Pd. Riforme, conti in ordine e dismissioni per portare il debito/pil al 100%

Pd. Riforme, conti in ordine e dismissioni per portare il debito/pil al 100%

di Luigi Marattin

 

I governi a guida Pd in questi tre anni hanno raggiunto due obiettivi per quanto riguarda i principali aggregati di finanza pubblica: hanno ridotto il deficit (dal 3% del Pil del 2014 al 2.1% del terzo trimestre 2017, una cifra che probabilmente sarà anche il dato annuale), e hanno stabilizzato il debito al 132% del Pil, valore che è rimasto pressoché costante negli ultimi tre anni.

Questo valore tuttavia rimane troppo alto ed è giunto il momento di impostare una strategia coerente e credibile per ridurlo. Non solo per destinare a scopi più produttivi i circa 65 miliardi che attualmente destiniamo al pagamento degli interessi, ma anche per ridurre la vulnerabilità macroeconomica a cui è esposto un paese a così alto debito, soprattutto alla vigilia di una non probabile ma certa risalita dei tassi di mercato.

Una strategia è credibile se ha ben chiari obiettivi e strumenti.

L’obiettivo del Partito Democratico è ridurre gradualmente ma stabilmente il rapporto debito/Pil al valore del 100% entro i prossimi 10 anni. La letteratura economica ci conferma che quello che conta – per quanto riguarda gli effetti negativi sul premio al rischio e quindi sulla spesa per interessi – non è tanto il livello del rapporto debito/Pil, quanto la sua traiettoria discendente. In altre parole, i mercati sono rassicurati non certo da annunci shock poco credibili, ma da un sentiero costante (anche se graduale) di riduzione.

Lo strumento attraverso cui raggiungere questo obiettivo è duplice.

Il primo è quello di gran lunga più rilevante. La dinamica del rapporto debito/Pil – per fortuna – è ancora legata all’aritmetica. Significa che, fissando ipotesi chiare e possibilmente realistiche su alcune variabili macroeconomiche, è molto semplice capire la traiettoria del debito. L’avanzo primario per il 2018 è fissato al 2% del Pil, e molto probabilmente la crescita economica 2017 sarà del 1.5%. Se per i prossimi dieci anni mantenessimo esattamente queste stesse condizioni macroeconomiche (senza ulteriore “austerità” ma neanche senza ulteriori voli pindarici per quanto riguarda la crescita), nel 2030 il rapporto debito/Pil sarà attorno al 100%. A due condizioni: che l’inflazione torni al livello target-Bce (2%) e che il costo medio del nostro debito rimanga più o meno ai livelli attuali (3%). La prima condizione è al di fuori del nostro controllo, ma gli ultimi dati europei sembrano essere confortanti in questo senso. La seconda condizione è paradossalmente messa a rischio dal verificarsi della prima: se l’inflazione torna al 2%, addio Quantitative Easing, e quindi fine dell’ombrello sul nostro debito. Ma è qui che entra in gioco la politica economica. Il premio al rischio sul nostro debito tenderà ad aumentare solo se chi governerà il paese risulterà incerto e poco credibile su due cose: la continuazione delle riforme strutturali e l’avvio di un sentiero discendente del debito. Per questo la proposta del PD è molto chiara: continuare a ridare credibilità al Paese proseguendo il sentiero di profonda riforma e innovazione della sua economia (essendo più incisivi su concorrenza, giustizia civile, pubblica amministrazione) e mantenendo l’avanzo primario al livello 2018. Questo libererebbe circa 10 miliardi di spesa nel 2019 – anno in cui l’avanzo programmatico è fissato al 2,6% –, da usare o per incrementare gli investimenti pubblici o come “scorta” nel caso l’inflazione non sia ancora tornata al suo livello normale. Naturalmente se la crescita economica – come possibile – dovesse essere superiore a 1,5%, parallelamente l’avanzo primario dovrebbe crescere sopra il 2%, così che finalmente in questo paese sia possibile conoscere una sana politica fiscale contro-ciclica: si risparmia quando l’economia va particolarmente bene, e si spende (anche tanto) quando l’economia va male. Va da sé che questo scenario sconta che le regole fiscali europee – che proprio nel corso del 2018 vanno incontro ad un “tagliando” – spostino il focus dalla riduzione di un aggregato incerto e poco misurabile (il deficit strutturale) a quella di qualcosa di molto concreto e – noi crediamo – più importante: per l’appunto, il debito pubblico.

Il secondo strumento – da utilizzare per rafforzare il percorso di cui sopra o come “assicurazione” qualora le condizioni macroeconomiche su cui si basa non dovessero verificarsi – è un programma di dismissioni patrimoniali (mobiliari e immobiliari) capace di assicurare lungo i 10 anni una cifra compresa tra il 2% e il 4% del Pil (immaginare cifre superiori è irrealistico e controproducente).

Proseguimento delle riforme strutturali, mantenimento dei conti pubblici in ordine, dismissioni patrimoniali, lotta in Europa per spostare il focus dal deficit strutturale al debito e spazio per politiche fiscali controcicliche (soprattutto sugli investimenti pubblici) in modo da poter fare politiche espansive quando serve. Ecco le parole d’ordine per arrivare in 10 anni a ridurre gradualmente ma sostanzialmente il nostro debito pubblico.

 

 

Luigi Marattin insegna Macroeconomia all’Università di Bologna ed Consigliere Economico della Presidenza del Consiglio sulle tematiche di finanza pubblica

Scritto da Redazione

Redazione