LibertàEguale

Digita parola chiave

Tags: ,

Regionali, il Pd la scelta contro l’immobilismo

Dario Parrini giovedì 28 Maggio 2015
Condividi

camion_transformerPiù di un segnale indica che l’Italia sta uscendo dal tunnel. Vanno in questa direzione i dati sul pil e sulle assunzioni a tempo indeterminato. Comincia a manifestarsi con una certa forza l’effetto di tre fattori macroeconomici positivi come l’aumento della disponibilità di credito e il deprezzamento dell’euro e del petrolio. Siamo certamente di fronte a processi positivi. Che però, complici non poche incognite interne e internazionali, non sono ancora autopropulsivi. Chiara è l’esigenza di consolidarli, a ogni livello, con scelte politiche di cambiamento.

Ignazio Visco, governatore di Bankitalia, ha colto nel segno quando ha affermato, nelle considerazioni finali 2015, che le riforme vanno accelerate e ampliate. Quelle approvate o prossime all’approvazione – dalla riforma elettorale a quella della scuola, dall’anticorruzione agli ecoreati, dal Jobs Act alla riduzione strutturale del costo del lavoro – non sono poca cosa. Rappresentano anzi, considerate nel loro insieme, un pacchetto di realizzazioni di primaria importanza. Ma non bastano. La battaglia per incrementare in maniera sostenibile i tassi di produttività, innovazione, legalità, efficienza, di imprenditorialità e di attrattività di investimenti esteri del nostro sistema politico e socio-economico non ha ancora conseguito tutti i suoi obiettivi principali. Che il governo Renzi abbia prodotto una svolta di concretezza riformatrice e posto fine all’equilibrio immobilistico che per circa vent’anni ha segnato la politica italiana, ormai è cosa sulla quale nutrono dubbi solo gli osservatori in malafede. Eppure tanto resta da fare. Il percorso della parallela riduzione della spesa pubblica improduttiva e della pressione fiscale è stato avviato con mosse vigorose. Ma è ben lungi dall’aver raggiunto quei traguardi oltre i quali potremo dire che è stato colmato il divario che ci separa dai Paesi europei più virtuosi. La necessità di azioni-choc sul fronte delle iniziative anti-burocrazia e per una maggiore efficienza e snellezza della pubblica amministrazione non è meno forte oggi di un anno fa. Le resistenze che in numerosi settori-chiave vengono opposte all’introduzione di meccanismi meritocratici è la spia di istinti conservatori che non hanno cessato di essere robusti e diffusi.

In questo scenario, segnato dalle opportunità e dai rischi appena ricordati, si collocano le elezioni regionali di domenica prossima. Non sono elezioni politiche. Il loro risultato non è destinato ad avere impatti immediati sulla vita del governo. Ma non si può negare che avrà una qualche ricaduta sulla capacità del governo stesso di stroncare senza troppe battute d’arresto la perdurante volontà di ribellione dei tanti poteri di veto che in questi mesi, sentendosi a ragione messi in un angolo e sull’orlo di una sconfitta storica, non hanno mancato, fuori dal Pd e dentro il Pd, di adoperarsi al massimo per rallentare o inibire l’opera di cambiamento che l’esecutivo Renzi ha caparbiamente portato avanti. Sostenere il Pd e i suoi candidati alla presidenza nelle sette regioni al voto è importante, da un punto di vista nazionale, soprattutto per questo. Da un punto di vista locale, gli elettori sono chiamati a dare un giudizio sulla idoneità dei singoli candidati governatore a guidare con mano ferma un lavoro non più rinviabile di rinnovamento del modo in cui le Regioni erogano servizi, effettuano investimenti e si relazionano tra loro. I candidati presidente del Pd non sono tutti ugualmente dinamici e privi di limiti. Ma è evidente che in tutte le regioni in cui si voterà rappresentano di gran lunga l’opzione preferibile. Porre un argine alle spinte astensioniste, masosinistriste e a quelle rozzamente populistico-protestatarie rimane una grande priorità del nostro Paese. Questo ruolo di diga, oggi come un anno fa, nel panorama politico italiano può svolgerlo un solo partito: il Pd.

Tags: