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Salvare l’Europa (e l’Italia) dal populismo è la sfida del 2018

Vittorio Ferla lunedì 26 febbraio 2018
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Perché cresce l’appeal delle idee populiste nelle democrazie occidentali? E, in particolare, nelle regioni dell’Europa mediterranea? Come si spiegala forza propulsiva dei Cinque stelle, nonostante le cattive prove di governo nelle città da loro amministrate e nonostante le gaffe quasi quotidiane dei suoi portavoce? Si tratta di un fenomeno temporaneo o ci accompagnerà a lungo nei prossimi anni? Nel voto della Brexit e nell’elezione di Donald Trump, nel crollo di consensi nei confronti dei partiti tradizionali in Francia e nella progressione del M5S in Italia – per non parlare della prepotente emersione del populismo autoritario nell’Europa centrale e orientale – risiedono importanti domande.

La frattura tra il popolo e le élites

Prima di tutto ci chiediamo: che senso diamo alla parola ‘populista’? La più evidente e solida caratteristica del populismo è la frattura tra un popolo presuntivamente virtuoso, da una parte, e le classi dirigenti corrotte, dall’altra. I populisti proclamano una profonda (ed erosiva) sfiducia nelle istituzioni, in special modo quelle che, dal loro punto di vista, contraddicono la volontà popolare, come le corti costituzionali, il sistema dei media, la burocrazia, il sistema fiscale. In alcuni casi, come in Polonia, sotto scacco è anche la magistratura. In molti casi, misure anche banali – basti pensare alla risibile e surreale polemica sul costo dei sacchetti biodegradabili – diventano il trionfo del sospetto dietrologico sui potenziali interessi della classe politica e sulla volontà vessatoria delle istituzioni nei confronti dei cittadini. Parlamenti, consigli regionali e comunali diventano, in questo universo simbolico, le aule sorde e grigie dove il ceto politico dei partiti tradizionali conduce le sue trite liturgie per frodare il popolo.

La rivincita dell’incompetenza

Molto spesso, inoltre, i media tradizionali – in parte vittime di questo discredito – contribuiscono ad alimentare l’ondata populista, in parte per conquistare sempre più audience tra la generalità degli scontenti, in parte per ricostruirsi a buon mercato una credibilità perduta.

I populisti, poi, professano insofferenza e incredulità nei confronti degli esperti accreditati, accusati a loro volta di compromissione con il potere costituito: basti pensare, in Italia, alla polemica sui vaccini. A questa impostazione se ne affianca un’altra equipollente: l’affermazione della naïveté al comando ovvero l’accettazione del candore superficiale e incompetente alla guida della ‘rivoluzione’: il campionario di sciocchezze e grossolanità pronunciate da diversi leader politici di ogni schieramento sta lì a dimostrarlo.

Nazionalismi di destra e di sinistra

Tutti i populisti – siano essi di sinistra o di destra – mostrano totale diffidenza nei confronti del libero mercato, della concorrenza, delle imprese private, mentre credono che lo Stato – ovviamente liberato dalle elites nemiche – rappresenti l’unico strumento possibile per garantire i diritti e il benessere del popolo. I populisti di destra, specialmente diffusi nei paesi del nord Europa, chiamano ‘popolo’ soltanto i membri di alcuni gruppi etnici, mentre gli altri, per lo più stranieri ed extracomunitari, sono considerati i nemici che al popolo tolgono lavoro e risorse. Sul piano economico, sono pertanto nazionalisti e protezionisti e difendono i valori tradizionali. Spesso si affidano a leader carismatici. Il Front National di Marine Le Pen in Francia, il Partito per la Libertà di Geert Wilders in Olanda, l’UK Independence Party di Nigel Farage in Gran Bretagna sono gli esempi più evidenti di questa linea.

