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Sud vs Nord. Come si conquista il consenso?

Marco Campione mercoledì 6 Marzo 2019
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di Marco Campione

 

Salvini ha dichiarato che governerebbe volentieri con i Cinquestelle fino al 2028. Una boutade?

Per capire dinamiche elettorali così profonde servirebbero studi approfonditi, quindi prendetela solo come una suggestione. Quanto sono contigui, al Sud, gli elettorati di Lega, Fratelli d’Italia e MoVimento 5 Stelle?

 

Noi con Salvini per sfondare al Sud

Faccio un passo indietro. Anni fa, eletto segretario della Lega (Nord), Salvini crea “Noi con Salvini” per sfondare al Sud, come parte della strategia di rendere la propria leadership nazionale. Era evidentemente convinto che per convincere gli elettori meridionali non sarebbe bastato un restyling del logo, del nome e delle note cromatiche (togliere “Nord” dal nome, la Rosa Camuna e la Padania dal simbolo, abbandonare il verde per far posto al blu). Prima delle politiche il progetto viene però abbandonato e la Lega ha comunque un buon successo: escludendo Campania 1 dove il MoVimento ha preso la maggioranza assoluta e quindi non ce n’è stato per nessuno, la Lega si è attestata sopra il 5% pressoché ovunque.

 

Governare con i Cinquestelle

Veniamo all’oggi. Salvini ha dichiarato che governerebbe volentieri con i Cinquestelle fino al 2028. A parte la facile ironia (chi non vorrebbe governare con un alleato che si lascia succhiare il sangue senza battere ciglio?), tutti i commentatori hanno preso questa affermazione come una boutade. Ma se non fosse una boutade?

Mi spiego meglio. Abituati a spostamenti dell’elettorato minimi, i commentatori commentano gli scenari sempre pensando ai partiti. “Governare insieme ai Cinquestelle” dice Salvini e tutti pensano a un nuovo contratto di governo tra lui e Di Maio (o con un altro esponente di quel partito, poco importa). In realtà, anche al netto di cosa volesse dire Salvini (che ci interessa il giusto), l’unica cosa che conta è il comportamento degli elettori, non dei partiti.

La suggestione che vi propongo dunque è la seguente: non pensate ai partiti, pensate agli elettorati e quella frase vi potrebbe apparire un po’ meno surreale. La lista Noi con Salvini alle politiche del 2018 c’era sulla scheda elettorale e aveva cinque bellissime stelle gialle al centro del logo. O se vogliamo dirla in politichese, quanto sono contigui (parlo del Sud) gli elettorati del MoVimento, della Lega e di Fratelli d’Italia? Di conseguenza, quante possibilità ci sono per disarticolare quella contiguità per il centrosinistra?

 

Il centrosinistra dovrebbe… differenziare

Già, il centrosinistra. Ho più volte scritto anche qui che il centrosinistra per competere con questo fronte (che chiamerò populista perché è il termine che viene comunemente usato) avrebbe tutto da guadagnare da una differenziazione più netta tra come si presenta al Centro-Nord e come si presenta al sud. Ho iniziato a formulare questa proposta quando il PD era a trazione “renziana”, quindi oggettivamente più attraente per il centro-nord (come anche i risultati delle Politiche e delle Amministrative del 2018 hanno dimostrato).

Annotavo circa sei mesi fa, ipotizzando una “meridionalizzazione” della Lega: “Una proposta autenticamente riformista e liberal avrebbe gioco facile a fare il pieno [al centro-nord]. E non è troppo difficile apparire credibili in quella proposta perché sarebbe in sostanziale continuità con le scelte del Pd “di governo”. Al sud invece [si] tratta sostanzialmente di sostituire una classe dirigente squalificata e poco credibile (in qualche caso anche al di là dei demeriti personali dei singoli) e puntare proprio su quel “meridionalismo” non assistenzialista, che la sinistra meridionale ha già conosciuto nella sua storia. Una storia che andrebbe prima riscoperta e poi -ovviamente- attualizzata”.

 

Il partito del Nord e il partito del Sud

Quello stesso articolo si concludeva tracciando due possibili strade per il centrosinistra: “Due partiti diversi che stringono un patto federativo per le elezioni politiche (sul modello tedesco CDU-CSU) o un partito unico ma autenticamente federale, dove le realtà regionali hanno una autonomia sostanziale nella scelta dei programmi, delle leadership e delle candidature?”

