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Salvati su PD-5S: “il percorso riformista non deve interrompersi”

Redazione lunedì 30 aprile 2018
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di Michele Salvati*

 

Fonte: Corriere della Sera

 

Le consultazioni sono finite e si attende ora la decisione della direzione Pd. Se dovesse essere negativa, com’è probabile, al Presidente della Repubblica rimarrebbero aperte tre opzioni. Indurre Centrodestra e 5Stelle a riconsiderare una «alleanza dei vincitori»; un governo di emergenza da lui stesso promosso; nuove elezioni. Tutte presentano aspetti negativi: soprattutto un governo affidato a due forze populiste e antieuropee e, forse peggio, una prova elettorale inconcludente in assenza di riforme della legge elettorale e della stessa Costituzione. Ma non era molto migliore neppure quella su cui il Presidente sembrava puntare di più, una coalizione tra 5 stelle e Pd.
Le esitazioni e le divisioni interne dei due partiti che dovrebbero contrarre questa anomala alleanza sono facilmente comprensibili: entrambi correrebbero gravi rischi. I 5Stelle (a differenza della Lega, che è un partito populista di destra come tanti altri in Europa) sono uno strano animale solo italiano, nipote del clima di Tangentopoli e figlio dell’estremismo giustizialista e anti-berlusconiano della Seconda Repubblica,facendo così risuonare una corda cui l’elettorato del Pd è ancora sensibile. Aizzando la rabbia degli elettori e indirizzandola contro i partiti che hanno governato negli ultimi anni, miscelando abilmente promesse in larga misura irrealizzabili, «né di destra, né di sinistra», essi hanno ottenuto un successo straordinario: un successo che rischierebbe di evaporare di fronte a qualsiasi prova di governo. In particolare di un governo di coalizione con un partito che essi avevano aspramente criticato fino al momento del voto. E, nonostante la disciplina ferrea che impongono ai loro parlamentari, i 5Stelle non sarebbero in grado garantire l’osservanza di qualsiasi «contratto»: le maggioranze parlamentari sono risicate e non ammetterebbero defezioni, né da una parte, né dall’altra.
I rischi che correrebbe il Pd sono forse più gravi. Con poco più della metà dei parlamentari 5Stelle, anche sfruttando al massimo il suo potere di ago della bilancia, di partner indispensabile, è difficile che il Pd riuscirebbe ad evitare i più insidiosi totem e tabu del partito maggiore. E’ vero che i 5Stelle hanno mostrato, a differenza della Lega, una grande flessibilità nell’abbandonare le promesse più irrealistiche del loro programma elettorale, ma proprio questa apparente flessibilità sui programmi li rende inaffidabili: la natura non democratica della loro organizzazione, il giustizialismo estremo, l’ostilità verso la democrazia rappresentativa, l’indifferenza verso i diritti civili, l’opposizione ora più moderata, ma in realtà latente, verso l’Unione Europea non sono buoni auspici per un’alleanza di governo, e neppure per un patto di convivenza transitorio.
Il Pd, dopo la sconfitta referendaria e le batoste elettorali, si trova in una difficile fase di transizione, senza un vero leader e con grandi difficoltà a trovarne un altro della stessa qualità politica del precedente. Non uno yes-man di Renzi, anzi uno che sappia tenergli testa, ma che corregga senza rovesciarlo il tentativo di trasformazione del partito e del Paese che il leader dimissionario aveva iniziato. Quasi certamente la vicinanza con i 5Stelle, la cultura comunista e democristiana da cui provengono gran parte dei fautori interni di una alleanza, il possibile ritorno all’ovile dei transfughi della Leu, il mito della riconquista dei ceti popolari perduti, interromperebbero il processo che aveva portato il Pd ad abbracciare una visione di sinistra liberale, consapevole dei rischi ma anche delle opportunità di una economia aperta. E le voci a mala pena represse della tradizionale sinistra della spesa pubblica — non delle riforme che servirebbero a riavviare l’Italia su un percorso di sviluppo — acquisterebbero maggior forza.
Insomma, l’oraziano «Graecia capta ferum victorem cepit» non funzionerebbe: non sarebbero i greci sconfitti (fuor di metafora: il Pd) a far rinsavire i rozzi vincitori romani (i 5Stelle), ma sarebbero questi a far ripiombare l’ultimo rappresentante della sinistra riformista rimasto in campo nel nostro Paese nel gorgo delle sue peggiori propensioni. Ad un osservatore imparziale il sacrificio del Pd può interessare poco. Ma per chi ha a cuore il destino del nostro Paese interessa: sarebbe un sacrificio inutile al fine allontanare le forze che spingono l’Italia verso un declino nel quale è già bene avviata. Caro Presidente Mattarella, la parte più difficile del suo lavoro comincia ora e tutti ci auguriamo che sappia trovare la soluzione «meno peggiore» possibile: soluzioni esenti da critiche, istituzionali o politiche, non esistono.

 

*Editorialista del Corriere della Sera, insegna Economia Politica all’Università Statale di Milano, Facoltà di Scienze Politiche

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