I populisti di sinistra, più radicati nei paesi del sud dell’Europa, identificano il popolo nei lavoratori e nei cittadini e il nemico nelle classi dirigenti che gestiscono il potere nelle istituzioni e nelle grandi imprese private. Sul piano economico, difendono la proprietà pubblica dei servizi e delle imprese, promettono redditi minimi garantiti e sistemi pensionistici dilatati, si affidano senza riserve alla spesa pubblica in barba alla tenuta dei conti pubblici, in un mix di pikettysmo e statalismo. Non mancano esempi di questo tipo di populisti in paesi come la Grecia, l’Italia e la Spagna. Basti pensare ad alcune proposte della sinistra radicale antirenziana, ai grillini, a Syriza e a Podemos.

Oltre il disagio sociale

Quali sono i motivi per cui questo set di idee e proposte sono diventate oggi così rilevanti in Europa? Le risposte possono essere diverse. Una di queste, per esempio, è la causa del disagio ‘sociale’, rappresentata dall’ormai famoso “Grafico dell’elefante” proposto dall’economista Branko Milanovic in un rapporto per la World Bank, poi ripreso in un articolo del New York Times, che aiuta a capire chi sono i vincenti e chi i perdenti della globalizzazione, soprattutto da un punto di vista economico e sociale.

Ma c’è un’altra possibile causa, forse meno presente nel dibattito pubblico, ma ugualmente suggestiva: è quella suggerita da due importanti studiosi statunitensi, Ronald Inglehart dell’Università del Michigan e Pippa Norris dell’Harvard Kennedy School, poco sensibili alle tradizionali interpretazioni marxiste o moraliste dei cambiamenti sociali e noti piuttosto per aver approfondito l’influenza della cultura e dei valori immateriali sui comportamenti e le idee. Secondo i due autori, il fenomeno che – meglio dell’insicurezza economica – spiega bene il successo del populismo è la reazione dei cittadini più anziani e meno istruiti contro le trasformazioni culturali del nostro tempo, ivi compresa l’immigrazione. Il cambiamento culturale, che si manifesta ormai da decenni – precisamente dalla fine degli anni Sessanta – come spostamento dei valori verso il cosmopolitismo e il multi culturalismo, sarebbe dunque una possibile causa scatenante del populismo.

La paura del cambiamento

Nonostante l’apparente astrattezza dell’argomento questa ipotesi non pare per nulla peregrina, anche perché, nel discorso pubblico occidentale, gli argomenti di natura simbolica concorrono con quelli economici almeno da una cinquantina d’anni. In sostanza, pertanto, secondo Inglehart e Norris il cambiamento epocale degli ultimi decenni ha spinto “per contraccolpo” molte persone anziane e molti emarginati ‘culturali’ a desiderare il ritorno delle tradizioni nazionali, familiari, sessuali, sociali, anche se, dall’altra parte, il cambiamento delle vecchie strutture socioculturali non era nemmeno compiuto (basterebbe pensare, in Italia, alla questione delle unioni civili e dello ius soli). Si tratta di una tesi molto interessante che merita di essere approfondita ulteriormente.

Nel frattempo, sappiamo che la realtà è complessa e che i fenomeni economici e culturali sono interdipendenti. Basti pensare all’impatto dell’immigrazione che, allo stesso tempo, rappresenta una sfida culturale e comporta un impatto economico.

Economie sotto scacco

Sappiamo, poi, che la crisi finanziaria e il conseguente shock economico non soltanto hanno avuto costi enormi sulle famiglie, ma hanno anche eroso la fiducia nelle élites: così, la legittimazione dei decisori pubblici e dei soggetti finanziari si è radicalmente ridimensionata, come dimostra, per esempio, la polemica sulle banche italiane, sulla Banca d’Italia e sul sottosegretario Boschi. Sono gli stessi motivi per cui Trump è presidente degli Stati Uniti, gli inglesi rompono i ponti con l’Europa, i catalani si avventurano sulla strada della secessione. Una disaffezione incrementata dalle incertezze della working class, di quei ceti produttivi spaventati dalle trasformazioni culturali e dal declino economico.

