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Referendum, serve un NO per rilanciare la vocazione maggioritaria

Alberto Colombelli martedì 8 Settembre 2020
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di Alberto Colombelli

 

Referendum, il No per una questione di visione. Dalla vocazione maggioritaria ad un riorientamento in chiave europea sulle alleanze strutturali

 

Alle vigilia della Direzione nazionale Pd, nei giorni scorsi ho aderito a Bergamo ad un appello indirizzato al Segretario nazionale Nicola Zingaretti con cui iscritti ed elettori del Partito democratico hanno cercato di offrire con trasparenza un loro contributo sulle ragioni del loro No al referendum sul taglio dei parlamentari, richiedendo anche che venisse riconosciuta ufficialmente loro libertà di voto.

Personalmente sento però la necessità che tale trasparenza sia ancora più piena.

Perché per chi da nativo democratico con un passato anche in Assemblea nazionale ha costruito il suo impegno politico proprio credendo sin dall’inizio del progetto originario del Partito democratico, considerandolo come la più grande innovazione politica degli ultimi decenni, capace grazie alla sua vocazione maggioritaria e alla sua contendibilità dal basso di aprire le porte ad una vera e strutturata stagione riformista di cui il Paese ha sempre avuto assolutamente bisogno, questo che sta maturando è un passaggio estremamente delicato e quasi definitivo.

Perché la posta in gioco è altissima.

Perché il confronto qui non è solo sulla norma all’esame del referendum, ma quel Sì e quel No costituiscono una netta linea di demarcazione tra due visioni profondamente diverse, uscite con questa occasione definitivamente allo scoperto da cui non si può più prescindere nel considerare come costruire il nostro futuro.

Sappiamo come la Segreteria nazionale in ogni occasione ormai da tempo in modo sicuramente trasparente continua ad indicare nell’alleanza strategica con il M5s il proprio faro e il proprio orizzonte.

Fino al punto che ogni tentativo interno di aprire un confronto su questo tema viene respinto al mittente in modo molto perentorio.

Il tutto associato alla puntuale indicazione che il principale correttivo che dovrà essere apportato a fronte di un Sì al referendum subordinato al rispetto di impegni presi un anno fa, che a pochi giorni dalla consultazione popolare ancora non hanno prodotto alcun risultato tangibile, è nell’approvazione di una legge proporzionale.

La quale in quanto tale appare però per sua stessa natura incompatibile alla ricerca di una alleanza strategica.

Questa infatti richiederebbe invece necessariamente proprio il rilancio di quella vocazione maggioritaria che sta all’origine della nascita del Partito democratico, quando l’orizzonte non era quel proporzionalismo che non è la soluzione, ma era proprio un limite di funzionamento della nostra democrazia in termini di governabilità a cui si voleva rimediare nonché ora la causa della situazione che ha determinato questa nuova logorante situazione che il Pd si trova ad affrontare in queste settimane.

L’ho detto già in un mio precedente articolo scritto per Libertà Eguale nell’ottobre scorso, la sera stessa di quella quarta votazione alla Camera che l’ha determinata: il proporzionalismo impone scelte durissime di fronte a equilibri fragili che – in un’epoca di frammentazione politica, associata a polarizzazione delle posizioni, mobilità estrema dell’elettorato e prevalente riconoscimento di forme di leadership fortemente esibite – portano inevitabilmente ad abbassare sempre più l’asticella, facendo immancabilmente il gioco del peggiore.

Tutto questo ha fatto emergere in tutta la loro evidenza incoerenze nella linea adottata che stanno mettendo in questi giorni in difficoltà un’intera comunità politica.

Per onore di cronaca dobbiamo ricordarlo, per il Pd questo referendum non si sarebbe dovuto convocare. La questione si sarebbe dovuta chiudere con quella quarta votazione alla Camera (avvenuta nel silenzio generale la sera della 8 ottobre 2019), quella che ha avuto il suo voto favorevole dopo i precedenti suoi tre voti contro, senza alcuna consultazione tra i cittadini (e nemmeno tra i propri iscritti visto che il tema non era mai stato affrontato prima in alcuna sede).

Poi il referendum è stato richiesto da alcuni senatori di forze politiche diverse, Pd compreso.

Più recentemente anche lo stesso Segretario nazionale in un’intervista a la Repubblica pubblicata il 4 agosto scorso ha peraltro dichiarato: “Le preoccupazioni espresse da molte personalità, in ultimo da Bartolomeo Sorge, sul pericolo di votare a favore del referendum sul taglio ai parlamentari senza una nuova legge elettorale, sono fondate e sono anche le nostre.”

