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Scuola, nell’emergenza (ma non solo) riscopra il suo essere comunità

Marco Campione mercoledì 26 Febbraio 2020
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di Marco Campione

 

Si sono fatte molte ironie e non poche polemiche sull’uso della definizione della scuola come “comunità educante”. Soprattutto nella parte più ideologizzata del chiacchiericcio che si muove attorno alla scuola, il termine è osteggiato perché ha storicamente una precisa matrice culturale. Se non vi piace il termine perché troppo “ciellino”, trovatemene però uno migliore, perché a me –che ciellino non sono- sembra perfetto.

È un fatto che attorno alla scuola si aggrega e vive la più grande comunità del paese (un milione di addetti, otto milioni di studenti, milioni di famiglie: praticamente il paese intero). E sono profondamente convinto che gran parte dei problemi della scuola si potrebbero risolvere se saprà riscoprirsi tale.

Interrogarsi sul ruolo della scuola come comunità è ancor più importante in un momento come quello che stiamo vivendo, di disorientamento, quando non di vero e proprio panico. Io credo che proprio la scuola potrà dare un contributo importante a mitigare gli effetti della crisi di fiducia che preesisteva, ma che l’emergenza coronavirus rischia di accentuare. Nessuno è immune dai danni da disgregazione che stanno investendo l’occidente (e forse il mondo intero). Abbiamo scoperto che non sono solidali nemmeno gli scienziati, che litigano tra loro, le istituzioni, che litigano tra loro, le nazioni, che si chiudono le frontiere a vicenda (gli stessi che urlavano a gran voce di isolare la Cina oggi piagnucolano perché alcuni paesi europei chiedono di isolare noi).

Certo, anche la scuola è divisa, isolata, disgregata. Perché la scuola non è un corpo estraneo, la scuola è società e ne ha al proprio interno tutti i difetti e le proprie contraddizioni. Ma la scuola è una comunità diversa dalle altre, per dimensioni, come ho detto, ma anche perché è un luogo di cultura, dove si maneggia una materia certo delicata e fragile, ma anche ricca dei lieviti più sani che un paese possa avere: la brama di conoscenza, l’élite intellettuale per antonomasia (i docenti), l’energia viva della gioventù (anche questo termine farà storcere il naso a certa sinistra, troppo “futurista”, ma tenetevi i vostri pregiudizi, le vostre ideologie, le vostre prigioni mentali).

Anche la scuola –dicevo- è spesso una comunità divisa, isolata, disgregata. Anche perché paradossalmente è -tra le tante comunità del paese- quella che più fa fatica a riconoscersi come tale, ad essere riconosciuta dai media e dalla società in genere come tale. Ma se tutti mettiamo da parte le ideologie e riscopriamo la bellezza della parola comunità educante, cominciamo a indossarla con orgoglio, credo fermamente che il riscatto sarà più vicino. Il riscatto della scuola e da lì il riscatto della società intera.

La bella lettera che il Dirigente Scolastico del Liceo Volta di Milano ha scritto ai suoi studenti è un esempio -piccolo o grande, valutatelo voi, certamente non isolato- di tentativo di tenere insieme la propria comunità, di cosa può rappresentare la scuola se si comporta come tale. Lettera che si conclude così: “Uno dei rischi più grandi in vicende del genere, ce lo insegnano Manzoni e forse ancor più Boccaccio, è l’avvelenamento della vita sociale, dei rapporti umani, l’imbarbarimento del vivere civile. […] Rispetto alle epidemie del XIV e del XVII secolo noi abbiamo dalla nostra parte la medicina moderna, non è poco credetemi, i suoi progressi, le sue certezze, usiamo il pensiero razionale di cui è figlia per preservare il bene più prezioso che possediamo, il nostro tessuto sociale, la nostra umanità. Se non riusciremo a farlo la peste avrà vinto davvero. Vi aspetto presto a scuola”. Spero ci sia una risposta degli studenti e delle famiglie, che si stringano tra loro e a sostegno del loro essere comunità.

Non leggo in queste parole solo un “maestro” che cerca di tranquillizzare i propri ragazzi, un “leader educativo”, che si assume a pieno la responsabilità del ruolo che gli compete. Ci vedo soprattutto un professionista consapevole che non è (solo) a capo di un’importante istituzione dello Stato, ma soprattutto primo rappresentante e tutore della propria comunità, appunto. Non è un caso isolato, anzi. Quasi tutti i dirigenti e i docenti italiani sono certo abbiano la stessa consapevolezza interiore. Quello che manca a volte è la capacità di “e-ducarla”, portarla fuori.

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