Gli indicatori di lungo periodo della crisi economica nelle democrazie occidentali – dovuti per lo più al fenomeno articolato e complesso della globalizzazione – sono la perdita di lavori legati alla manifattura, la globalizzazione delle catene di distribuzione tra le imprese, l’immigrazione, l’ineguaglianza, la disoccupazione. Gli indicatori legati agli sviluppi successivi alla crisi economica degli anni 2000 sono la disoccupazione, l’austerità fiscale, i redditi reali e il credito per le imprese.

Le quattro economie più colpite nel lungo periodo erano nell’ordine Italia, Spagna, Regno Unito e Usa. Dopo la crisi, la classifica è cambiata ma di poco: nell’ordine, Spagna, Usa, Italia e Regno Unito. Gli ultimi paesi lambiti dalla crisi sono stati Germania, Canada e Giappone. Non sorprende, pertanto, che Canada, Germania e Giappone siano stati largamente immuni dall’ondata populista, mentre questa abbia travolto Stati Uniti, Regno Unito e Spagna.

2018: le elezioni in Italia

L’Italia sembra aver finora contenuto in qualche modo con successo l’ondata populista: garantendo la conclusione ordinata della legislatura, il governo Renzi prima e il governo Gentiloni poi hanno assicurato alcuni anni di importanti riforme al paese. Nel frattempo, però, abbiamo vissuto eventi dirompenti: la sconfitta referendaria del 4 dicembre 2016, la questione delle banche con il boomerang della Commissione d’inchiesta e la character assassination di Maria Elena Boschi, l’impasse finale sullo Ius soli. Oggi sembra che della stagione riformista sia rimasto poco o nulla, nonostante una serie di provvedimenti legislativi che hanno trasformato il volto del paese, dal Jobs Act alle unioni civili. Le elezioni del 2018 diventano una boa cruciale per capire se l’Italia sarà travolta – come gli altri paesi appena citati – dai marosi del populismo al potere o si salverà come hanno fatto la Francia e l’Olanda.

Le minacce dell’agenda populista

Abbiamo visto che la crescita del populismo è provocata da cause più che comprensibili e che alcuni paesi sono particolarmente esposti. Ma il populismo – lo dimostrano proprio i paesi nei quali si è affermato – è un pericolo prima di tutto per i suoi fautori ed elettori. Come dimostrano diversi studi internazionali – tra i quali il report sul populismo realizzato dall’European Economic Advisory Group – i partiti populisti costruiscono agende politiche miopi, attivano politiche pubbliche grossolane e irresponsabili, propongono soluzioni semplicistiche per questioni molto complesse. L’impatto di Hugo Chávez e di Nicolas Maduro sul Venezuela è un esempio che fa riflettere. Peggio, il populismo erode progressivamente le istituzioni indipendenti delle democrazie liberali, mina la pace civile, alimenta la xenofobia e apre all’abisso dell’autoritarismo. Sbaglieremmo tutti a considerare eccessive e catastrofiste queste affermazioni, anche guardando all’Europa: come giudicare altrimenti i casi della Polonia e dell’Ungheria? Una democrazia stabile è sostanzialmente incompatibile con l’idea che un gruppo di concittadini presenti nelle istituzioni e nelle imprese sia considerato come un ‘nemico del popolo’ e vada abbattuto.

Ovviamente, dobbiamo riconoscere e affrontare la rabbia che genera il populismo. Ma il populismo è un nemico del buon governo e di una democrazia ordinata. Possiamo raccontarci una storia confortante sul futuro della nostra democrazia. Lo fanno alcuni pezzi di classe dirigente europea, sperando che arrivi prima o poi un’età adulta e responsabile del populismo. Lo fanno in questi mesi alcuni giornali italiani, confidando nella capacità del M5S di sviluppare doti di governo. Lo fanno alcuni politici italiani bolliti, immaginando alleanze innaturali e improbabili. Lo fa Beppe Grillo, quando chiede tempo per portare il Movimento dallo stato infantile a quello della maturità. Il trambusto politico alimentato dai populismi, sperimentato in un ampio numero di democrazie occidentali, è in parte un’altra eredità della crisi economica e finanziaria: fa parte del problema, insomma, senza esserne la soluzione.