Oltre a quanto già detto, personalmente ribadisco che non capisco anche come una legge elettorale possa risolvere un problema di salvaguardia del funzionamento delle nostre istituzioni democratiche una volta rilevato, considerato che poi la stessa può essere oggetto di revisione con procedura ordinaria. Ma indipendentemente da questo resta comunque il fatto che il 20 settembre è sempre più vicino e nel frattempo nella sostanza il Pd non fa campagna referendaria sperando evidentemente di tener nascoste le sue diverse visioni interne (e il suo conseguente inevitabile imbarazzo). Con due risultati: intestare in caso di vittoria del Sì il successo al solo M5s che la norma ha proposto e la campagna la fa, esporre una revisione costituzionale al giudizio di pochi visto che il referendum confermativo è privo di quorum.

Aggiungerei che il M5s giustamente la campagna la fa con grande convinzione, cercando di coglier fino in fondo l’opportunità unica e senza ulteriori possibilità (considerate le sue debolezze evidenti a livello nazionale e ancor di più in ambito locale) e – questo è il punto più grave – il campo aperto lasciatogli dal Pd nel rispetto di un accordo di governo seppur proprio da loro non rispettato sulla specifica questione non avendo ancora dato disponibilità alla individuazione di quei correttivi sin dall’origine indicati come assolutamente necessari.

La loro determinazione è assoluta per un motivo molto chiaro: perchè per loro è questo il passo decisivo nell’affermazione di una visione ben presente sin dalla loro fondazione, articolata in tre ben definiti passaggi a cui questo Sì apre la strada.

La descrive in modo puntuale Alessandro Mangia, Professore ordinario di diritto costituzionale all’Università Cattolica di Milano (ilsussidiario.net, 01/09/2020):

In sé il taglio non ha un gran senso. Ma ha senso se collocato allinterno di un triangolo fatto di taglio dei parlamentari, potenziamento della legislazione popolare ed eliminazione o revisione del libero mandato del parlamentare. Nel progetto originario di M5s stavano e stanno ancora proprio queste cose. (…) È la logica della sostituzione della democrazia parlamentare con la democrazia diretta. In realtà questa è la versione pubblicamente spendibile del progetto, la cui diffusione è affidata ai vari Fraccaro e Di Maio. Alla base di questo discorso sta in realtà un pensiero diverso, a metà tra la futurologia e la cibernetica, per cui i parlamenti sarebbero destinati alla soffitta, sostituiti dal plebiscito continuo di cittadini connessi dai palmari sui social. (…) Basta vedersi certi filmati in rete su Gaia e su Prometeus (senza h) della Casaleggio e Associati per rendersi conto che dietro a certe idee sta un nucleo che non può essere proposto direttamente senza essere confinati nellambito dellirrilevanza visionaria. Ma quello è alla base di tutto. La Piattaforma Rousseau, ad esempio, viene da lì.”

Evidente che si tratta di una visione in netta antitesi con quella fondativa del Pd delle origini.

Perché, non mi stancherò mai di dirlo e di ripeterlo, il Pd è nato per essere la casa di tutti i riformisti italiani e per riuscire attraverso l’affermazione della vocazione maggioritaria a fare riforme strutturali per il Paese che mai sono riuscite. Ridurlo ad un partito come gli altri – anche se al 20%, ridimensionandone le ambizioni subendo le decisioni altrui dentro una logica già da ora strettamente e incondizionatamente proporzionale – non da alcun contributo in tal senso. Perde tutto il suo scopo e perde soprattutto il Paese.

Quindi in totale costruttiva trasparenza mi sento in dovere di riaffermarlo, il nostro futuro come Paese non è in quello che il M5s sta dettando al Partito democratico alle sue condizioni e senza rispettare invece quelli che erano i propri impegni, ma dipende ancor più di prima dall’affermazione di vocazione e visione maggioritaria, da difendere rilanciando una vera e piena nuova stagione di riforme istituzionali organiche e strutturate che permettano di continuare a perseguire l’imprescindibile obiettivo di offrire finalmente anche alla nostra Repubblica una normale democrazia dell’alternanza capace di produrre un Parlamento più efficace (partendo dalla fine del bicameralismo paritario e non dalle demagogiche semplificazioni rappresentate dalla sola riduzione del numero dei parlamentari) e decidenti governi di legislatura risultato di trasparenti proposte elettorali su cui i cittadini si possano esprimere, senza vedere poi le proprie scelte frustrate da improvvisate coalizioni successive prive di impegni elettorali che siano chiamate a rispettare.

Per quanto mi riguarda, lo ribadisco, con la responsabilità e nel rispetto dell’eredità lasciatami quale preziosa guida da Serio Galeotti nelle sue ormai lontane lezioni di Diritto Pubblico all’Università di Bergamo contenute nei suoi libri “Alla ricerca della governabilità” e “Per un Governo di legislatura”.

