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Con il taglio dei parlamentari il Pd si adegua al populismo antipolitico

Alessandro Maran mercoledì 9 Settembre 2020
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di Alessandro Maran

 

«Il Senato dovrà essere trasformato in una Camera delle Regioni – recitava la Tesi numero 4 del programma dell’Ulivo – composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza. Il numero dei Senatori (che devono essere e restare esponenti delle istituzioni regionali) dipenderà dalla popolazione delle Regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni più piccole (…) I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell’attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei Deputati sarà riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verrà esercitato dalla Camera delle Regioni per la deliberazione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali». 

Altri tempi, si dirà; e certo, da allora, di acqua sotto ponti ne è passata tanta. Ma il diverso modo di vedere le situazioni e i problemi, e quindi di intendere e di valutare, salta subito agli occhi. Infatti, il «taglio delle poltrone» (di questo si tratta, per i Cinquestelle) che voteremo tra due settimane non è una riforma, cioè la modificazione sostanziale, volta al miglioramento, di un’istituzione, di un ordinamento. Senza modificare il bicameralismo paritario (senza, cioè, differenziare la composizione e le competenze delle due camere, che continueranno a fare le stesse cose e ad avere gli stessi poteri) «è solo uno spot elettorale», come peraltro ha sostenuto lo stesso Pd, che (per tre volte) ha motivato il suo voto contrario, lamentando (senza che, allora, fosse sospettato di «benaltrismo») un «taglio casuale numerico», gli effetti distorsivi (riguardo alle soglie, alla composizione dei gruppi, delle commissioni, ecc.) e la mancata «volontà di affrontare i nodi strutturali di un bicameralismo ripetitivo totalmente indifendibile».

Capisco che, con l’aria che tira, il Pd (come, del resto, la maggior parte dei partiti, destre comprese) cerchi di mettere il cappello sulla probabile vittoria del Sì, per poi rivendicarne, almeno in parte, il merito; e che speri così di attenuare le conseguenze negative di un referendum esplicitamente ostile al Parlamento e alla democrazia rappresentativa, ricorrendo alla strategia che Angelo Panebianco, qualche giorno fa, ha definito il «bacio della morte». Così, se dovesse prevalere il Sì (come i sondaggi sembrano annunciare e come lascia presagire un più che trentennale lavaggio del cervello), anche diversi fautori della democrazia parlamentare potranno cantare vittoria, in quanto avranno concorso al successo del referendum con l’obiettivo opposto: rendere più efficiente il Parlamento.

Capisco anche che il Pd tema i «riflessi» dell’esito del voto «sulla tenuta del governo e sulla vita della legislatura». Siamo uomini di mondo e abbiamo fatto tutti il militare a Cuneo (sebbene, come ha osservato Emanuele Macaluso, unire il destino della Costituzione a quello del governo sia «sbagliato sul piano dei principi e politicamente»). Non sorprende, perciò, che il Pd navighi nell’esitazione (il taglio dei parlamentari è una «minaccia per la democrazia» o è nel dna del partito?) e richiami i patti (disattesi) che legano la «riforma» ai famosi «correttivi», a partire dalla riforma elettorale (con il Senato che diventa un vero e proprio doppione della Camera: votato dagli stessi elettori e allo stesso modo; il che, secondo il Pd, dovrebbe spingere al monocameralismo).

Ma l’idea che aderire e conformarsi (nell’apparenza) alle opinioni dominanti della propria epoca sia una soluzione al declino del Pd, è un sintomo di quel declino. Il problema non è che la sinistra riformista non sia riuscita a conquistare il sostegno popolare, il problema è che non ci prova neppure. Proprio per questo la giravolta del Pd non aprirà la strada ad altre, migliori, riforme. Piuttosto, la vittoria del sì testimonierà solo della forza di attrazione dell’antiparlamentarismo e della desolante vacuità dei principali partiti, e lascerà inalterati tutti i problemi più urgenti del nostro sistema istituzionale.