Qualcosa sta cambiando, ma…

Il 2018 si apre con qualche nota generale positiva: le economie europee si stanno risollevando e lo shock subito negli anni scorsi sembra sempre più assorbito. Per questi motivi, la collera e l’angoscia provocate da questi fenomeni potrebbero affievolirsi con essi. Il tempo passa e risana la ferite. Potrebbe ritornare, pertanto, nei prossimi anni, la fiducia nelle istituzioni essenziali al funzionamento delle democrazie che in questi anni è mancata. Potrebbe tornare, ma non sappiamo se tornerà. Ma questo ottimismo – che nasce dai dati economici e dalle sconfitte di alcuni movimenti populisti in Europa – potrebbe scontrarsi con due ostacoli.

Il primo è che gli effetti dell’avventatezza politica del recente passato si devono ancora verificare. Il divorzio del Regno Unito dall’Unione Europea rimane un processo dalle conseguenze insondabili, nonostante Tony Blair affermi oggi che nel 2018 un passo indietro sarebbe possibile. Così, pure, l’amministrazione del Presidente Trump lascia aperti scenari imprevedibili: l’eventuale implosione/esplosione della leadership americana potrebbe essere un evento potenzialmente devastante (ogni riferimento alla ‘dimensione’ del pulsante nucleare è esplicitamente voluto). Lo stesso dicasi per il ‘pasticciaccio’ catalano o per l’involuzione autoritaria delle giovani democrazie dell’Europa orientale.

Il secondo ostacolo è che alcune delle origini di lungo termine della fragilità culturale ed economica delle nostre società –le profonde diseguaglianze, i livelli di disoccupazione troppo alti tra i giovani, ecc. – sono ancora presenti oggi. Allo stesso modo, continua la pressione alle nostre frontiere di processi migratori imponenti. Infine, la pressione fiscale che serve per mantenere le generazioni più anziane attraverso le pensioni continuerà certamente a pesare a lungo su generazioni che fanno fatica a pagare il conto allo Stato. Per tutte queste ragioni, sarà ancora molto difficile bloccare l’onda della rabbia populista.

Abbiamo bisogno di una visione

Quelli che veramente hanno il proposito di sfuggire allo stretto cappio del populismo hanno di fronte un bivio: accettare il confronto sullo stesso terreno, inseguendo, per esempio, i grillini sulle scaramucce propagandistiche o sulle promesse che non si possono mantenere; oppure fronteggiare le semplificazioni e le menzogne con la serietà e la trasparenza delle soluzioni ragionevoli, seppur complesse.

A che cosa o a chi ispirarsi, dunque, per camminare su questa seconda via? Da qualche tempo, l’Europa può contare su una figura del tutto imprevedibile, precipitata all’improvviso e senza alcun preavviso sullo scacchiere geopolitico mondiale, capace di resuscitare le caratteristiche dei migliori statisti dell’Europa moderna. Questa figura è Emmanuel Macron, il presidente della Repubblica francese. Macron è, oggi, l’unico leader occidentale capace di produrre una visione del future dell’Europa e una strategia riformista per realizzarla. Al suo discorso della Sorbonadovremo guardare per costruire il cambiamento dell’Europa (e anche dell’Italia) nel corso del 2018.

 

 

(Articolo pubblicato su Linkiesta il 5 gennaio 2018)

Giornalista, blogger per ‘Linkiesta’, si è occupato di trasparenza e comunicazione presso l’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Lazio.
Direttore responsabile di Labsus.org, è stato componente della Direzione nazionale di Cittadinanzattiva dal 2000 al 2016 e, precedentemente, vicepresidente nazionale della Fuci.
Ha collaborato con Cristiano sociali news, L’Unità, Il Sole 24 Ore, Il Riformista, Europa, Critica Liberale e Democratica. Ha curato il volume “Riformisti. L’Italia che cambia e la nuova sovranità dell’Europa”, Rubbettino 2018

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