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Perché gli immigrati ci danno fastidio?

Giovanni Cominelli giovedì 13 settembre 2018
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di Giovanni Cominelli

 

Perché gli immigrati mi danno fastidio?

Eppure sono una persona mediamente colta e informata, educata da sempre alla presenza dell’altro e all’amore del prossimo. Né credo alla propaganda sull’invasione. So benissimo che gli immigrati non sono il 28% della popolazione, ma solo l’8%. So anche che servono all’economia e alla demografia del Paese. E al Welfare. Senza di loro non avrei mai potuto gestire l’Alzheimer di mia madre o, più semplicemente, disporre di pantaloni stirati…

Allora, donde viene il mio disagio? Ho deciso di fare un esercizio spicciolo di “fenomenologia del fastidio”.

 

Il fastidio. I luoghi, le cause

Sono portato a credere che anche i miei vicini di casa o di tram o di quartiere lo sperimentino. Insomma: reazioni universali più di quanto appaia. E’ solo fenomenologia, appunto, descrizione avalutativa di ciò che mi accade, al di qua della linea rossa dell’etica. L’etica e la politica verranno dopo.

Dunque, i luoghi del fastidio…

  • Intanto, i mezzi pubblici. A Milano la linea-filobus 90/91, la linea della circonvallazione, a partire da una certa ora della sera/notte, diventa una sorta di casbah rumorosa e puzzolente. Quasi nessuno paga il biglietto. A volte vi sono scontri verbali, e talora fisici, con i rari “indigeni”, che mal sopportano questa vociante presenza e che talora minacciano per primi. Al mattino presto, lo scenario è del tutto diverso: sono gli immigrati che vanno al lavoro. Si sentono solo odori e silenzio.
  • E poi ci sono alcune piazze della città: decine di immigrati occupano le panchine e gli spazi verdi, gridano al cellulare, fanno pipì coram populo et coram Deo.
  • E poi le stazioni ferroviarie. Che tu scenda dal treno a Milano o a Bergamo, appena esci alla luce del sole ti si presenta lo spettacolo di decine di ragazzi, per lo più neri, che “invadono” e hanno il monopolio dello spazio pubblico, delle panchine, delle fontane. Verso sera, al tramonto, ma a volte anche in pieno giorno, l’uso frenetico dei cellulari serve per lo smercio di droga.
  • E poi gli ingressi dei supermercati, delle chiese, dei cinema, dove aitanti giovanotti chiedono insistentemente l’elemosina. Da ultimo, ai semafori…

Se sistemo tutte queste percezioni frammentate in un giudizio di fatto più organico, cosa ne viene fuori? Che ci sono gruppi di giovani sfaccendati – le ragazze non possono “uscire di casa” – che bighellonano nelle nostre città, negli interstizi delle nostre comunità locali, senza fare esattamente nulla di nulla: sans toit ni loi. Estranei al tessuto collettivo, talvolta arrogantemente rivendicativi o persino ostili. Una parte di loro è ospite di strutture e di cooperative. Escono verso le nove della mattina, vagano senza meta per la città o per il paesello, rientrano per il pranzo, ripartono nel pomeriggio e rientrano a sera. Frequentano i corsi di italiano per i primi tempi, poi li abbandonano. Non hanno nessuna voglia di integrarsi. Vogliono andare altrove, semplicemente.

Alle spalle hanno spesso un passato feroce, soprattutto se sono passati dalla Libia – da un inferno di schiavismo e di violenza – non hanno un futuro davanti, galleggiano provvisori sul presente, ai margini di una società che ha propri riti, abitudini, culture, in attesa che qualcuno o qualcosa decida del loro destino. E se all’osservatore ingenuo e sprovveduto capita di passare nella vicina Svizzera o in Germania, dove il numero degli immigrati è assai più alto, il quadro che gli si presenta è del tutto diverso: nessun mendicante, nessun venditore abusivo, nessun assembramento di sfaccendati. Gli immigrati lavorano nei servizi, nei trasporti, sulle strade… E se poi leggo le statistiche, non quelle di Salvini, ma quelle di studiosi quali Barbagli o Blangiardo, scopro che la percentuale più alta di atti criminali – dal taccheggio al furto, dallo stupro all’omicidio – è quella degli immigrati, per lo più clandestini.  Sì, delinquono molto di più dei nostri connazionali. Questi sono i fatti. Ed è un fatto anche la percezione immediata e molecolare dei fatti da parte degli abitanti delle città e dei paesi: questi 600 mila persone, uguali a me nei fondamentali, tuttavia mi appaiono un corpo estraneo e sconosciuto, un meteorite precipitato per caso, il parallelopipedo nero di Odissea 2001.