La prima strada sembra troppo fuori dagli schemi italiani? Beh, se c’è qualcosa di vero nella mia suggestione iniziale, forse non è così fuori dagli schemi. Forse è esattamente la strada che ha in testa la destra. Se alle europee ci si accorgesse che una “meridionalizzazione” della Lega fa perdere troppo consenso al Nord, potrebbero anche decidere di dividersi i compiti: Lega al nord e Cinquestelle “di governo” al sud, lasciando i Cinquestelle “di lotta” a giocare con l’onestà e la trasparenza, i diritti delle minoranze e l’accoglienza per i migranti.

 

Che cosa farà Zingaretti

Rispetto a sei mesi fa il PD ha adesso una leadership che può più facilmente fare quanto suggerivo per il Sud, ovvero aprire un dialogo e un confronto con quel meridionalismo non assistenzialista. Potrebbe però avere più difficoltà “da Roma” a mantenere la stessa capacità attrattiva verso i ceti produttivi del nord, preoccupati per alcuni sbandamenti della Lega. Soprattutto se davvero si saldasse quel blocco elettorale meridionale che ho descritto all’inizio (Lega-FdI-M5S). Lo schema “tedesco” CDU-CSU non piace? Si percorra la strada di un vero protagonismo dei partiti regionali.

Facendo un pezzo di strada in più, però. Tra il serio e il faceto, si dice a volte che con Zingaretti sono tornati i DS. Beh! Guarda caso, proprio i DS istituirono un coordinamento del Nord e Veltroni mise Pietro Folena a coordinarlo. Con tanto di ufficio in centro a Milano, che fece sbizzarrire gli amanti del gossip e della spettacolarizzazione della politica…

Fossi in Zingaretti, ci penserei, magari scegliendo un coordinatore che non sia Folena. Non per la persona, che è tra le più squisite e intelligenti personalità che hanno formato i miei inizi in politica, ma un dirigente di partito “romano” non è esattamente il profilo… Diciamo.

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3 Commenti

  1. Giuseppe Maria Greco sabato 9 Marzo 2019

    Dal mio punto di vista l’articolo parte bene ma continua in modo discutibile. Il problema di fondo da affrontare sia in Italia che altrove è infatti il profondo mutamento in corso, di cui la crisi del rapporto tra cittadini e partiti, e quindi la crisi della democrazia, sono in parte una causa nella misura in cui la democrazia è vissuta imperfettamente ma soprattutto un effetto.
    L’articolo, che inizia centrando l’attenzione sugli elettori, non li rappresenta in seguito come parte sociale indipendente ma come ruolo “filiale” rispetto al ruolo “genitoriale” dei partiti. Riconosco che tutta la discussione sui social rivela questa attitudine oggettiva nelle discussioni, come dimostra l’atteggiamento pro o contro e comunque di parte degli interlocutori. Ma ritengo che il problema non si risolva dando una leadership che mantenga gli stessi ruoli attuali, per cui i cittadini continuano e rappresentarsi come vittime della politica esercitata da altri, ma ricostruendo un percorso “di senso” collettivo che, ridando slancio al “nuovo lavoro” come elemento capace di ridare dignità attraverso responsabilità di diritti e di doveri e di conseguente solidarietà sociale, possa affrontare contemporaneamente tutte le contraddizioni attuali rivestendole di un ottica complessiva positiva. Il malessere infatti va studiato in tutte le sue componenti, che coprono un ampio raggio che va dalla cacca dei cani non raccolta al non rispetto delle regole di contratto da parte delle compagnie telefoniche alla lotta dei partiti per guadagnarsi voti a prescindere da quello che, in mancanza di elementi concreti disponibili, viene illustrato come bene comune.
    Mi fermo qui, sperando di aver contribuito ad una riflessione sensata.

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    1. Marco Campione domenica 10 Marzo 2019

      Intanto grazie per il commento, ricco di molti spunti per uno sviluppo futuro. Condivido in particolare la necessità di dare un senso collettivo all’azione politica (e non capisco quale parte del mio ragionamento andrebbe in una direzione diversa). Ho qualche dubbio che il rapporto tra “cittadini” e “politica” possa mutare nella direzione auspicata, ma non è un buon motivo per non darsi da fare perché accada. Invece -se ho capito il senso di quel passaggio- sono in disaccordo sul fatto che una leadership non sia necessaria (anche immaginando un ruolo del cittadino più produttivo di quanto non sia oggi).

  2. Giuseppe Maria Greco martedì 12 Marzo 2019

    La parola “leadership” è proprio quella che costituisce il centro del nostro dibattito. Il “mandato” è infatti vissuto tuttora, tanto dai partiti quanto nella quotidianità dai cittadini, come canone per la separazione di questi dalla responsabilità politica, di cui i primi si considerano ancora titolari. Purtroppo il numero di battute accettate dal sistema per il commentomi impedisce di continuare

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