internazionale basate su regole condivise. La sinistra nel ventunesimo secolo non può esistere senza il multilateralismo perché i valori di pace, giustizia e libertà non li possiamo garantire senza il multilateralismo.

La transizione ecologica offre un nuovo paradigma politico fondamentale cioè quello della trasformazione ordinata o disordinata del cambiamento. Il cambiamento climatico e gli eventi che ne conseguono significa che avremo sempre più persone costrette a spostarsi, sempre più persone affette da insicurezza idrica e alimentare, un aggravarsi dei conflitti esistenti, o la nascita di nuovi, e una maggiore frequenza e intensità di eventi atmosferici estremi. La trasformazione tecnologica pone importanti punti di domanda e pressioni sulla nostra economia. Le ripercussione geopolitiche delle decarbonizzazione minano le basi della stabilità dei regimi autoritari, come Russia, Iran e Arabia Saudita, che fondano il loro modello di sviluppo e leva geopolitica sulla vendita di idrocarburi.

Il cambiamento e gli eventi arriveranno, dobbiamo chiederci se vogliamo gestire questa fase in modo ordinato o disordinato. La transizione ecologica offre allora un modello radicalmente nuovo di come produciamo, come consumiamo, come ci muoviamo e come ci relazioniamo con i nostri vicini e oltre.

In conclusione per governare il cambiamento e ricollegarci con i cittadini abbiamo bisogno di due elementi fondamentali: il primo è un nuovo “contratto sociale ecologico” che ristabilisca le basi e le regole di una convivenza ancorata nel rispetto dei principi di sostenibilità ambientale. A livello domestico questo si esprime attraverso un nuovo piano di investimenti, la protezione dei cittadini e lo sviluppo dell’industria del futuro. A livello internazionale e geopolitico ciò significa che l’Europa nel mondo deve porre il modello ecologico, che è un modello di apertura, sviluppo e protezione, come guida delle sue scelte diplomatiche e delle relazioni internazionali.

Il secondo elemento è il recupero di un principio guida di giustizia economica che metta la finanza al servizio delle persone invece di farne da padrone. Abbiamo bisogno di una grande riforma finanziaria per mobilizzare gli investimenti necessari alla transizione ecologica. La flessibilità di bilancio non è allora un esercizio meramente tecnocratico ma una battaglia fondamentale per il nostro futuro perché mobilizzare gli investimenti permette di ricostruire le basi dell’economia, della società e della politica. Soprattutto quando la transizione ecologico cambia completamente gli interessi in gioco. Allora ripartiamo da qui, per un’alternativa progressista credibile con l’orizzonte europeo.

Esperto di energie e cambiamenti climatici, collabora con l’Istituto Affari Internazionali e con E3G – Third Generation Environmentalism, think tank di esperti indipendenti su diplomazia climatica, energia e finanza. E’ stato Policy Advisor per le questioni ambientali e del cambiamento climatico per la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel Governo Gentiloni. E’ membro di MondoDem.

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