 

Cifre e dati. Come li ha visti la sinistra e come li ha visti Salvini

Basta questa fenomenologia del fastidio per passare armi e bagagli alle truci parole d’ordine e alle pratiche di Salvini?

Di mezzo sta un’interpretazione complessiva. E’ in questo crocevia che si è giocata la partita per l’egemonia tra Salvini e la sinistra. Ed è qui che Salvini ha vinto. Perché la sinistra ha considerato il mio fastidio e le mie percezioni come “scorrette”, effetto di propaganda xenofoba o persino razzista, cui contrapporre una narrazione alternativa, quella dell’accoglienza tout court o quella della libera circolazione di uomini e merci. Che la propaganda di Salvini abbia usato e usi la questione dell’immigrazione per fini politici – per es. fare a pezzi l’Europa – e che le sue proposte di gestione del fenomeno migratorio siano irrealistiche e impraticabili non perciò giustifica la cecità intellettuale e sociale della sinistra. Se non ha visto i fenomeni, semplicemente perché abita nei quartieri-bene, come qualcuno insinua, o perché, come suggerisce Salvatore Veca, si alza tardi al mattino, o perché non usa la linea 90/91 non starò qui a discutere. E’ certo che non ha visto. E non le servirà “ritornare nelle periferie”, se non vede. Da questi fatti occorre muovere per spiegare, per interpretare e per tentare di risolvere i problemi.

 

Che cosa (si dovrebbe) fare

Intanto occorrerà rispondere razionalmente a due domande: quali meccanismi hanno portato all’accumulazione di 600 mila clandestini? Come si scioglie questo blocco enorme?

Alla prima: il mix di meccanismi previsti da successive leggi sull’immigrazione e l’inadeguatezza cronica degli apparati dello Stato, a partire dal Ministero dell’interno fino alle prefetture. Se uno lo proclami clandestino, a norma di legge, allora lo tratti come tale, non gli dai il foglio di via e poi ti limiti a intimargli di… girare l’angolo. Più che di leggi di tratta di “gride” manzoniane. Le leggi sono severissime, la loro applicazione iperlassista, più per inefficienza che per volontà. Si poteva, fin dall’inizio, alternativamente stabilire per legge che tutti quelli che arrivavano avevano diritto di entrare, passare, restare, cercarsi un lavoro o andarsene oltre frontiera. In tal caso, non erano più giuridicamente clandestini. Ma con ciò sarebbero comunque rimasti insoluti i problemi della casa, del lavoro, dell’integrazione e della cittadinanza effettiva per chi voleva restare.

L’accoglienza giuridica avrebbe dilatato quella reale? Il caporalato non esisterebbe, se ci fosse la libertà di ingresso? Delinquerebbero di meno? Solo se ci fosse una maggiore offerta di lavoro, tale da sconsigliare l’inserimento in reti criminali. Basterà constatare quanto avviene tra i giovani meridionali. E’ assai probabile che continuerebbero anche a fare i loro bisogni nei parchi, se non esiste a Milano – come invece in Germania – un sistema pubblico e diffuso di toilettes. Piccola metafora, che segnala l’impreparazione degli apparati pubblici all’accoglienza civile.

Alla seconda: nonostante i proclami roboanti, il blocco dei 600 mila è sostanzialmente inscalfibile. I rimpatri richiedono anni, molti Paesi respingono i loro cittadini. Anche il nuovo governo è sostanzialmente impotente. Ci troviamo nella stessa situazione del 2002, quando si procedette alla maxi-sanatoria di 700 mila “clandestini”, promossa dal governo Berlusconi-Bossi-Fini. Una sanatoria è oggettivamente di nuovo all’ordine del giorno. Avrebbe senso, a condizione che tutti quanti, governo e opposizione, fossero d’accordo su due impegni: “sì alla sanatoria”, “mai più clandestini” e, pertanto, mai più sanatorie.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.

Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.

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