Ma quel che più colpisce è che la reintroduzione del proporzionale, assurto al ruolo di principale elemento di garanzia, sia diventato l’obiettivo dei riformisti e che siano proprio i riformisti ad agitare lo spauracchio “Altrimenti Torna Salvini”. Specie se si considera che la scelta per il proporzionale non ha nulla a che fare con l’esigenza di rappresentare meglio i cittadini e serve invece (come hanno sempre fatto le leggi proporzionali) a demandare ai vertici dei partiti il potere di fare e disfare i governi. Insomma, dopo trent’anni dedicati al tentativo di dar vita a un sistema di democrazia dell’alternanza, rischiamo ora di tornare al punto di partenza, cioè ad un sistema politico consociativo fondato su di un sistema elettorale proporzionale che, di fatto, priva gli elettori del potere di decidere con un unico voto sia sulla rappresentanza che sul governo.

So bene che investitura diretta di leader e programma di governo ce li siamo giocati con il no al referendum del 2016 e con gli interventi della Corte costituzionale, ma il punto cruciale, per i riformisti, non era (e rimane) questo? Da quando in Italia si discute di riforme istituzionali (più o meno dalla fine degli anni 70, cioè dall’inizio della crisi della rappresentanza delle forme politiche tradizionali: la Commissione Bozzi è infatti del 1983), la questione di fondo è sempre la stessa: l’Italia può diventare una democrazia parlamentare «normale»? Vale a dire una democrazia nella quale chi vince le elezioni può attuare il suo programma dentro un quadro di garanzie (fornite soprattutto dalla Corte costituzionale) e nella quale la valorizzazione delle autonomie avviene senza conflittualità paralizzanti tra centro e periferia? Il nodo politico sulla riforma del bicameralismo, lo abbiamo detto e ridetto all’epoca della riforma Renzi-Boschi, sta ancora tutto qui.

Sono ormai passati più di trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. È da allora che sono venute meno le ragioni del bicameralismo ripetitivo voluto dai Costituenti, in un processo segnato, più che in altri Paesi, dalla Guerra fredda. Fu voluto dalla Costituente, infatti, un sistema di Governo debole perché nessuno schieramento politico potesse vincere fino in fondo e nessuno potesse essere tagliato fuori del tutto dal Governo; e un Parlamento lento e ripetitivo sarebbe stato un freno utile a sfiancare qualunque maggioranza uscita dalle urne. Difatti, la presenza di due Camere che fanno esattamente le stesse cose non ha eguali in altre democrazie parlamentari.
Se l’obiettivo era quello di risparmiare, allora il Senato bisognava abolirlo del tutto. Dovunque la ragione fondamentale di una seconda Camera è quella di essere luogo di raccordo con i territori (completando e correggendo, nel nostro caso, il disegno iniziato con la riforma del Titolo V). Altrimenti, una seconda Camera non serve.

Di più, dal crollo della Prima Repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali. L’elezione diretta del sindaco, finora la più felice delle riforme, è appunto del 1993; e da allora ci siamo abituati ad eleggere direttamente sindaci, presidenti di provincia e (poi) di regione. Quel modello funziona splendidamente (ed è quel che servirebbe all’Italia), ma sappiamo anche che fino a quando ci sarà un bicameralismo perfetto avere il doppio turno è impossibile.

So bene che fin qui tutti i tentativi di adeguare il nostro sistema istituzionale nazionale sono falliti. Per tante ragioni, ovviamente. Ma soprattutto perché, come spiegava Giovanni Sartori, «la costruzione di un sistema di premiership sfugge largamente alla presa dell’ingegneria costituzionale. Le varianti britannica o tedesca di parlamentarismo limitato (di semi-parlamentarismo) funzionano come funzionano soltanto per la presenza di condizioni favorevoli». E, come abbiamo visto, «un passaggio “incrementale”, a piccoli passi, dal parlamentarismo puro al parlamentarismo con premiership rischia di inciampare ad ogni passo».

