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Salvatore Veca, filosofo e maestro

Danilo Di Matteo martedì 12 Ottobre 2021
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di Danilo Di Matteo

 

Molti ricordano Salvatore Veca come un “intellettuale pubblico”, e di certo l’impegno e la dimensione pubblica della sua ricerca e della sua proposta giustificano una definizione del genere. Egli, però, era prima di tutto un filosofo: tra i vari campi del sapere, cioè, aveva scelto con passione e rigore la disciplina definita, più o meno da duemilacinquecento anni, filosofia. Era più che mai aperto e interessato, come tutti i grandi filosofi, alle più diverse suggestioni e le prendeva assai sul serio: amava l’arte, il cinema, la musica, la letteratura, studiava le credenze religiose.

Ma la logica, il metodo, i criteri dell’analisi e dell’argomentazione erano i suoi ferri del mestiere. Tanto che, con il libro Il senso della possibilità. Sei lezioni (Feltrinelli, 2018), ripropone con il consueto acume e con la consueta profondità lo studio, ispirato a Kant, della modalità: il possibile e il necessario, l’attuale e il contingente. Occorre partire dall’attuale, sosteneva, per aprirsi al possibile. Un esempio: il grande Aristotele non poteva negare il cambiamento. Le cose mutano, è un fatto. Però pensava a tale cambiamento in termini diacronici, come passaggio, nel tempo, dalla potenza all’atto. Noi oggi, invece, siamo in grado di concepire la possibilità anche in termini sincronici: le cose come ora sono, le cose come ora potrebbero essere. E in ciò ci avvaliamo dell’opera filosofico-teologica, ad esempio, di Duns Scoto e di Leibniz, o della grande tradizione ebraica.

Veca è ricordato poi come colui che ha introdotto da noi il pensiero del grande John Rawls, la sua teoria della giustizia. È stato di certo un suo merito; un merito non da poco. Proprio Salvatore Veca, però, ha poi posto con forza, con altri, l’istanza di ripensare quella teoria alla luce della “costellazione postnazionale”, globale nella quale siamo ormai immersi. Dobbiamo almeno guardare al nostro angolo di mondo, l’Europa, e farlo anche «con lo sguardo del resto d’umanità».

Il suo gergo filosofico ci dona espressioni e concetti d’inestimabile valore: la tensione feconda tra «il coltivatore di memorie» e «l’esploratore di connessioni», la dinamica virtuosa che può instaurarsi tra “l’incertezza” delle domande e “l’incompletezza” delle risposte, il conseguente carattere “insaturo” delle teorie e della conoscenza, “l’immaginazione” sociale, politica e filosofica, nutrita sempre dal contatto con la realtà. Egli era convinto, a esempio, che i diritti umani fossero uno scudo rispetto al male, non la garanzia delle “magnifiche sorti e progressive”. Tendere, in questo mondo guasto, a una società più giusta significa, dunque, impegnarci per una società meno ingiusta. E, al cospetto di coloro ai quali la tolleranza sembra una conquista preziosa ma insufficiente, egli rispondeva: avessimo almeno quella, sempre e ovunque.

Veca è stato uno dei pochi, poi, a coltivare da noi la “filosofia analitica”, di matrice anglosassone e nordamericana. Nello stesso tempo, tuttavia, avvertiva come angusta, limitante e spesso non più attuale la contrapposizione tra “continentali” e “analitici”.

Ha contribuito non poco a innovare in senso riformista la cultura della sinistra italiana ed europea, sviluppando però, negli ultimi lustri, lungo quel solco, il discorso sullo sviluppo sostenibile e sulle molte dimensioni della sostenibilità: ecologica, economica, sociale, culturale e così via. Rifacendosi al grande Hume, inoltre, coglieva le radici dei populismi odierni e di fenomeni quali i “no vax” nel venir meno della fiducia nei confronti dei detentori del potere o del sapere. E proprio la fiducia resta, invece, un ingrediente essenziale della convivenza umana. Da qui l’importanza, dinanzi a una società polverizzata in mille nicchie telematiche, di uno spazio pubblico plurale, aperto, inclusivo, democratico. Temi, questi, che si ritrovano nel suo ultimo libro, Il mosaico della libertà. Perché la democrazia vale (Egea, 2021). Una sorta di testamento culturale, possiamo dire con il senno di poi. Con l’ultimo capitolo – «Democrazia e valore» – che offre analisi e motivi di riflessione originali sulle cosiddette democrazie illiberali, che paiono assediarci.

Alcuni sottolineano, non a torto, l’aspetto “normativo” della sua filosofia morale e politica; eppure egli sapeva anche farsi sedurre dalla potenza della storia, dai fatti, dalla loro descrizione. Come ricorda in una recente autobiografia, i suoi genitori «erano credenti in modo molto sobrio, in un certo senso più pietista che cattolico»: anche da qui, forse, la sua lezione di laicità.

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