Una sfida chiara e prioritaria, da sempre nostra, da riformisti, oggi ancora di più, da accettare e condurre votando No a quella che non è una riforma strutturata ma solo una limitazione al funzionamento delle nostre istituzioni democratiche guidata da pura demagogia e opportunismo alla ricerca di facile consenso.

E a questo punto rilancio ulteriormente, sempre per massima trasparenza.

Che la Segreteria nazionale del Partito democratico si prodighi per definire alleanze strutturali, da sostenitore della vocazione maggioritaria, non posso che assolutamente condividerlo.

Perché vocazione maggioritaria vuol dire prendersi la responsabilità di presentarsi al Paese con già un programma di governo, con già un leader prestabilito che va a proporlo. E non deciderlo dopo, ma deciderlo prima. Decidere prima con chi si vuole governare questo Paese, perché quando lo si fa dopo, quando decidiamo di farlo dopo – e se lo si fa vuol dire che lo si decide e non uso questo verbo casualmente – è perché c’è la volontà di presentarsi non in modo trasparente.

Ma qui la volontà invece è di parlare costruttivamente nel modo più trasparente che ci è possibile, così volendolo fare fino in fondo dico che visto il contesto e gli obiettivi complessi che la Storia ci chiama ad affrontare, il faro che sono assolutamente convinto debba guidare il Partito Democratico nel definire i propri alleati non possa che essere ancora una volta l’Europa. Guardando ai suoi migliori interpreti, quelli che non si sono improvvisati europeisti nell’ultima ora dopo aver costituito gruppi con nazionalisti che hanno tra l’altro determinato la Brexit, ma che hanno letteralmente salvato la tenuta del sogno che fu di Altiero Spinelli affrontando a viso aperto i sovranisti nel momento di massima difficoltà respingendo il loro assalto al cuore dell’Europa.

Così, sì, il Partito democratico costruisca assolutamente delle alleanze strutturali ma – come già dicevo in diversi articoli pubblicati per Libertà Eguale prima delle elezioni europee 2019 – nella scelta dei propri compagni di viaggio si chieda con attenzione dove vogliono andare e così farsi promotore, da protagonista che prende l’iniziativa, di una nuova alleanza tra tutti i progressisti, europeisti e riformisti che vogliano convintamente e stabilmente difendere e promuovere Europa, stato di diritto e democrazia liberale.

Il resto lo consideri all’occorrenza solo come esigenza strettamente contingente se necessaria, ma con tutte le precauzioni del caso, soprattutto quando la debolezza degli altri è superiore alle sue fino al punto da sapere, come inconsciamente sicuramente sanno, che certe condizioni non le possono dettare perché non se lo possono proprio permettere con tutto quello che hanno da rischiare in termini di conseguenze che ne deriverebbero direttamente su di loro.

Così guardando esattamente nel cuore dell’Europa, nel Parlamento europeo nello specifico, ci si orienti necessariamente su chi davvero rappresenta la vera novità che ha permesso di fare con la sua presenza la vera differenza in questi mesi nella Storia e nella positiva evoluzione delle politiche dell’Unione europea.

Non si potrà che trovarlo in un nuovo gruppo a originaria trazione di sinistra liberale, grazie a Renaissance che ha portato alla costituzione di Renew Europe, capace di permettere a socialisti-democratici e popolari di arrivare attraverso la nuova coalizione così creatasi fin dove da soli prima non erano mai riusciti.

Da lì si è potuta salvare l’Unione europea dall’attacco sovranista e si è arrivati fino al Recovery Plan senza tanti tatticismi.

Renew Europe nel Parlamento europeo viene collocato al centro ma è a trazione Renaissance, la lista transnazionale di En Marche che sappiamo benissimo essere sinistra liberale. Quindi in Unione europea la differenza già la sta facendo proprio l’alleanza tra socialdemocratici e popolari con la sinistra liberale. Così mentre in Italia i riformisti si sono fatti schiacciare in un angolo da forze demagogiche e populiste, l’Europa dimostra che lo spazio c’è, basta alzare lo sguardo e non perdersi in tatticismi esasperati che amplificano le debolezze ed esasperano il clima.

Da qui si può e si deve ripartire nel definire vere scelte strategiche, orientandosi di riflesso allo stesso modo anche in Italia, dando quei segnali di indirizzo che aprirebbero se non immediatamente almeno in prospettiva scenari che potrebbero rilanciare ambizioni riformiste quanto mai opportune.

I riformisti hanno la responsabilità di dimostrare soprattutto a sé stessi che ancora si può, insieme, tenere accesa la speranza nel nostro futuro. Riuscendo a definire una visione all’altezza della missione che si intende perseguire, senza che nessuno si lasci più sopraffare e dominare dalla paura, ma agendo – come sempre necessario – con coraggio, passione, visione e tanta perseveranza.

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