Non per caso, Sartori riteneva che «in questi casi la strategia preferibile» non fosse «quella del gradualismo, ma piuttosto una terapia d’urto» e che le probabilità di riuscita fossero «minori nella direzione del semi-parlamentarismo, e maggiori se si salta al semi-presidenzialismo». E non per caso, Libertà Eguale, l’associazione guidata da Enrico Morando che raccoglie i riformisti, aveva rilanciato (“tutta intera e senza timidezze”) la proposta di riforma istituzionale ed elettorale centrata sul semi-presidenzialismo francese. Ricordo, peraltro, che la possibilità di arrivare ad un accordo accettabile tra la primavera e l’estate del 2012 ci sarebbe stata: il Pdl aveva offerto al Pd un patto istituzionale vantaggioso, ossia una legge elettorale alla francese, in cambio del semi-presidenzialismo alla francese; alcuni di noi, anche allora, provarono a dire che il cambiamento si imponeva, ma le cose, si sa (a proposito di conservatori), sono andate come sono andate.

Resta il fatto che sono passati ventisette anni da quando i cittadini hanno risposto inequivocabilmente alla domanda alla base del referendum del 1993: sono i partiti o i cittadini a scegliere il Governo? E questo risponde ai partiti o ai cittadini?
Si tratta di una domanda semplice semplice, che continuerà, in ogni caso, a risuonare a lungo. Insomma, possiamo scegliere direttamente il governo nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni e vorremmo scegliere, come ha ipotizzato anche il presidente Napolitano, il presidente degli “Stati Uniti d’Europa”, ma non possiamo scegliere quello nazionale. Perché? Perché prima c’era Berlusconi? Perché poi c’è stato Renzi? Perché ora c’è Salvini? Ma la politica non tornerà “normale” con l’uscita di scena di Berlusconi, di Renzi e neppure di Salvini o di Grillo. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. Nel 1994 non si è prodotto un vulnus che attende di essere sanato, ma sono saltate gerarchie culturali durate mezzo secolo che non è più possibile ristabilire.

Oltretutto, da un pezzo i fatti si sono incaricati di dimostrare che il problema fondamentale dell’Italia non è la presunta “emergenza democratica” (di cui, prima che arrivasse Salvini, si è molto parlato ai tempi di Craxi, e poi di Berlusconi, invocando nuovo Cln per liberare l’Italia dal berlusconismo, e poi anche di Matteo Renzi, denunciando i pericoli autoritari insisti nella resistibile ascesa di “un bulletto che aspira a diventare un Leviatano”) ma la mancata modernizzazione del paese; ed hanno chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che un paese che non cresce da vent’anni rischia il declino, l’“argentinizzazione”, e che la nostra stabilità sta diventando ogni giorno più precaria e le nostre debolezze sempre più pericolose.

Oggi invece, scarichiamo un’altra volta sulla legge elettorale (come è successo nel 1953, e poi nel 1993 e infine nel 2005) tutte le tensioni derivanti da una forma di governo che non è mai stata in grado di garantire la stabilità. Ma è un’illusione. Così com’è un’illusione ritenere che, fatto il primo passo, il resto verrà da se; che, in altre parole, la vittoria del si aprirà la strada ad altre e migliori riforme costituzionali. Ma dove sta scritto che, fatta una riforma insignificante, poi ci sarà la volontà politica di fare quelle che contano davvero?

Basterebbe, ad esempio, ricordare il referendum “sull’acqua pubblica”. Cos’hanno ottenuto quel referendum ed il nicodemismo del Pd di Bersani? Impedire, come ha ricordato Alessandro De Nicola qualche anno dopo, «che la gestione dell’acqua fosse affidata attraverso gare competitive a chi era in grado di farlo in modo più efficiente ed economico e potesse anche investire in modo adeguato. In gioco non era la “privatizzazione“, come si è voluto in malafede far credere, ma la competizione».
Col risultato che «la situazione in Italia è catastrofica: gli acquedotti perdono tra 1/3 e il 40% dell’acqua che trasportano, in alcuni posti le società pubbliche erogano arsenico, il 15% della popolazione non è raggiunta dal sistema fognario e non ci sono i 65 miliardi necessari per rimettere a posto l’infrastruttura e portarla a livelli europei. I privati troverebbero chi li finanzia, le società pubbliche no, a meno che, come sta succedendo ora anche a due anni dal referendum, non impongano prezzi alti agli utenti: oltre il danno le beffe». Da allora, sono passati quasi dieci anni e non è cambiato nulla.

 

(Pubblicato su Linkiesta il 7 settembre 2020)

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